Ai porti chiusi rispondiamo con gli ani aperti: Pleasure Body di Giorgia Ohanesian Nardin

DALILA D’AMICO| Il 13 e il 14 Settembre Short Theatre ha ospitato Pleasure Body, workshop diretto dalla coreografa e performer Giorgia Ohanesian Nardin. Due giornate dedicate alla celebrazione dei corpi queer, femme, trans, non binari, etnicamente ambigui, resilienti e militanti + +. Scrive l’artista “Pleasure Body è un invito alla resistenza, una proposta di riscatto autodeterminante dei corpi dal trauma bianco, patriarcale, cis-etero”. In poco più di otto ore Giorgia Ohanesian Nardin ci avvolge in un paesaggio complesso in cui l’io non prende forma se non in relazione ad un noi, il personale è politico, le trame sistemiche che ci “etero-dirigono” ogni giorno trovano peso nel corpo, nel nostro, le riconosciamo e cerchiamo di scioglierle. Il corpo diventa obiettivo, origine e specchio di discorsi teorici complessi che non posso che restituire se non attraverso la mia personale esperienza, l’angolazione fisica, culturale ed emotiva dalla quale l’ho vissuta.

Vengo accolta sul palco del Teatro India, che in quell’occasione profuma di salvia, di cera che cola dalle candele ai suoi margini, in un’atmosfera curata e avvolgente. Ci presentiamo e sin da subito ci è richiesto quale pronome preferiamo si usi parlando di noi: lei o lui è un’attestazione di esistenza, non posso dedurla dall’apparenza dei miei compagn* di viaggio. Man mano che entriamo in confidenza, la riflessione sulle soggettività ai margini, si interseca a esercizi di ascolto del piacere e a pratiche delle culture SWANA (South West Asian and North African) di cui l’artista è discendente. Sin da subito Giorgia ammonisce qualsiasi pratica di esotizzazione di culture altrui: “lavoreremo con alcune pratiche di questa cultura, perché é radicata nel mio corpo e fa parte del mio posizionamento geopolitco e culturale. Siate dunque consapevoli della vostra distanza, non sentitevi frustrat* se non trovate risposte nel vostro corpo, non appropriatevi indebitamente di qualcosa che non vi può appartenere al di fuori di questo spazio.

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Punti nevralgici delle danze/pratiche rituali SWANA ci spiega, sono: la celebrazione dell’adipe, l’ascolto delle parti molli e liquide del corpo, il rilassamento dello psoas, un muscolo che origina dalla dodicesima vertebra toracica e giunge fino al di sotto del legamento inguinale. Muscolo, ci dice Giorgia, responsabile di assimilare le tensioni provocate da esperienze che in qualche modo ci fanno sentire sotto attacco e in pericolo. Rilassare questa parte del nostro corpo si traduce quindi in una forma di resistenza alle aggressioni esterne. Prendersi cura del sé e del noi, fermarsi nel riposo, vuol dire creare attrito in un sistema che ci spinge all’individualismo estremo e a un frenetico movimento che trova senso solo quando produttivo. Lavoriamo sull’incontro, Giorgia ci spinge, sempre con estrema cura e dolcezza, ad ascoltare piaceri, desideri e umori del nostro e dell’altro corpo. Ci muoviamo, ci esploriamo, ci rilassiamo solo se ne abbiamo voglia, solo se i nostri compagn* ce ne danno il consenso.

Lasciare che il mio corpo venga accarezzato, massaggiato, odorato mentre ascolto desideri e bisogni degli altr* fa sprofondare al di sotto della mia pelle qualcosa che fino ad allora avevo solo intellettualizzato: IL POTERE nei termini di Foucault. “Ciascuno è l’avversario di qualcuno” scriveva il filosofo. Chiedere e dare consenso, implica interrogarsi sulla propria posizione (fisica, culturale, sociale, politica) rispetto a quella degli altr*: Sono una donna, bianca e occidentale e per muovermi in questo spazio e relazionarmi con le persone che lo attraversano devo tenerlo a mente, consapevole dei privilegi che ne derivano, ossia delle concessioni e dei vantaggi che si sono sedimentati sulla mia pelle e sulla mia persona in maniera totalmente gratuita e casuale. Questo tentativo di entrare in contatto con l’altra persona e allo stesso tempo prenderne le distanze per capirla e capirmi meglio, mi consente di sperimentare sulla carne le dinamiche tra oppressori e oppressi che costantemente e a più livelli sono performate nelle nostre quotidianità. In un flusso vorticoso ci smascheriamo tutti* contemporaneamente oppressori e oppressi.

