Scritture collettive e ibride nel segno del postdrammatico: Gian Maria Cervo ci racconta QdA 2018

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LAURA NOVELLI | Chissà se un ventennio fa, quando il festival Quartieri dell’Arte (www.quartieridellarte.it) muoveva i suoi primi passi “importando” nell’area del viterbese artisti di diversi Paesi stranieri e scommettendo su operazioni produttive a dir poco azzardate, Gian Maria Cervo avrebbe immaginato di arrivare all’edizione 22  (in programma dal 26 agosto al 24 ottobre in diverse località della zona). E se, tanto più, si sarebbe mai aspettato di vedere la sua vetrina crescere di anno in anno, sia in termini di gradimento presso il pubblico sia di progettualità (nazionale e internazionale) e di coraggio innovativo.

Dietro  questo successo non ci sono segreti o formule magiche. Semmai, molto semplicemente, la consapevolezza “di non aver mai perso i contatti con i centri di novità più significativi della scena estera e di essere sempre stati ‘proporzionali’ alla nostra epoca, senza omologazioni né per quanto riguarda i generi teatrali ed artistici chiamati a comporre i diversi cartelloni né dal punto di vista dei contenuti”.

E’ lo stesso direttore della rassegna laziale (ruolo che da qualche anno Cervo ricopre in sinergia con Alberto Bassetti) a raccontarmi il percorso di scelte e di ricerca sotteso a questi due decenni di attività. “E’ vero che QdA è un festival molto aperto all’internazionalizzazione ma è altrettanto vero che abbiamo sempre puntato a portare qui in Italia, a due passi da Roma, quanto di nuovo e emblematico stesse accadendo fuori. L’Italia possiede dei beni culturali ed artistici ineguagliabili e credo che rassegne come la nostra servano proprio a valorizzare ciò che solo noi abbiamo, attraverso però esperienze creative contemporanee, nuove, coraggiose”.

Questa edizione 2018 mostra, ad esempio, una forte inclinazione per le scritture collettive e le opere plurivocali: canale quanto mai privilegiato di sperimentazione e commistione. Si intitola infatti And So My Face Became My Scar l’interessante performance inaugurale che, a firma di Joele Anastasi (Italia), Rasim Erdem Avsar (Turchia), Emily Gillmor Murphy (Irlanda) e Danielle Pearson (Inghilterra), apre il festival a Civita di Bagnoregio. Tappa conclusiva del progetto EU Collective Plays !, cofinanziato dal Programma Creative Europe dell’Unione Europea, l’opera mette insieme scritture di autori di livelli diversi, da grandi firme già molto affermate ad autori giovanissimi. “Credo sia un modo bello di lavorare – spiega Cervo – perché dallo scambio e dalla naturale diversità dei singoli autori vengono fuori opere con tratti molto forti. Testi che non si interessano di essere corretti, di avere buone intenzioni o fare prediche, bensì di mettere in evidenza un aspetto del reale da prospettive differenti. Punto e basta”. In questo specifico lavoro la forma drammaturgica è decisamente ibrida e si nota che si tratta di generazioni di drammaturghi molto influenzati dalla scrittura delle serie dei grandi Network televisivi. “Una drammaturgia del genere – riprende Cervo – dieci anni fa era quasi un tabù; oggi è normale mescolare insieme dramma storico e fantascienza. La drammaturgia è completamente cambiata negli ultimi anni e non per forza in peggio”. Tanto più che il tema in gioco qui è piuttosto complesso . “Il lavoro esplora il tema dell’identità. Il primo titolo dello performance era infatti ‘Specchio’ e nasceva come un ragionamento sull’identità dai tempi antichi agli specchi attuali (rappresentati dai nostri telefonini). Poi gli autori sono stati influenzati da un’opera intitolata ‘Boy With Scar’ e il titolo è cambiato ma il motivo dominante è rimasto quello identitario”.  A metterla in scena è un gruppo di attori e registi europei ed africani tra cui lo steso Anastasi, Marco Lucchesi, Benvenue Akoha e Lorenzo D’Amico de Carvalho.

