Balasso e la comunicazione teatrale: il senso del comico per le fake news. L’intervista

GIAMBATTISTA MARCHETTO | Mentre è in prova a Torino per l’allestimento dell’Arlecchino servitore di due padroni diretto da Valerio Binasco, che debutterà a ottobre al Carignano, Natalino Balasso lancia sulla Rete un nuovo progetto di “relazione disintermediata” con lo spettatore/ascoltatore/internauta che rappresenta da tempo uno degli interlocutori di riferimento per l’autore-attore polesano.

Questa volta Balasso lancia un format differente. REDBOX è infatti un programma web settimanale “di resistenza comica”, nel quale l’autore affronta i paradossi della comunicazione umana. “Uno show ruvido – chiarisce Balasso – durante il quale, come in una stand up incorniciata da manufatti sbilenchi, inframezzata da canzoni sbilenche, commento i titoli dei giornali trascurati, quelli a cui abbiamo dato solo una scorsa, convinto che sia proprio lì che si annidi la chiave per la comprensione dei mutamenti della nostra civiltà”.

Ecco la prima puntata pubblicata un paio di settimane fa.

Gli elementi dello show-monologo – sintetizzati dall’autore – sono “il commento degli umani comportamenti, il commento dei titoli di giornale che rischiano di passare in secondo piano per via della loro apparente futilità, telefonate di ascoltatori bisognosi di aiuto a cui elargisco soluzioni come se piovesse, le canzoni inspiegabili dei Cugini di Balasso, una formazione di musicisti che hanno suonato al conservatorio ma hanno trovato chiuso, le opinioni di un opinionista dall’incancellabile accento veneto e dalle solide premesse, un finale affidato a Trump e Putin che cantano il rap finale, una canzone di 175 strofe rimate a cane zoppo (3 rime su 4) che si dipanerà a puntate durante i sette appuntamenti”.

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REDBOX – nato online il 7 settembre – è dunque un percorso in sette settimane che parte dal canale YouTube di Balasso (TeleBalasso) per poi allargarsi alla sua pagina Facebook, a un account Instagram, a Vimeo e ad altre piattaforme.

E dato che questa nuova operazione forse teatrale, progettata da un intellettuale “disorganico” nascosto in un attore (comico e drammatico ad un tempo), interpella il concetto di relazione con lo spettatore e con il concetto stesso di performance, abbiamo voluto approfondire – si fa per dire – il percorso di Redbox in dialogo con l’autore.

Balasso, di cosa parliamo?

Delle solite cose… di cosa vogliamo parlare se non ci intendiamo, se non abbiamo una cultura condivisa che ci permetta di leggere una cosa senza pregiudizi? Parliamo di e con slogan. Come i titoli dei giornali. L’effetto slogan non riguarda solo ‘la gente’, ma anche ‘i pensatori’.

Cosa c’entrano i titoli dei giornali?

Forse dovremmo chiederci come mai una volta i lettori cercavano i giornali e oggi i giornali sono in cerca di lettori. Se il giornale online ha minuto per minuto i flussi di interesse del pubblico dei confronti di un articolo, valgono di più gli articoli che fanno più click e commenti. E allora questo significa che l’informazione segue la pancia o l’onda emotiva, perché porta lettori, mentre è difficile pensare un racconto dei fatti.
Questi processi non riguardano solo il gossip, ma qualunque titolo deve essere gossippizzato per attrarre. Se scrivo ‘Salvini discute le affermazioni di Renzi’ è diverso da ‘Salvini attacca Renzi’. Questa trazione scandalistica diventa sempre più forte anche nei giornali di carta, che sparano come notizie contenuti che qualcuno leggeva solo al mare o nelle sale d’attesa… così Supercafonal viene spacciato come termometro della società, quando sappiamo che i lettori cercano i topless.

Quindi chi scrive insegue chi legge?

E se quello è il livello delle letture, mi sembra evidente che il problema non è la qualità di quello che ‘la gente’ scrive sui Social. Semmai il problema è quanto tempo ‘la gente’ passa a scrivere. Una volta molti scrivevano male uguale, solo che non passavano la giornata a scrivere. Oggi con il telefonino tutti scrivono, tanto e male.

