Festival Opera Prima: fra maestri e nuove generazioni – 1a parte

RENZO FRANCABANDERA | La logica sottostante l’edizione 2018 di Festival Opera Prima a Rovigo è stata quella di avvicinare generazioni artistiche diverse, presentando al pubblico non un “come eravamo” nostalgico, ma un dialogo fra creatori della scena che hanno un posto nel panorama nazionale e giovani da loro segnalati o scelti attraverso bandi, che hanno idee da proporre ad un pubblico nuovo, a cui non sempre hanno possibilità di accedere facilmente. Alla base di tutto, dunque, l’idea rivoluzionaria della “raccomandazione di qualità”, la segnalazione di merito, che ha portato nella giornata di giovedì ad assistere ad un lavoro degli Artefatti / Fabrizio Arcuri (in questo caso in una coproduzione con Florian-Metateatro) e Filippo Ceredi, con Between Me and P. segnalato appunto dal regista.

Dopo il debutto a Danae Festival 2016 e il lancio nazionale a Santarcangelo 2017, la creazione di Ceredi, con diverse decine di repliche all’attivo, continua a coinvolgere ed emozionare il pubblico. Una proposta che nasce dall’esigenza soggetiva di riappropriazione da parte dell’artista di una storia famigliare, la sparizione volontaria di Pietro suo fratello nel 1987 all’età di 22 anni. Dopo venticinque anni Filippo, racconta il percorso di ricerca compiuto, sia nel tentativo di rimettersi comunque sulle tracce del fratello, sia di capire le ragioni profonde della sua scelta, vivendo fino in fondo quella assenza silenziosa ma ricca di una personalità complessa e tormentata dal suo tempo, dal sentire, dal credere in un sistema di idee in una visione del mondo. Ceredi, artista e videomaker, formatosi alle arti sceniche con il Teatro delle Moire ma, possiamo dire con tranquillità, non certamente un attore in questo momento del suo percorso artistico, evita proprio di giocare sul tema dell’attoralità: è se stesso, evita di rivolgere la parola al pubblico e propone la vicenda schiudendo un diario multimediale di famiglia, proposto al pubblico con una videoproiezione a schermo e poche azioni fisiche, coerenti con una narrazione multimediale che supera intergralmente la questione della recitazione. Between me and P., proprio in quanto opera non romanzata, gioca su un postulato di verità che poi è quello che incontra fin dall’inizio lo spazio emotivo degli spettatori.

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foto Margherita Cenni

Probabilmente Ceredi avrebbe potuto anche raccontare la vicenda in modo spersonalizzato, eliminando quello che è inevitabile venga letto come un rimando psicologico al tema dell’assenza; ma è chiaro, prendendo parte alla creazione, che l’opera non può che avere quella forma, dati questi ingredienti soggettivi ed oggettivi della formazione personale e della vicenda familiare. Ed è una forma intimamente giusta, che parla con intensità al pubblico, pur senza parlare. Lo spettatore riconosce proprio l’onestà dell’operazione, rilegge quegli anni senza giudizi sulla Storia, e con tutti gli interrogativi aperti su quanto la scelta morale individuale sia qualcosa a cui si finisce per non essere pronti, specie quando questa si trasforma, da lettura di vicende altrui sui giornali, in vicenda familiare propria.
Pietro è diventato un monaco sufi, o un foreign fighter per la libertà di qualche popolo oppresso? Ha seguito la sua indole spirituale o quella combattente? Ha cercato la solitudine o di sparire mescolandosi all’umanità oppressa? Un’opera prima, per molti versi meta-teatrale, che merita di essere proposta. Qui di seguito è possibile ascoltare una video intervista a Ceredi.

Mantiene il crisma dell’intimita’ anche Hey, Kitty! performance fra danza e videoarte che nasce a partire da Il diario di Anna Frank e da una poesia scritta da una ragazzina di 12 anni, di cui non si conosce il nome. Rima Pipoyan è una giovane danzatrice armena, diplomatasi nel 2006 presso lo Yerevan State College of Coreography come coreografa e danzatrice, che dal 2012 insegna danza e cura il corso universitario in regia coreografica. L’artista propone una creazione che unisce e racconta, ad uno sguardo attento, non solo la vicenda di per se stessa, ma anche cosa siano oggi l’arte e il linguaggio nella sua terra, fra rigidità della tradizione e pulsione verso il rinnovamento.
SV__0080.jpgQuesta dicotomia, che al nostro occhio rimanda a scelte che l’Europa Occidentale ha compiuto diversi decenni fa, ci porta al ruolo dell’artista nella società e al fatto che quello che per uno spettatore della società aperta e plurale appare un dato estetico consolidato, per molti in altre parti del mondo è una frontiera semiotica, una soglia del linguaggio, che ancora deve essere varcata, ammesso che questo passo sia poi effettivamente necessario e utile.
Le azioni che prendono vita nella performance si sviluppano su due piani: sul palcoscenico l’artista in un solo di danza fra movimento classico e tensione alla libertà del gesto, e sullo schermo una serie di inserti filmici in in bianco e nero opera di Davit Grigoryan, intonati alla cinematografia espressionista anni Trenta. Mentre il gesto della danzatrice è temporalmente corretto e diacronico, il film si svolge invece al contrario.