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Anche Pastorale contemporanea n. 1 dei fratelli Presnyakov (in ‘azione’ insieme con lo stesso Cervo nella piazza San Donato di Civita di Bagnoregio dal 14 al 20 settembre) insegue questo format collettivo e pluriprospettico. Si tratta di una performance post-drammatica in cui gli autori scrivono estemporaneamente testi legati alla memoria storica e artistica del luogo mentre il pubblico, senza poter interferire con l’atto creativo, li osserva. Dunque, una via di mezzo tra uno work in progress e un’opera site specific che sfida le più canoniche regole della drammaturgia tradizionale stimolando interessanti ragionamenti sul confine tra creazione e fruizione. A mettere insieme saggistica storica e fantascienza ci pensa invece la riscrittura shakespeariana Amleto – Un’Ofelia in più sempre di Cervo (su regia di Alessio Pizzech), che gioca sull’innesto tra alcune accreditate teorie di Harold Bloom relstive alla genesi dell’Amleto e l’immaginario fantascientifico di Black Mirror “per dimostrare che la nostra epoca è molto più medievale di quanto noi possiamo immaginare”. Cast europeo ed africano e visione per soli 15 spettatori alla volta (il 13 ottobre a Vitorchiano).

Dedicato a Juan Rodolfo Wilcock (celebre scrittore argentino vissuto e morto a Lubriano, proprio nei pressi di Viterbo, nel 1978) è poi un altro evento che vede il direttore dei QdA impegnato in prima persona insieme con Lidija Dedovic (la più importante regista donna dell’area balcanica). Sto parlando de La strage di Parigi di Christopher Marlowe nella traduzione appunto di Wilcock che “come sappiamo era argentino e quindi usava l’italiano in modo molto raffinato. Ci ha lasciato le più belle traduzioni italiane del teatro elisabettiano. Questo è un testo anomalo, scritto in versi, non concluso e molto breve (vi si narrano i fatti della strage di San Bartolomeo, ndr) eppure la lingua è meravigliosa” (21 ottobre, ad Acquapendente).

Scorrendo il ricco programma del festival si rischia davvero di perdersi. Tanti gli appuntamenti, gli artisti, le iniziative collaterali legate alla fertile storia culturale di Viterbo. Se tra i nomi italiani figurano realtà come Muta Imago, Accademia degli Artefatti, Enzo Cosimi, Lino Musella, dall’Est Europa arriva la semplicità spiazzante di un autore/regista geniale come Árpád Schilling, che in Bitch (21 ottobre ad Acquapendente) racconta le relazioni affettive e i comportamenti umani più comuni con uno stile assolutamente originale. “Secondo quanto dice lo stesso Schilling, questo lavoro – chiarisce il direttore di QdA – esamina come le relazioni familiari portino a certe personalità e a certe caratteristiche. La storia è ambientata in un villaggio senza nome, un luogo qualsiasi tra Podgorica e la costa. C’è una donna che aspetta alla stazione, e poi quattro uomini compaiono lentamente. Ma in questo testo vediamo anche uomini che con semplicità chiamano ‘bitch’ una donna, solo perché non sono capaci di costruire una relazione con lei o perché lei non accetta il loro gioco. Lo spettacolo è un’indagine attraverso la quale si cerca di tirare fuori qualcosa sul passato di questi uomini, sulle loro relazioni con le donne, con altri uomini e con i loro padri. Ma la cosa più interessante per me è che si tratta di un lavoro di una semplicità estrema. Gli attori sono tutto e lo sono dentro una scrittura assolutamente post-moderna. Per cui risulta molto spinta l’ambiguità tra improvvisazione (cosa stia succedendo in un determinato momento) e scene preparate e provate. Anche questo titolo, insomma, è un ibrido”.

