L’immenso nulla in cui brancoliamo ha le voci-corpo di Claudia Castellucci e Chiara Guidi

LAURA NOVELLI |”Penso alla voce, così come un artigiano è sempre attento alla materia con la quale lavora. Per lui la fibra, la consistenza, lo spessore diventano un modo per vedere le immagini ancora prima che le realizzi. 6083_foto_claudia_castellucci_e_chiara_guidi_il_regno_profondo_san_mattia4582_1_copiaOccorre molta esperienza per conoscere la sostanza materica di ciò che si spera di fare: una sapienza intima, legata allo scorrere del tempo e della memoria. Io lavoro con la voce, la cerco ovunque e, su fogli sparsi, raccolgo osservazioni, domande, piccoli racconti e disegni in modo istantaneo. Lampi che collegano l’esperienza del presente con quella passata […]”.  Suona così un passaggio della prefazione che Chiara Guidi firma ad apertura del suo bel libro La voce in una foresta di immagini invisibili edito da Nottetempo l’anno scorso. Parole che mi tornano in mente con lucida prepotenza non appena la stessa Guidi e Chiara Castellucci iniziano l’esecuzione in forma di lettura/spettacolo dello straordinario Il regno profondo. Perché sei qui?, terzo movimento di una trilogia di sermoni scenici cui appartengono anche La vita delle vite e Dialogo degli schiavi.

E mi tornano in mente perché il lavoro – in cartellone a Short Theatre 2018 nelle scorse settimane è sostanzialmente un’immersione sonora nel fluire filosofico di domande esistenziali e trascendenti costruite sul modello del dialogo socratico. Domande recitate-sospirate-mosse-vibrate-cantante con una vocalità che insegue le variazioni timbriche di uno spartito, di una scansione metrica in cui la voce – appunto – assume le sembianze di un terzo corpo performativo.

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Lo spazio che ospita la pièce è buio, fumoso, pressoché vuoto. Solo due piedistalli al centro. Le interpreti sbucano dal fondo vestite come due anziane signore di paese dall’aria decisamente old fashion. Indossano entrambe lo stesso tailleur scozzese di foggia monacale. I capelli grigi. Il passo lento, incerto, quasi timoroso. Il loro dire è da subito un dire-al-pubblico. Un porre domande dalla corporatura filosofica e problematica. Le due donne non si guardano. Sono autonome ma complementari. Sole sebbene insieme. Ferme sui loro palchi da comizio politico, esse si interrogano – e ci interrogano – su Dio, sulla morte, sulla vita, sul dolore. Solfeggiano pensieri alti con la maestria di una dizione canora che spesso indulge però all’ironia, al ribaltamento comico, al raffinato innesco di declinazioni basse su una partitura densa di temi universali. Oserei dire, primitivi, ancestrali.

Questo gioco grottesco è una delle chiavi di volta più significative del lavoro perché trascina la materia lirica verso un eloquio quotidiano e dimesso che lo rende ancora più affascinante. Partendo da alcuni brani di Uovo di bocca (raccolta di testi lirici e drammatici che la Castellucci ha pubblicato nel 2000 per Bollati Boringhieri e portato in scena nel 2001, sempre con la Guidi e già con una tecnica vocale ben studiata), la drammaturgia segue un percorso di progressiva costruzione e decostruzione di senso: affermazione e negazione come nella migliore tradizione letteraria ironica. E lo fa prolungando gli effetti già di per sé stranianti di una vocalità quanto mai studiata attraverso una mimica facciale ridotta al minimo ma esplosiva: seriosa e granitica la Castellucci, più elettrica e provocatoria la Guidi.

Ci vuole un po’ per capire che questa “foresta” di angosce esistenziali viene pronunciata dal ring di una sala per incontri di boxe stile anni ’50. Un luogo di ritrovo con due sezioni ben separate (chi agisce e chi guarda) dove, tra fumo di sigarette e luci basse, al combattimento di corpi si è sostituito un combattimento di parole e pensieri. Anche qui le due cofondatrici della Socìetas operano uno slittamento comico verso la decontestualizzazione, verso il popolare, verso l’inconsueto. In definitiva, verso l’auto-ironia. E l’effetto che ne deriva è davvero prorompente.

85499Accompagnata dal tappeto sonoro e musicale di Scott Gibbons e Giuseppe Ielasi, la monodica scansione a due voci di queste profetesse un po’ beffarde si trasforma poco a poco in un vero e proprio dialogo. Una di loro (la Guidi) scende dal piedistallo, siede in basso, dialoga con la statua/alter-ego rimasta in piedi a difendere le su (in)certezze. Il clima si fa più intenso. Una sigaretta tira l’altra. C’è qualche azione. Qualche movimento. La voce spinge il dire oltre il significato delle singole parole. Lo dilata. Funziona, per certi versi, come la grande bocca che Beckett immagina in Not I (personaggio anch’esso fabulatorio per eccellenza) o la sedia basculante del suo Dondolo. La voce-corpo-suono di questo regno profondo riscrive la storia stessa del testo scritto. Trasforma l’udito in visione. Niente tuttavia è risolto. Perché tutto è posto. Mostrato. Problematizzato. Aperto. Capovolto nel suo contrario. E il pubblico non può che stare al gioco. Vedere ciò che sente. Ridere mestamente di sé.

 

IL REGNO PROFONDO
Perché sei qui?
Lettura drammatica

scritto da Claudia Castellucci
regia vocale di Chiara Guidi
interpretato da Claudia Castellucci e Chiara Guidi
musiche: Scott Gibbons, Giuseppe Ielasi
direttore tecnico: Eugenio Resta
fonico: Andrea Scardovi
organizzazione: Elena De Pascale e Stefania Lora
produzione: Societas

La Pelanda di Roma, 13 settembre 2018 – Festival Short Theatre



Categorie:Novità, Performing Arts, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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