Se a danzare sono le parole: a Roma l’originale Antonio e Cleopatra di Tiago Rodrigues

DALILA D’AMICO e LAURA NOVELLI | LN: E’ una sorta di poema raccontato e danzato. Un soffio di parole, frasi che tornano, immagini ripetute, anticipate, evocate. Non c’è più la cronaca storica di Plutarco. Non c’è più la dilatazione tragica di Shakespeare. Non c’è più la sontuosità filmica di Mankiewicz. rodriguesfoto1Tuttavia nell’António e Cleópatra del portoghese Tiago Rodrigues – spettacolo di punta del festival di Avignone nel 2016 presentato in prima nazionale qualche sera fa a La Pelanda di Roma nell’ambito di Short Theatre 2018 – troviamo, dentro le insenature di una riscrittura totalmente originale, detriti che provengono da quelle importanti fonti e che arrivano a noi mutuati dalla garbata eleganza di uno sguardo sghembo, nuovo, inatteso. Detriti rarefatti. Inseriti nella semplicità astratta e insieme materica di un passo a due in cui gli interpreti, i danzatori Sofia Dias e Vitor Roriz (entrambi molto bravi), vestono abiti contemporanei per raccontare una ben nota vicenda di amore, morte e politica che si sposta dal piano della ‘Storia’ a quello, più intimo, della comunicazione interpersonale, delle relazioni di coppia, dell’incontro con l’altro. Sofia/Cleopatra ‘dice’ i gesti e i pensieri di Vitor/Antonio e Vitor/Antonio ‘dice’ i gesti e i pensieri di Sofia/Cleopatra. La prima si riflette nel secondo e viceversa. L’una è sostanza dell’altro e viceversa. “Cleopatra inspira”. “Antonio espira”. “Cleopatra espira”. “Antonio espira”.  Nella geometria quasi elementare dei loro movimenti cauti e ben studiati, essi non rappresentano delle ‘attualizzazioni’ dei due grandi personaggi storici. Tanto meno delle controparti stranianti, polemiche, sovversive. Sembrano semmai delle ombre, degli archetipi: l’anima della regina d’Egitto e quella del triumviro romano. Anime fabulatorie. Dialettiche. Tanto più che la loro più intima natura è una natura precipuamente linguistica. E lo dimostra il fatto che qui la lingua – un portoghese musicale e lirico – sorregge l’intera impalcatura della pièce. Si fa carne. Plastica. Visione.

DD: Del resto le trame del linguaggio e della memoria accompagnano da sempre il lavoro di Tiago Rodrigues. Con By Heart, sullo stesso palco di Short Theatre di due anni fa, l’autore aveva indagato il tema della memoria, intesa come testimonianza storica e insieme valvola di riattivazione del ricordo, ‘costringendo’ dieci spettatori a imparare i versi del sonetto numero 30 di Shakespeare. In questa edizione è l’atto linguistico ad imporsi al centro della scena: la parola quasi spogliata dalla sua valenza significante per attestarsi in quanto materia vocalica, puro suono.  Gran parte della pièce vede l’uso della terza persona per raccontare il compagno di scena in una partitura ripetitiva che solo in qualche raro momento diventa scambio dialogico io-tu. Svestita la scena di qualsiasi rimando contestuale, negata l’interpretazione e ridotta al minimo l’azione, sentimenti, stati e umori dei due personaggi prendono vita esclusivamente attraverso le sonorità vocaliche dei due performer.

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DD e LN: Emblematica in questo senso una delle sequenze finali dello spettacolo, quando Antonio in fin di vita è trainato da Cleopatra in cima ad una torre con una corda: disposti in proscenio uno davanti all’altro ma distanti, gli interpreti pronuncino con tonalità diverse parole che si sbriciolano in altre, che confluiscono in altre, come in una fuga musicale sempre più concitata. Lo sforzo della salita, il sangue gocciolante dal ventre di Antonio, lo strazio di perdersi, si trasfigurano in un effluvio di assonanze, consonanze e rime che trascinano lo spettatore quasi in uno stato di trans. Invitati a sentire (nella doppia valenza di ascoltare e empatizzare) piuttosto che vedere, superiamo così anche la distanza da una lingua non conosciuta. Non ci è possibile immedesimarci né tenerci a distanza. Siamo in bilico. Tra loro e noi stessi. L’autore sembra affondare la propria ricerca nelle strutture semantiche e semiotiche che tracciano percorsi relazionali tra l’io e l’altro. Segni, simboli, suoni che consentono di “restare insieme”, aldilà della vicinanza spaziale, temporale e culturale. Una mescolanza che si attesta con forza nel continuo scambio identitario tra i due performer.