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E proprio all’Est l’edizione 22 del festival guarda con notevole interesse. Spiega ancora Cervo: “L’area dei Balcani è particolarmente presente quest’anno. In effetti è una regione europea dove c’è una grande preparazione accademica, ma dove la pedagogia mostra di non disdire affatto la sperimentazione. In tutte le importanti scuole teatrali europee presenti nella rassegna (che contempla un progetto ad hoc legato alla pedagogia teatrale ed artistica in senso più ampio, ndr) ho notato questa miscela di formazione classica e sensibilità post-drammatica, plurivocale. Cosa che qui da noi ancora stenta ad affermarsi”. Il motivo? “Penso sia una questione di risorse e di strumenti. Noi siamo un popolo molto creativo ma tendiamo a ripetere le novità culturali orecchiate all’estero; solo in alcuni casi entriamo nel dibattito culturale internazionale in modo convinto. E’ un problema connesso con il nostro sistema teatrale e soprattutto, oggi, con la regressione culturale registrabile in tutti i settori della nostra società”.  Eppure mettere insieme nuovo e Storia non solo sembra possibile ma anche auspicabile. Basta dare una letta alle iniziative non propriamente teatrali del festival per capire che il circolo cinquecentesco degli Spirituali di Viterbo non è poi così distante da Diabolik. “E’ una scommessa in cui credo ciecamente da sempre. Il passato e il presente sono in costante dialogo. In vent’anni di lavoro, abbiamo cercato di affermare questa convinzione con onestà e tanta voglia di osare”.  E il pubblico sembra aver risposto piuttosto bene. “L’anno scorso abbiamo avuto 10.000 spettatori paganti. Quest’anno mi auguro ovviamente di confermare questa bella adesione di pubblico ma soprattutto di avere dei riscontri positivi sulla progettualità. Un festival deve essere un laboratorio di idee e di sperimentazioni. Non tutte le operazioni messe in campo risulteranno riuscite, ma la cosa importante è poter azionare un cantiere produttivo ‘vivo’. Se ciò comporta il rischio di confezionare spettacoli non sempre belli, io lo corro volentieri”.

FESTIVAL QUARTIERI DELL’ARTE 2018

Viterbo 26 agosto / 24 ottobre

Fondatore: Gian Maria Cervo

Direttore artistico: Gian Maria Cervo

Condirettore: Alberto Bassetti

Associates della direzione artistica e responsabili ufficio organizzativo: Ilaria Ceci, Luigi Cosimelli e Riccardo Sinibaldi

Direttore Tecnico: Paolo Meglio

Responsabile degli allestimenti: Mattia Aprile

Coordinamento: Tobia Calevi, Davide Sacco, Vittorio Belmonte

Collaborazioni curatoriali: Enzo Bentivoglio, Simonetta Valtieri, Ginevra Bentivoglio, Manuel Anselmi, Francesco di Mauro, Federico Meschini, Davide Sarchioni, Isaco Praxolu, Mustafa Sabbagh, Francesco Aliperti, Giampaolo Seroni, Bruno Blanco, Antonio Rocca, Leila Tavi, Luciano Osbat, Giancarlo Baciarello, Tommaso Ponziani, Ferdinando Corrias, Valerie Shrimplin, Marcello Carriero, Fabio Vincenti, Stella Fanelli.

Per l’Accademia Nazionale di San Luca: Gianni Dessì, Francesco Moschini, Fabrizio Carinci, Anna Maria De Gregorio.

Per il Venerabile Collegio Inglese: Maurice Whitehead

Coordinatrice mostra “Reginald Pole, tra Michelangelo e Shakespeare”: Giulia Brugnoletti

Web e social media manager: Giulia Ballisai

Elettricista: Fabrizio D’Eletto

Grafica ed editing: Rocco Franceschi Arth Creative Italia

INFO E PRENOTAZIONI:

http://www.quartieridellarte.it



Categorie:Interviste, Novità, Performing Arts, Satura, Scena, Teatro

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