Arriviamo infine a quello che nella giornata di giovedì è stato il lavoro conclusivo, frutto della collaborazione di due esperienze teatrali consolidate del panorama italiano, ovvero Accademia degli Artefatti e Florian Metateatro. Gli Artefatti sotto la guida di Fabrizio Arcuri, dall’inizio degli anni Novanta hanno sempre lavorato alla contaminazioni fra arte figurativa, performance e installazioni, muovendosi dentro una cifra stilistica che ha attraversato il teatro e i suoi postulati, e cercando non di rado di metterli in crisi e dare allo spettatore un senso di spiazzamento rispetto alla visione, sia con riguardo alle scelte registico-attorali che scenografico-musicali.
In questo lavoro gli Artefatti uniscono la loro esperienza a FLORIAN METATEATRO, Centro di produzione teatrale che riunisce l‘attività del Florian di Pescara, guidato da Giulia Basel e Massimo Vellaccio, e il Metateatro di Pippo di Marca fra i protagonisti dell‘avanguardia teatrale degli anni Sessanta. In scena La chiave dell’ascensore, un testo di Ágota Kristóf di cui trovate a questo link il copione.
Si tratta di un’opera teatrale del 77, la storiadi una donna tenuta sotto sequestro dal proprio marito architetto che costruisce per loro una casa lontano dalla città, recludendola di fatto per il mezzo di un ascensore, unica via d’uscita dall’abitazione. Il delirio dell’uomo proseguirà poi con l’aiuto di un medico compiacente, grazie al quale in una sorta di Boxing Helena, infierirà via via su di lei, sottoponendola a orrende mutilazioni, fino a privarla dell’uso delle gambe e a renderla cieca. Solo la voce resterà alla donna, per gridare la sua orribile storia, esattamente come la principessa della fiabe che precede questa vicenda, nell’opera della Kristóf, creando una similitudine fra due vite sacrificate.

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La scena che gli spettatori hanno davanti segna una netta separazione fra loro e l’azione in cui si muove la protagonista, dapprima in un mondo fatato, chiuso dentro l’effetto del fumogeno, e poi nella abitazione in cui è reclusa. Una finestra/cornice da cui osserva senza che qualcuno poter accedere al quadro. Come è inaccessibile fisicamente il luogo fiabesco così lo è la prigione, una barriera che separa fantasia e realtà e che rischia di essere una provincia della follia. Ed a tratti è quello che la recitazione di Anna Paola Vellaccio prova a raccontare, prima di spalle, forse per ricordarci che i protagonisti delle fiabe sono spesso senza volto nella nostra immaginazione; poi di fronte, nel racconto della moglie imprigionata.
Una luce calda, color crema, come gli abiti della principessa, i suoi lunghi capelli biondi. La musica è un riff ossessivo, ripetuto, che troverà la sua ragione ovviamente nella seconda parte. La voce della principessa è rifratta in una eco che quasi ne fa perdere il senso. Il riverbero si annullerà poi nel passaggio dal fiabesco al realistico, in cui la protagonista rimarrà comunque negli abiti della pricipessa reclusa, volgendo però lo sguardo e il volto al pubblico e guadagnando il movimento, che invece nella fiaba quasi non aveva.
Evidentemente la regia gioca sui temi della fissità, della reclusione, del blocco fisico. Lo spazio immaginario che le luci disegnano crea una profondità emotiva che in qualche occasione diventa un po’ troppo esplicativa, ma nel complesso rende una profondità di piani ricca, l’unico elemento visivo concesso allo spettatore per creare un luogo, un’ambientazione.
La recita ha toni che virano verso l’espressionista, senza che questa cifra connoti però la scelta sull’attore, e cerca un equilibrio sulle scelte simboliche, quasi kafkiane, che però non riescono a donare una leggibilità profonda ed un pathos reale, in particolar modo nella seconda parte, mentre la prima, quella della fiaba, risulta assai faticosa per il riverbero sonoro, che quasi ne inibisce la compresione.
Ci si potrebbe lavorare forse con piccoli ma essenziali accorgimenti, in modo da dare al pubblico elementi di dialogo e confronto con i macrotemi dell’allestimento. Diversamente, si rischia di fermarsi a poche scelte che, alla lunga, anche in ragione di un testo già di suo insistito, finiscono per avvicinare didascalie nel raddoppio di senso con la parola.

LA CHIAVE DELL‘ASCENSORE

durata 50′

*generazioni

con Anna Paola Vellaccio
regia e allestimento Fabrizio Arcuri
foto di scena Roberta Verzella, Tiziano Lonta
una coproduzione Florian Metateatro / Accademia degli Artefatti

BETWEEN ME AND P.

durata 70′

*opera prima
segnalata da ARTEFATTI

di e con Filippo Michelangelo Ceredi
tutor Daria Deflorian, nell’ambito della residenza Officina LachesiLAB
accompagnamento alla realizzazione Alessandra De Santis e Attilio Nicoli Cristiani
accompagnamento alla coreografia Cinzia Delorenzi
foto di Margherita Cenni
produzione Filippo Michelangelo Ceredi, Teatro delle Moire / Danae Festival – 2016
con il sostegno di ZONA K

HEY,KITTY!

prima nazionale >

durata 35′

*bando opera prima

con Rima Pipoyan
musiche originali Anna Segal
Idea, coreografia, libretto e regia Rima Pipoyan
film diretto da Davit Grigoryan
con il contributo di “Choreography Development” Educational and Cultural Foundation

Raccogli rose e non dimenticarmi
Anne Frank



Categorie:Arte e psicanalisi, Cultura e società, Danza, Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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