LN: Anche l’impianto scenico accondiscende questo incessante guardarsi e raccontarsi. Lo spazio che  ospita i personaggi (a firma di Ângela Rocha) rimanda ad un astrattismo che ricorda per molti versi le opere di Alexander Calder. Il palcoscenico è vuoto, abitato solo da cerchi colorati appesi a strutture metalliche leggere e da un giradischi dove rifugiarsi per i ‘fuori scena’. Quei cerchi lucidi amplificano il gioco di specchi e i rimandi identitari che la passione innesca partendo dal dire. E confermano ancora meglio che l’energia vera di questo lavoro sta proprio in un linguaggio capace di costruire,  sotto i nostri occhi, un amore presente, evenemenziale direi, sempre più consapevole e insieme ancora neonato.

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DD e LN: O forse un amore dipendente, che è al contempo condanna e forza di un presente votato all’individualismo come il nostro. Ed è proprio l’ossimoro di questi corpi che scrivono una vicenda sentimentale priva – volutamente – di fisicità, di contatto profondo, di simbiosi comunicativa ad insinuare il dubbio che nella sostanza di questo lavoro si annidi una sorta di ‘monito’. Lo spettacolo offre l’opportunità di riflettere sull’attuale impossibilità di immedesimarsi nei sentimenti altrui concomitante all’arroganza di prendere costantemente parola per l’altro. Su un conflitto di interesse tra il patire insieme e l’annullarsi, tra l’autodeterminazione e la schiavitù. Un invito forse a cercare l’incontro e abbattere le barriere geografiche tra noi e lo straniero, Oriente e Occidente, Egitto e Roma, individuo e individuo. Non è infatti un caso che questa tredicesima edizione di Short sia stata inaugurata da un altro lavoro di Rodrigues, Pericolo felice, in cui sedici giovani allievi de l’École des Maîtres sono stati guidati, in un impasto plurilinguistico quanto mai emblematico, proprio alla scoperta dei sentimenti altrui, alla comprensione delle ‘lingue’ non proprie, della gioia (come suggerisce il titolo) dell’essere in sintonia con l’umano. Valori che oggi, nel brutale scenario politico- sociale che ci circonda, non dovremmo mai stancarci di difendere.

António e Cleópatra

testo Tiago Rodrigues, con citazioni da António e Cleópatra di William Shakespeare
regia Tiago Rodrigues
con Sofia Dias e Vítor Roriz
scenografia Ângela Rocha
costumi Ângela Rocha, Magda Bizarro
disegno di luz Nuno Meira
estratti musicali dalla colonna sonora del film Cleópatra (1963) de Alex North
collaborazione artistica Maria João Serrão, Thomas Walgrave
allestimento del palco Decor Galamba
traduzione inglese Joana Frazão
produzione esecutiva Rita Forjaz
produzione esecutiva nella creazione originale Magda Bizarro, Rita Mendes
produzione TNDM II dalla creazione originale della compagnia Mundo Perfeito
coproduzione Centro Cultural de Belém, Centro Cultural Vila Flor, Temps d’Images
residenza artistica Teatro do Campo Alegre, TNSJ, Alkantara
ringraziamenti Ana Mónica, Ângelo Rocha, Carlos Mendonça, Luísa Taveira, Manuela Santos, Toninho Neto, Rui Carvalho Homem,  Salvador Santos, Bomba Suicida
con il sopporto Museu de Marinha

Roma, Short Theatre 2018 – La Pelanda,  6 e 7 settembre  2018

 



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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