Non ti piace la democratizzazione della scrittura?

Non è questo. Forse deve cambiare l’approccio ai Social e comunque a tutti i grandi canali di comunicazione di massa, perché sennò facciamo confusione. Il pensiero espresso sui Social, in teoria, dovrebbe esser trattato come una cosa detta al bar a un amico. Il giornalista al bar poteva fare uno scoop e raccogliere un’indiscrezione, ma c’era la percezione di qualcosa che abbassava il tono. Adesso è il contrario, anche perché i fatti sono le dichiarazioni e le dichiarazioni vengono trattate come fatti senza considerare la loro realizzazione. Ad esempio sui vaccini si sono sollevate mille dichiarazioni e poi non è cambiato nulla.
Questo non vale per il Governo di oggi, vale per gli ultimi vent’anni. Da vent’anni le prime dieci notizie in un Tg sono dichiarazioni… E ormai pure lo sport non si gioca sul campo, ma con tutte le dichiarazioni successive.

Dove è finito il concetto di ‘verità’ che Pulitzer sosteneva essere il faro del giornalismo?

Io credo che abbia vinto la sofistica!
Oggi il movimento dominante è la sofistica. Cioè ti dimostro che sapendo ragionare bene posso dire tutto e il contrario di tutto, perché la gente è affascinata dal mio racconto e non dal contenuto.
Mi colpiscono alcuni incidenti giornalistici che hanno visto autorevoli testate pubblicare notizie infondate, quando sarebbe bastata una veloce analisi delle fonti: forse dipende dalla velocità, forse dalla necessità di avere un racconto che vende. Il punto è che non è vero che una notizia posso darla io come può darla un giornalista, perché dovrei dimostrare che perdo un po’ del mio tempo a telefonare, consultare le fonti, verificare le informazioni… se però questo non avviene più nelle redazioni, allora ecco che oggi posso aprire un blog e se, utilizzando lanci di agenzia, diventassi famoso come Mentana, allora diventerei autorevole come Mentana.

La domanda sorge spontanea: cosa è l’autorevolezza? O cosa è rimasto dell’autorevolezza?

Oggi è davvero difficile. Siamo appunto in questo momento di confusione comunicativa. Proseguendo il percorso avviato con ‘VelodiMaya’, con Redbox cerco appunto di mettere in risalto le evoluzioni o circonvoluzioni del nostro pensiero rispetto al racconto del quotidiano. Un racconto di cui non siamo semplici spettatori, ma anche creatori. Perché in questa fiera multicolore, all’apparenza anche piacevole, l’autorevolezza la conferiscono i numeri… ma che autorità hanno i follower per conferire autorevolezza?

E quindi? Dove sta il problema?

È sempre il solito… torniamo alle elementari.

Le scuole elementari? È un problema di educazione?

Tutto nasce dalla Prussia! Il problema è che la scuola come concepita da noi è una scuola prussiana, che serve a formare gli abitanti di una nazione che si sentano tutti partecipi della nazione e quindi a raggiungere una media. Le persone devono diventare medie e tutte abbastanza simili.
Steiner era un matto, ma le scuole steineriane sono interessanti, come quelle che applicano il metodo Montessori (ma di solito sono entrambe privatistiche e abbastanza costose), e pure gli insegnanti che cercano un modo nuovo di approcciare i ragazzi sono pochi e in genere osteggiati. Eppure credo che dovremmo liberare di più il pensiero. O forse basterebbe spender più soldi per la scuola.

Tornando al rapporto con il web, a scuola dovrebbero insegnare come funzionano i motori di ricerca e le visualizzazioni sui Social?

La nostra comprensione del mondo è legata a quello che abbiamo imparato del mondo. Soprattutto giova imparare a imparare, trovare un nostro modo di cercare le cose. Capire come funziona un motore di ricerca aprirebbe dei mondi più vasti.

Il tuo lavoro – in teatro e sul web con Redbox – ha un intento pedagogico?

