Quando finisce un festival (come Opera Prima). Cosa resta da coltivare

RENZO FRANCABANDERA | Quando finisce un’edizione di festival, di solito è uno scenario di volantini, flyer, manifesti, magliette con logo dentro stanze chiuse a chiave. Qualcosa che dopo un giorno già ha superato il suo valore fungibile. Il suo portato simbolico per la comunità di destinazione.

Giorni e giorni, settimane, a volte mesi di lavoro. Si dorme sfatti fino a mezzogiorno, mentre da fuori filtra la luce. Ti viene in mente per un attimo che dovresti andare a prendere o portare chissà chi in aeroporto o alla stazione, che dovresti smontare, fare, correre. Invece fuori tutto è zitto. E ripoggi la testa sul cuscino.
Poi dopo un’oretta che ti svegli di nuovo, questa volta definitivamente, esci e torni sul luogo del delitto, dove le famiglie portano a spasso i bimbi, le coppie senior passeggiano col giornale e si salutano, gli uccelli nel parco becchettano sotto il grande manifesto. E la domanda che attraversa la testa è sempre: ma di tutta questa fatica, delle corse, delle sudate per portare in scena un’ora di parole, rimane poi qualcosa? A chi?

La storia di Opera Prima è bella anche per questo, perchè ragionando su cosa poi resta ad un territorio, alle persone che lo abitano, alle loro scelte di vita, capita di scoprire i motivi profondi che hanno spinto la nuova assessora alla cultura del Comune di Rovigo ad aiutare il Festival, sostenendolo con il patrocinio e con gli spazi (e magari dall’anno prossimo anche con un sostegno anche economico sempre maggiore).
E’ stata presente a tutti gli spettacoli. Forse ricordava quelle edizioni di metà-fine Anni Novanta, quando il Festival Opera Prima si era proposto  come evento capace di portare all’attenzione della città e della critica una nuova generazione di artisti della scena, spesso esclusa dalla scena teatrale italiana, quella dei Teatri Invisibili. Parliamo di artisti che ora sono la base della struttura del teatro di ricerca italiano, ciascuno nel suo genere di vocazione, come Ascanio Celestini e Roberto Latini, gruppi come i Motus, Fanny & Alexander, Teatro Clandestino, Masque Teatro, Ariette, ecc. Arrivò anche il premio UBU. e un finanziamento da parte del MiBACT. Chiuse nel 2002 a causa del taglio dei finanziamenti da parte del Comune di Rovigo, che pure lo aveva promosso.
Poi dopo quattro anni un nuovo rilancio da parte del Lemming con un respiro internazionale di grandi nomi uniti a nuove generazioni. Poi di nuovo altri tagli. E di nuovo il vuoto.
Fino al nuovo tempo, all’associazione di persone che si sono messe assieme per rifare il festival. Fino all’assessora che 10 anni fa fu spettatrice degli spettacoli del Lemming rimanendone folgorata.
Si fa fatica a fare arte. Ma a volte si gettano semi che tornano dopo anni, quella studentessa universitaria, spettatrice di qualche tuo spettacolo storico, che dopo 10 anni  ritrovi assessore alla cultura del tuo comune. E ci crede di nuovo, con te. E visita con il sindaco della Lega l’installazione sulla memoria di MOMEC. Lei come altri, come i forse ancora più eroici soci dell’Associazione che ha permesso di rifare il festival, volontari silenziosi, seminatori ostinati. Hanno fatto tutto quello che serviva, tutto quello che potevano.
Ecco: quando finisce un festival si pensa a tutte queste cose, al silenzio del parco in cui si piantano nuove testardaggini.
Torniamo quindi con la mente ad alcuni degli ultimi semi gettati, nella giornata di sabato 15, per esempio, la giornata di e con Roberto Latini, in cui oltre all’artista (prima in piazza con i versi della Gualtieri e poi in teatro con il suo Cantico dei Cantici di cui ho scritto in occasione del debutto a questo link) si è esibito anche il giovane Pietro Piva da lui segnalato. E altri artisti di cui andiamo velocemente a dire.