Dalla mia posizione di donna bianca e occidentale opprimo quando mi servo del mio privilegio a discapito di un’altra persona che non ne gode. Quando assumo la commiserazione come misura di relazione con chi non ha i miei privilegi. Quando alla bancarella negozio un prezzo già basso di una collana lavorata a mano in Sudan. Quando assisto all’oppressione e non la denuncio. Quando prendo in prestito il cartellino di mia nonna per parcheggiare nel posto riservato alle persone disabili. Quando mi arrogo autonomamente il diritto di nominare, definire, interpretare qualcosa di differente da me, senza chiederne il permesso né ascoltare il diretto/a interessato/a. Mi rendo complice dell’oppressore quando accetto di sottostare ad un contratto lavorativo che si serve delle mie competenze offrendomi in cambio visibilità, possibilità di crescita e altre brillanti “opportunità” coercitive che però non mi fanno pagare l’affitto. Ne sono vittima, quando non ho possibilità di scegliere. Mi rendo conto però che in quello spazio coesistono altri livelli di oppressione, ben più schiaccianti di quelli che io possa esperire e non voglio e non posso esserne complice. Inizio da questa intervista che sottopongo a Giorgia sotto forma di parole chiave che sono rimaste attaccate alle mie viscere. Lei può reagire a ciascuna parola come meglio crede.

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RESISTENZA

Giorgia Ohanesian Nardin: “Se parlo nello specifico di Pleasure Body per me è necessario un tentativo di tradurre alcune forme di resistenza in pratiche del riposo (dal dormire, al prendersi cura del corpo), pratiche semplici come quelle fatte durante il workshop. Il tempo del riposo, il tempo di andare a fondo nel corpo, attingere a un mio bisogno, prendermi cura del mio desiderio, diventa un atto di resistenza perché momenti che non ci vengono mai concessi, soprattutto se prendiamo in considerazione soggettività marginalizzate in qualche modo (queer, trans, migranti, disabili + +). Quando avviene in un gruppo e in presenza di persone marginalizzate, anche se non mi piace troppo questo termine, questo atto di rottura si amplifica maggiormente, ed è politico”.

CULTURA SWANA

Giorgia Ohanesian Nardin: “La diaspora SWANA sarebbe più corretto dire, è quel bacino di culture, etnie e popolazioni che geograficamente si sono collocate nel sud ovest asiatico e nel nord Africa. Io sono discendente di questa diaspora per parte di madre, ma ho avuto la possibilità di mettermi in contatto con queste radici solo di recente. Il mio percorso formativo e umano non ha tenuto in considerazione in nessun modo questa componente di provenienza. Sono cresciuta in Italia, i miei genitori mi hanno insegnato l’italiano e l’inglese e non l’armeno che invece sto imparando adesso.. Di recente ho iniziato a interrogarmi su queste origini ed è stato doloroso apprendere che non so quasi nulla di una grossissima parte che mi compone e che sento in maniera forte. Più la ascolto più si assottiglia in qualche modo quel senso di inadeguatezza che ho sempre provato nel collocarmi. Ovviamente non posso neanche posizionarmi totalmente come una persona diasporica, perché sono nata in Italia da padre italiano, quindi non ho attuato il percorso della diaspora, ma sono figlia della diaspora. Tuttavia mi sto interrogando e sto lavorando sul fenomeno del trauma ancestrale, che soprattutto per le culture diasporiche e per le minoranze etniche, è un qualcosa che passa dai corpi e che si tramanda da generazione in generazione. Un trauma fortemente legato alla violenza, allo sradicamento dalla terra, ma anche al senso di colpa legato allo sforzo di occidentalizzarsi pur di non essere respinti dalla cultura dominante. Mi sto interrogando su dove si trova questo trauma nel mio corpo, l’ho trovato e lo sto esplorando”.