Sotto tortura non risponderei a questa domanda…
Se mostro un racconto del mondo, secondo la mia visione, non per questo voglio dare un insegnamento o partecipare alla crescita di qualcuno. Mi limito ai fatti.

Se non c’è pedagogia teatrale, a cosa serve Redbox?

La mia intenzione è divertire il popolo, questa è la mission!
Poi credo che un discorso pedagogico sarebbe una usurpazione. Krshinamurti diceva: sono stato illuminato, mi sono liberato e voglio dare agli altri l’illuminazione. Quel tipo di misticismo non mi appartiene. Magari fossi in grado di insegnare qualcosa a qualcuno!

Come si cambiano le parole del racconto del mondo?

Sempre con un discorso complesso. Non credo alle semplificazioni.
Di solito una molla di cambiamento è un vantaggio commerciale che si lega a un’idea, ma pur credendo alle buone intenzioni di Google e Amazon gli ideali cozzano con i budget enormi delle multinazionali. Oppure ci può esser un movimento dal basso: si pensi all’esempio del Movimento 5stelle, che non va sottovalutato perché nasce da un’esigenza di rigore e onestà dopo decenni di speranze disattese, ma poi i mutamenti economici e politici sono governati a un livello istituzionale più alto e mettere insieme questo con il movimentismo non è facile, si cade nelle contraddizioni che oggi vediamo. Son le stesse contraddizioni viste in sindacati i cui vertici guadagnavano 30mila euro al mese…

Allora una risposta può venire dal l’istituzione astratta o dal piccolo sistema locale?

Henri Laborit diceva alla fine quello che avviene nel grande non è altro che quello che avviene nel piccolo, e il piccolo diventa servo-meccanismo del grande. Credo sia interessante avere una visione globale, che però sia una rete efficace (non come l’Onu dove ognuno fa quel che vuole). Parlando di città, c’è più speranza forse per le piccole città di provincia, dove la comunità funziona a prescindere da chi governa. Ma le città non sono universi chiusi, il piccolo deve avere coscienza del grande perché inevitabilmente è in relazione con esso: una città è attraversata da fiumi che nascono altrove, è luogo di visita e di accoglienza di stranieri… Se il mio fegato andasse per i fatti suoi, il corpo intero non funzionerebbe.

Redbox ha un taglio politico?

Io non voglio fare il ballerino al Bolshoi, perché so che funzionerei male. E non voglio far il politico, perché sono un mentitore.
Redbox è però un progetto che parla di politica. Affronta i nodi paradossali della nostra organizzazione come comunità: anziché valorizzare quello in cui ciascuno funziona meglio, diamo un valore economico alle funzioni. Un bravo chirurgo può fare operazioni complesse, ma non necessariamente questo si associa a una bella casa, ma lo stesso vale per un bravo attore o un bravo meccanico o un bravo calciatore… E così si creano scale valoriali anziché funzionali, nelle quali sta sopra chi ha più valore anche se non necessariamente funziona meglio. Il denaro diventa il perno del valore e la gente preferisce i soldi alla salute, perché con i soldi posso comprare le cure. E quindi non si vive bene nell’intento di fare soldi presumendo di poter vivere bene.

E quindi?

Ma pensi che io possa avere una soluzione dei problemi che tiro fuori?
Mi viene in mente quello stato cinese nel quale hanno preso una decisione geniale: dato che tutti i ristoranti servivano trota salmonata come fosse salmone, anziché dire che tutti sbagliano hanno deciso che tutte le trote salmonate sono salmoni. Ecco mi sembra che tendiamo a far questo.

Pensi che si possa generare un cambiamento dalle parole che rivolgi al pubblico? O il teatro (o la Redbox) rimane solo una bolla in cui si parla ma poi non cambia nulla?

Non credo si generi il cambiamento, altrimenti dovrei esser il primo a cambiare!
Comunque se 20 persone su mille percepiscono qualcosa, allora qualcosa è successo. E meno male che la gente non capisce, sennò non ci sarebbe più bisogno di comici.

REDBOX seconda puntata


@gbmarchetto



Categorie:Cultura digitale, Cultura e società, Interviste, Novità, punti di vista, Satura, Scena, Teatro, Televisione

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