Caccia al teatro di qualità nella Brianza: un sabato sera al Festival Ultima Luna d’Estate

GILDA TENTORIO | «Quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace», scrive Manzoni (Promessi Sposi cap.XVII). Molti nasi all’insù scrutano strati grigi che si addensano minacciosi attorno a soffici nuvole di panna. Sono gli spettatori del Festival Ultima Luna d’Estate, in attesa. Gli habitué li riconosci subito dal passo sicuro e dagli accessori (copertina per i freddolosi e spray anti-zanzare). Salutano con larghi sorrisi gli organizzatori e dicono: «Per noi l’Ultima Luna è un rito, un modo di salutare l’estate», anzi «un ultimo regalo dell’estate». Qualcuno sfoglia il programma e scambia consigli: «Gin&Comic è senz’altro interessante, e poi voglio assaggiare il gin di Montevecchia!»; «non perdetevi Bebo Storti, che in Mai morti fa un fascistone irriducibile – e qui in Brianza ce ne sono tanti»; «ieri ho visto Anima Blu, una lezione d’arte bellissima su Chagall: sembrava di entrare nei suoi quadri!».  Un po’ discosti, gli “esploratori” della prima volta, si guardano in giro per ambientarsi. Intanto qualcuno ha scoperto un albero di fichi e condivide il dolce “bottino” con gli amici…

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Siamo a Bulciago: fuori dal Piccolo Museo delle Tradizioni Contadine si respira un clima di familiarità. Per sventare il rischio pioggia, Farsi silenzio si svolgerà all’interno del museo: un vecchio edificio rustico ristrutturato che conserva il sapore dell’antico, con i sassi a vista, gli attrezzi di una volta, la scala interna di legno. Al primo piano ci attendono il tecnico del suono Marco Mantovani e Marco Cacciola, che ci guiderà nelle sue storie. Qui, in questa casa di una volta, tutti attorno a un narratore, ci sentiamo “comunità”. C’è un elemento che di solito crea distanziamento e separazione, ma paradossalmente stasera servirà ad avvicinarci: le cuffie audio.
Così mi aveva spiegato Marco Cacciola in un’intervista recente: «Io racconto la mia storia come un aedo di oggi e suggerisco il teatro “attraverso la cuffia”, che rivela il mondo in un modo nuovo: grazie alla tecnologia, posso cambiare scena e luogo. Poiché oggi nella società delle immagini il senso della vista è quello predominante, io volevo dedicare il mio lavoro a questa porta più intima che è l’ascolto, una dimensione tra dentro e fuori, pubblico e privato, più sussurrata. Ognuno può reagire alla cuffia come vuole: c’è chi chiude gli occhi e “vede” dentro di sé, chi ascolta e si fa guidare per entrare in un altro mondo».

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In effetti si crea un’intimità particolare, perché Marco, pellegrino laico alla ricerca del sacro, mette a nudo la propria esperienza, accompagnato dai rumori di quel cammino, che ci fa rivivere nel qui e ora: il consiglio del Maestro Antonio Tarantino, il toccante ricordo del padre, gli incontri inattesi che lasciano il segno. Tutti lo seguiamo, docili e fiduciosi, quando ci guida all’esterno: è un momento lirico e intenso, che si regge sull’improvvisazione, una pausa per “ascoltare” il silenzio. Fuori, uno spicchio di tramonto fra le nuvole e la pioggia che batte sulle foglie. Un silenzio pieno di suoni. I nostri respiri, campane, automobili, perfino il rombo di un aereo interferiscono con la musica della pioggia: Marco registra per 4’ 33’’, un numero non casuale, che rinvia alla famosa composizione di John Cage, il musicista che dichiarò: «Il silenzio non esiste». Eppure in questo nostro “farci silenzio” insieme, abbiamo ricreato una tensione, un tentativo. Che sia questo il sacro? Quando però rientriamo, arriva il colpo di scena che, giocando sul doppio livello di verità e finzione, presenta il tema del fallimento come grimaldello per stimolare la nostra ricerca. Fallire, cioè errare nel duplice senso. In una sorta di staffetta, Marco invita a lasciare le nostre risposte, che verranno registrate e forse riusate nelle prossime tappe del progetto, in continuo mutamento proprio per la sua aspirazione alla non-completezza.

IMG_5868Ritroverò alcuni dei compagni di viaggio anche a Sirone, nella lunga coda che attende di entrare al cine-teatro parrocchiale, stracolmo. Tutti sono qui perché vogliono ridere insieme alla spumeggiante comica Debora Villa, che inizia ricordando quando «ai tempi degli pterodattili», prima dei suoi successi in Camera Café, Zelig, Colorado, conobbe l’organizzatore del Festival Luca Radaelli. Il tema infatti di One Woman Show sarà il tempo, l’età. Riesce subito a scaldare il pubblico dei «fieri autoctoni» e non, con cui il dialogo sarà continuo. Per saggiare il suo audience, fa un’indagine alla buona sulle fasce d’età presenti e, scoperto il “decano” della sala, gli dedicherà lo spettacolo: è Umberto, un bel signore che fra poco compirà 82 anni. Poi agli altri dice: «Io sono il vostro futuro: vi faccio la spoilerata su quello che vi succederà fra qualche annetto, e chi invece ci è già dentro, mi darà ragione». E comincia così, come un fiume in piena, a parlarci dell’età che avanza: le donne acquistano una «nuova dimensione gelatinosa» e gli uomini hanno la pancia ma si credono ancora dei fusti… Esilaranti le storie sui vecchietti in coda alla posta, «pagati dal governo per farci perdere tempo», l’amica con il cane husky di nome Giorgio, il robottino Rumba che dovrebbe pulire casa. Nel finale riesce a farci sorridere anche sulla morte, con le fantasie sul funerale e il possibile epitaffio per fare dispetto a quelli che restano.

IMG_6023Alcuni nottambuli affrontano il buio delle strade per raggiungere l’ultima tappa della serata a Sirtori. La notte si concluderà nel segno di Dino Buzzati, con Misteri, letture di Renata Coluccini, accompagnata al contrabbasso e chitarra da Enrico Fagnoni. A causa della pioggia, la location non è la bella Cascina Ceregallo, ma la musica ricreata da Fagnoni, i giochi di ombre sulle pareti, e soprattutto la lingua di Buzzati, riescono a emozionare. Il commento musicale sottolinea, spezza, scivola, è un battito o una vibrazione, mentre gli arabeschi di parole disegnano le splendide storie di Buzzati.

IMG_6037«È il Maestro dell’inquietudine e della sospensione, attualissimo per questi nostri tempi inquieti, grazie alla sua lingua, cosparsa di malinconia e ironia, ma così esatta, anche quando fa esplodere il fantastico, e capace perciò di fare il miracolo», ci dice entusiasta la Coluccini, che nella sua carriera artistica ha uno sguardo attento anche al valore educativo del teatro. Ci porta nell’atmosfera esotica di attesa dei Sette Messaggeri, e la scoperta del narratore che «non esistono frontiere» sembra che parli all’oggi. Segue la malinconica dichiarazione di un amore impossibile sul filo dell’incomunicabilità (Inviti superflui) e la “fiaba moderna” del Colombre, che in poche pagine racchiude il mistero della vita e della felicità.

Mezzanotte passata. Strade deserte nella Brianza bagnata dalla pioggia. È bello sapere che ci sono punti caldi di incontri teatrali in questa terra di provincia che ti sorprende.



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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