OPPRESSIONE

Giorgia Ohanesian Nardin: “Non mi va di aggiungere altro sull’oppressione. In questi giorni ne abbiamo parlato a lungo” (ride).

APPROPRIAZIONE CULTURALE

Giorgia Ohanesian Nardin: “L’appropriazione culturale per definizione è quella serie di azioni compiute da persone provenienti da una cultura dominante a discapito di altre culture non dominanti. Alcune sono sottili, o lo sembrano, altre sono schiaccianti e lo diventano maggiormente quando non c’è o non si mostra alcuna consapevolezza a riguardo: Vanno dalla persona bianca con i dread, allo yoga ecc. Chiariamoci: nulla in contrario a chi fa yoga! Sarebbe però opportuno avere la consapevolezza che non fa parte della mia cultura e che diventa colonialismo se ad esempio sono l’unica persona bianca in Svezia che conosce questa pratica e la faccio diventare una fonte di guadagno. Da quando ho iniziato a fare caso a questa dinamica faccio molta fatica a non esporla quando la vedo, se è possibile. Credo poi che sia una piaga nel sistema culturale artistico occidentale e non se ne parla mai troppo. Passa sempre il messaggio che l’influenza e la contaminazione tra culture siano valori aggiunti, siano ricerca. Per me no, questo processo ha un termine molto specifico, specialmente se c’è di mezzo la monetizzazione di una pratica, si chiama furto ed è problematico. Se penso al teatro nello specifico non vedo un pensiero legato ai corpi e alle soggettività che vanno in scena, al loro modo di starci, ai costumi che indossano, alle musiche su cui si muovano, ai ruoli e alle azioni che eseguono. Non passa troppo che nel 90 per cento dei casi in Italia, ma non solo, i performer o gli interpreti siano persone bianche che performano tutte le sfumature culturali possibili, senza nessun tipo di discorso in merito”.

PROGETTI ARTISTICI FUTURI

Giorgia Ohanesian Nardin: “Questo workshop per me è un progetto artistico e non di formazione, in ogni caso a mio avviso non si possono separare i due campi. Sto ipotizzando di creare un’installazione o uno spazio duraturo (nel senso che duri delle ore) in cui le persone sono invitate a fare esperienza visiva e fisica del mio corpo e del loro, incontrando sia elementi del mio background, che la riflessione sui corpi marginalizzati. Anche in questo caso il focus risiederà sulle pratiche di resistenza possibili da attuare contro una società che chiude, stringe non permette a questi corpi di brillare. Uno spazio di atmosfere e di accoglienza duraturo in cui poter passare, ritornare e riposare”.

SHORT THEATRE/ WORKSHOP

Giorgia Ohanesian Nardin – Pleasure Body
13 e 14 settembre | Teatro India

BIO

Giorgia Ohanesian Nardin si definisce artista meticcia queer italo-Armena che pratica nei campi della danza e delle arti performative. Il lavoro di Giorgia parte dall’esigenza personale e politica di porre al centro il corpo queer/non-bianco, piuttosto, nelle sue molteplici accezioni, veicolandone l’autodeterminazione attraverso una costellazione di pratiche atte ad esperire il piacere come formazione alla resilienza. Con un background in studi classici e un BA in arti performative presso la Northern School of Contemporary Dance, inizia a lavorare come autrice nel 2010 in collaborazione con Marco D’agostin e Francesca Foscarini, assieme ai quali fonda l’Associazione VAN. All dressed up with nowhere to go è primo tra 20 lavori selezionati dal Network Aerowaves 201 5. E’ inoltre la prima artista italiana a diventare coreografa residente presso il K3 – Zentrum fur Choreographie Hamburg (Kampnagel). Dal 2016 lavora come performer per la compagnia Igor&Moreno e dal 2018 è interprete e assistente al movimento per la compagnia Anagoor (Leone d’Argento Biennale di Venezia 2018). Parallelamente al proprio lavoro coreografico, è docente associata al Balletto di Roma e nel 2017 è artista associata alla compagnia del Balletto di Roma. Giorgia partecipa e ha partecipato a numerosi progetti europei.



Categorie:Interviste, Performing Arts

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