Il nostos e la nostra Odissea in Valsamoggia

CATERINA BONETTI | Trovare lo spazio, il tempo e la giusta cura per guardarsi negli occhi e condividere i pensieri: una ricetta semplice, che dovrebbe essere alla base di ogni progetto culturale che miri a ricucire i territori e le relazioni che, proprio di territori, vivono. A questo non semplice compito si è dedicata la compagnia Teatro delle Ariette che, attraverso un percorso di teatro di comunità che ha saputo coinvolgere cittadini, associazioni, laboratori ed enti della Valsamoggia, ha portato in scena un’Odissea in cinque puntate. Ulisse, eroe archetipico che da sempre incarna la scissione esistenziale dell’uomo fra sete di conoscenza e nostos (desiderio di ritorno alle origini), ha fatto tappa a Monteveglio, Savigno, Castelletto, Crespellano e Bazzano.

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Le sue imprese, le difficoltà affrontate per tornare ad Itaca, hanno trovato voce grazie a chi, superando quelle diffidenze che – in molti casi – rappresentano il vero specchio del nostro tempo, si è saputo mettere in relazione con l’altro da sé. Giovani e anziani, cittadini italiani e di origine straniera, donne e uomini che hanno ricostruito, in prima persona, il loro viaggio. Ogni spettacolo inizia con una breve introduzione: Stefano Pasquini e Paola Berselli fanno gli onori di casa. Mentre il pubblico prende posto in piazza – antico luogo di spettacolo corale e di rito – viene distribuito un aperitivo. Si conversa, arrivano gli ultimi ritardatari, gli attori prendono posto. Prima della sigla d’inizio, che subito richiama alla mente dello spettatore il formato autenticamente popolare del varietà televisivo, alcuni protagonisti parlano della loro Odissea. Chi l’ha vissuta sul posto di lavoro, chi per trovare salvezza dalla guerra, chi in casa, chi per strada. Parte la sigla, gli spettatori sorridono, e segue il riassunto delle “puntate precedenti”.
Impossibile non pensare ai grandi sceneggiati che, negli anni d’oro della televisione, hanno permesso a tutti gli italiani, anche coloro che non avevano avuto la possibilità di studiare, di conoscere i grandi classici della letteratura. Ulisse è vicino nelle parole di Stefano, proprio come il personaggio di una serie. Tutta l’attenzione del pubblico è rivolta al racconto, ma la scena è sempre animata: dagli attori, che si dispongono per la performace, dal pubblico stesso, che si muove, si osserva, entra in contatto. La piazza permette un approccio informale, lo spettatore, quasi senza accorgersene, diventa co-protagonista. Termina il prologo e parte il viaggio. Ulisse si trasforma, assume le sembianze di una bambina, di un giovane migrante, di una donna dai capelli grigi, di un ragazzo con una lunga barba. Ognuno racconta un pezzo di mito mettendo a disposizione del pubblico anche la propria storia. Diventa facile immedesimarsi, capire che Ulisse siamo noi, impegnati ciascuno nel proprio ritorno verso quello spazio che sentiamo come casa, che ci appartiene. Il pubblico commenta sottovoce, senza disturbare: una parola al vicino per dare corpo al proprio viaggio.
Le persone che attraversano la piazza si fermano per vedere cosa succede e alcune finiscono per fermarsi. O per partire con gli altri. Ulisse è quasi a casa nell’ultima puntata a Bazzano, ma lo aspetta un’ultima prova, quella dell’incontro con Penelope, la riconciliazione con una moglie devota, ma resa diffidente. Mentre il racconto procede con l’uccisione dei Proci e la vendetta di Ulisse, sulla scena viene allestito un letto simbolico, nel quale finalmente il lungo peregrinare avrà il suo scioglimento.

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La riconciliazione avviene e Ulisse riabbraccia Penelope, ma anche sé stesso. Il pubblico viene invitato ad attraversare il letto, ciascuno scegliendo un compagno, per stringersi tutti in un abbraccio finale. Lo spettacolo non è finito. Viene servito il cibo preparato dalla compagnia e dai volontari, viene condiviso un altro momento sacro, dopo la rappresenatazione: quello del pasto. Il varietà prosegue, con la proiezione di un breve documentario che parla, ancora una volta, di ricerca identitaria, di casa, di ritorno. Si apre il microfono e – chi lo desidera – può intervenire prendendo la parola: terzo e ultimo atto sacrale. Come nelle piazze delle civiltà antiche chi si alza merita rispetto e ascolto. L’esperienza è fra pari, la finzione scenica ormai del tutto superata nella dimensione collettiva.

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Sigla, “titoli di coda” e infine un ultimo momento catartico: si rema tutti insieme, come fossimo sul mare. Ulisse deve tornare a casa e servono braccia, servono voci che lo accompagnino. Salpiamo, ma sulla spiaggia, come dopo una mareggiata, restano i segni. Il lavoro delle Ariette non si esaurisce in una performance che, per quanto coinvolgente, si conclude al quinto atto. Al termine dello spettacolo le persone si fermano per parlare, si danno appuntamento. Il teatro annulla la solitudine nello spettacolo, ma questa volta il suo potere non dura il tempo di una sera. Tornando a casa l’impressione è davvero quella di un vuoto che si è colmato, di un territorio che ha riannodato, se non tutti i fili, almeno la sua trama.

Un’Odissea in Valsamoggia

Esperimento per un teatro di comunità

Spettacolo in 5 puntate tratto dall’Odissea di Omero di Teatro delle Ariette

progetto e direzione artistica Paola Berselli e Stefano Pasquini

Per seguire ancora il viaggio visitate il blog Verso Itaca su www.teatrodelleariette.it

Foto credits G.B. Parente



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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