1.jpgPerformance in stile The Artist is Present di Marina Abramovic questa No Frame Portrait, curata da Alessandro Cavestro e Dodicianni. Un’idea presentata al pubblico per la prima volta con una grande campagna pubblicitaria nella città di Bolzano: si raccontava che ai primi che si sarebbero iscritti in un sito indicato nella pubblicità, sarebbe stato regalato un ritratto, senza specificare altro. Il ritratto è musicale, eseguito da Dodicianni, diplomato in pianoforte al conservatorio di Adria e laureato in Beni culturali all’università di Padova. Come cantautore ha all’attivo due album; ha suonato in alcuni tra i più importanti festival musicali italiani.

Nella loro città natale, il duo propone l’efficace e suggestiva performance nei sotterranei della piazza delle torri. Il performer guarda negli occhi lo spettatore, e di lì parte un ritratto musicale, una traccia che racconta e prova a ritrarre il carattere, la persona. Suggestivo, artisticamente efficace. Può sfidare ancor più il linguaggio musicale.

Artista suggerito al Festival da Roberto Latini, Pietro Piva si è formato, dopo svariate esperienze laboratoriali, al biennio di formazione per attori del Teatro San Martino di Bologna con Fortebraccio Teatro. Ha presentato a Rovigo Abu sotto il mare nato dai pensieri dell’artista dopo che i media diffusero la fotografia di un bambino migrante chiuso dentro ad una valigia passato ai raggi x alla dogana di Ceuta.

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Lo spettacolo racconta “la versione di Abu” del viaggio, agìta attraverso l’ingenuità del ragazzo verso il mondo adulto. “Un bambino dentro una valigia è un limite, un confine.” dice l’artista, e così il suo spettacolo cerca di portare a compimento due viaggi: quello di Abu dall’Africa in Spagna rivivendo l’epopea tragica ma a suo modo fortunata nel dramma del bambino, che comunque, pur attraversando traumi inflitti dal mondo adulto, vede salva la vita. L’altro viaggio è quello dello spettatore, portato a sfidare le sue finte ingenuità, fino a quel confine di vedere un altro essere umano rinchiuso in una valigia, e spostare via via quel confine dell’ammissibile, indurendo il callo del sentire.
Piva ricorda anche il film “Il bambino dentro la valigia”, e come “ci sia qualcosa di profondamente contiguo in epoche dove si devono nascondere i bambini. Abu è come il bambino della valigia nei lager nazisti, come un bambino tornato a nascondersi nella pancia, che fuori tira una brutta aria”.

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Detto che l’attore ha una maschera bianca, un ragionamento appunto che vuole portare la vicenda del bambino africano ad essere universale, una maschera neutra dell’umanità fragile, la sua voce è voce dell’ingenuità, una tonalità stridula e inconscia che costruisce una narrazione semplice, ad uso dei bambini ma anche degli adulti, cui sono comunque destinati una serie di riferimenti simbolici ineludibili, per quello che è il classico spettacolo per tutto il pubblico e per tutte le età.
Seppure notevole è lo sforzo, sia ideale che di pratica scenica e della parola in Piva, è innegabile che i momenti di costruzione di immagine per il tramite di oggetti artigianali ma di grande potenza evocativa arrivino al pubblico con maggior intensità, fissandosi nella memoria e nel rimando alla creazione.

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I dolorosi fagotti tirati su dalle bacinelle che continuano a gocciolare, la fantastica medusa che si accende nel buio dello spazio scenico (qui impossibile nella ex chiesa per via di un altissimo lucernario non oscurabile). Tutta la parte mimica e di gesto, così attenta e curata.
L’artista ci pare dunque avere, oltre che una rara intenzione rispetto al fatto scenico, una vocazione forse non ancora del tutto realizzata nel suo percorso, per un teatro paradossalmente privo di parola, nonostante la sua formazione, un teatro fatto di artigianato e silenzio, di corpi ed immagini realizzate tramite oggetti, per un teatro di figura i cui contorni sembrano molto nitidi. Bene dunque le menzioni che questo lavoro ha avuto, ci permettiamo di indicare all’artista quindi anche un’altra via. Che non significa silenzio, ma un possibile altro uso del simbolo parola, magari oltre sé, o altra da sé. Chissà.

img_3057Dello stato di grazia di Roberto Latini in questo momento del suo percorso artistico è a tratti superfluo dire, senza utilizzare aggettivazioni che rischiano di creare un compiacimento che può solo nuocere all’arte. Il Cantico è un capolavoro. Notevole è anche qui a Rovigo il rapporto che l’artista arriva a regalare fra pubblico e poesia nei giardini del capoluogo del nord Polesine. Un silenzio assoluto accompagna la parola della Gualtieri, che lui aveva già recitato in pubblico e che ora prende la forma di un vero e proprio recital. Rimane quindi particolarmente interessante il tentativo di dare corpo scenico alla parola poetica, che evidentemente “stuzzica” Latini dopo lunghi excursus nella drammaturgia tradizionale, da Shakespeare a Pirandello più di recente, sia come interprete sia come regista nel caso di Sei. Il Cantico dei Cantici è, dentro il corpus biblico, in fondo, una poesia, ha la versificazione della poesia, potrebbe essere inteso come un canto non monodico, a due voci, in cui maschile e femminile si intrecciano. Ed è proprio la capacità di rendere la poesia polifonica quello che Latini arriva a regalare in questo momento al teatro. La sua ricerca di suoni, di parole sonore, di sonorità per la parola. Quasi che possano essere un senso. Un senso possibile che ci viene offerto. E di cui abbiamo libera l’interpretazione.

Finiamo questa carrellata con ANGST VOR DER ANGST, paura della paura, studio per il nuovo lavoro di WELCOME PROJECT, una formazione emergente al femminile nata a Berlino nel 2015 da un’idea di Chiara Elisa Rossini, nata e formatasi proprio alla scuola del Lemming. Al momento il gruppo è composto da quattro artiste professioniste che vivono in Germania, ma che hanno origini culturali differenti. La prima produzione di Welcome Project è stata INTIME FREMDE che ha debuttato nel novembre 2015 presso l‘Acker Stadt Palast di Berlino e che in Italia ha avuto una sua interessante circuitazione tanto da suscitare più di un interesse fra pubblico e critica. Un primo studio di ANGST VOR DER ANGST è stato finalista al premio Dante Cappelletti 2017.
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Questa nuova creazione scenica continua a ragionare sulla paura, sulle paure, sul tema dell’ordine costituito, delle ambizioni irragionevoli della società del profitto senza scrupoli, assetata di ricchezza per un verso e incapace di conoscere l’altro da sé, per altro verso. La proposta, che vede in scena la stessa Rossini come interprete e performer, gioca sulla corruzione del tranquillizzante fiabesco, per agitare un inconscio disordine, in cui il contemporaneo si autoritrae demoniacamente, con le sue paure. In questa fase, che pure ha una sua compostezza formale, lo spettacolo contiene sia le domande che tutte le risposte, alcune offerte anche proprio in didascalia enciclopedica. Forse l’arte però, seppur mossa da un chiaro intento politico, deve riuscire a interrogare senza dare tutte le risposte, senza giudicare la scelta altrui, facendo traballare il tavolino con il servizio da tè ben sistemato, lasciando ciascuno, compreso l’artista, a fare i conti con i sussulti. Interessante per costruzione ed elementi scenici ci permettiamo di dare appunto questo stimolo per il processo di finalizzazione, una distillazione dei segni, l’eliminazione di alcune risposte, e un concentrarsi profondo sulla verità nel porgere le domande. Ne può derivare un lavoro di grande potenza.

NO FRAME PORTRAIT

durata 10′      *opera prima

con Dodicianni
un progetto di Dodicianni e Alessandro Cavestro

ABU SOTTO IL MARE

durata 50′  *opera prima
segnalata da ROBERTO LATINI

di e con Pietro Piva
musiche Paolo Falasca
menzione speciale Premio Scenario Ustica 2017

LUCCIOLE da “della delicatezza del poco e del niente“ di Mariangela Gualtieri

Roberto Latini legge Mariangela Gualtieri in un concerto poetico

IL CANTICO DEI CANTICI

durata 50′  *generazioni

di e con Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci e tecnica Max Mugnai

ANGST VOR DER ANGST – SECONDO STUDIO

WELCOME PROJECT THE FOREIGNER‘S THEATER Italia/Germania

durata 40′  *opera prima

di e con Chiara Elisa Rossini
musiche originali Munsha
assistenza e cura Aurora Kellermann
una coproduzione Teatro del Lemming e TATWERK | Performative Forschung



Categorie:Danza, Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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