Tramedautore 2018: Gli Omini e Santeramo tra gemme maledette e indolenza riflessiva

ELENA SCOLARI | Potrebbe sembrare un esercizio di filosofia morale: cosa fareste se trovaste per terra una busta con tanti soldi e una gemma preziosa? Invece è una storia vera. Che diventa spettacolo.
A Gli Omini è capitata una storia ben più che curiosa, che sembrava fatta apposta per indurli a portarla in teatro: in un bar lussuoso nel centro di Firenze Francesca (Sarteanesi) beve un caffè con Francesco (Rotelli), vede sul pavimento una busta da cui spuntano due banconote da 50€, sta in dubbio per qualche attimo poi se la infila in tasca. Si scoprirà che nella busta ci sono ben più di 100€, e c’è anche un anello con smeraldo di almeno 12 carati. E che si fa?
I due colleghi dividono la casa con il terzo Omino (Luca Zacchini) e lo mettono a parte del fatto.
Dal ritrovamento, come è prevedibile (lo sarebbe nel vero ma lo è anche in scena), scaturiscono una serie di reazioni: dall’euforia iniziale alla paura di essere rintracciati, dalla ricerca del possibile proprietario all’interrogativo etico su cosa fare di brillocco e contanti.

Siamo a Tramedautore 2018, Festival internazionale delle drammaturgie ideato nel 2001 da Angela Calicchio di Outis e diretto da Michele Panella, pertanto l’attenzione va principalmente ai testi, a quanta forza e originalità c’è nelle parole rese in scena.
Per Più carati infatti ci sono solo tre sedie sul palco e un lampadario che si colora di verde (smeraldo), solo le luci accompagnano il racconto.
Prima della cronaca, gli attori si chiedono “cosa succede quando tenti di replicare all’infinito un momento già vissuto?”, “se reinterpreti il passato, del passato cosa rimane?”, “se lo riscrivi e poi lo rimpasti, cosa c’è di reale”?”.
Tre domande bellissime e profondamente interessanti, dal punto di vista etico ma anche in prospettiva teatrale ed esistenziale.

Peccato che poi lo spettacolo non tenti alcuna risposta in merito. Quello che vediamo è una riproposizione – a tratti esilarante – delle chiacchere un po’ sciocche che si fanno quando capita un colpo così inaspettato; i tre scivolano nelle discussioni su ciò che è più “giusto”, con relativo rinfacciare reciproco le sciocchezze mai dimenticate; si insinua man mano il tarlo della sfiducia a minare un’amicizia annosa. Si annaspa tra improbabili amici esperti in pietre preziose, procuratori della Repubblica, gioiellieri sotto casa, vecchie craxiane (e quindi immeritevoli, ipso facto)… Ma tutto ciò non è una riflessione sul passato, su come esso si modifica nelle nostre teste, nella nostra memoria, se continuiamo a riviverlo, a ripeterlo ad altri. Non è un pensiero su come il teatro possa cristallizzare un fatto e bloccarne l’analisi. O al contrario stimolarla.
Vedere la Compagnia sul palco ci dice già, prima ancora del finale della storia, come è andata a finire: nessuno è in galera, nessuno si è arricchito, nessuno ha lasciato il gruppo in seguito ai dissapori. E allora dov’è che si ragiona su cosa rimane di vero, di un fatto vero, quando lo si reitera e lo si “reifica” in spettacolo?

Qualche interruzione “Stop. Riascoltiamo questo passaggio” come se si trattasse di una registrazione, o Zacchini che chiede “Lo sentite ora il rumore del cervello che si incrina?” non sono sufficienti per dare corpo alle dichiarazioni iniziali.
La drammatizzazione di Armando Pirozzi è cucita attentamente sullo stile de Gli Omini, il testo di Giulia Zacchini è ben concatenato, ironico, insiste con un certo acume sui brutti sentimenti che si scatenano anche tra amici quando ci sono di mezzo soldi e possibili svolte della vita ma tutto rimane concentrato sul fatto. Al massimo ci chiediamo cosa avremmo fatto noi, ma non si dice nulla sull’effetto di sfasatura tra realtà e racconto, tra storia e discorsi sulla storia, tra aderenza all’accaduto e distorsioni del ricordo.
La versatilità dei tre bravi attori è qui compressa in uno sforzo di essenzialità dei contenuti che rimane stavolta di caratura non brillantissima.

Da chi si arrovella per decidere cosa fare si passa a chi ha ben chiaro in testa che niente, niente di niente, vuole fare: Michele Santeramo disegna nel suo Il nullafacente un Oblomov odierno, che in pantofole si muove al massimo da sedia a poltrona, con qualche incursione ai mercati generali. Ma quest’uomo indolente, vòlto all’accidia più che all’inedia, non è solo: ha una moglie che sta morendo (Silvia Pasello), fratello e medico di lei che cercano di scuotere la situazione, un padrone di casa che esige di riscuotere l’affitto (Francesco Puleo, Tazio Torrini, Vittorio Continelli). E costoro lo ostacolano nella sua attenta opera di stasi.
I cinque personaggi non hanno nome – il che funziona perché siano più archetipici – i più significativi sono comunque Santeramo e signora (che sembrano per la verità più madre e figlio che marito e moglie), il primo è lucido nel suo “nullafacentismo”: (citiamo a memoria) “voi fate, fate, fate, per occupare il tempo, con il risultato di perderlo, il tempo“, la seconda è forse quella che lo capisce meglio, benché continuamente combattuta tra gli slanci alla cura che fratello e medico le offrono per “stare un po’ meglio” e il rassegnato, ovattato abbandono al destino che il marito le assicura.

ph Guido Mencari

L’uomo cura il suo bonsai ma non cura la donna, la lascia a terra se cade perché avvicinarsi e vederla morta la farebbe diventare morta davvero, finché rimane là forse sta solo dormendo.
Il testo è pieno di pensieri, di asciutte e spietate considerazioni sul tempo, sulla morte, sul rapporto tra azione e senso dell’agire. C’è anche molto umorismo (nero): dalle carote verdura faticosa per un pigro (troppo da masticare) al suggerimento alla moglie di avviarsi da sola alle pompe funebri quando sarà il momento, “così ti scegli la bara, ti ci metti da sola e mi risparmi la fatica”.

I tre uomini immersi nel mondo (fratello, medico e padrone di casa) non sembrano felici, niente affatto, si affannano in quello che tutti fanno, in quello che è normale fare: guadagnarsi la vita, invece di usarla. E così il savio poltrone veste la vestaglia di un Socrate in ciabatte che mette in vista le contraddizioni, fa emergere i paradossi delle vite dei suoi simili. Dal sofà alla sofìa (Σοφία, saggezza).

Spazi e regia sono di Roberto Bacci, solo un tavolo, la suddetta poltrona, alcune sedie e il bonsai. A una scrittura intelligente, sfrontata, che scava in ciò che più si sotterra, si accompagna un poco di disordine nella direzione corale e dei movimenti dei singoli attori, che appaiono alla ricerca di una bussola, probabilmente sia emotiva sia spaziale.

Il testo è impudente proprio con ciò che più fatichiamo a trattare: la malattia, la fine, il tempo, cosa fare del tempo, cosa fare di sé. Quell’uomo parla col suo bonsai e gli chiede come fa a resistere a tutto quello che vuole cambiare la sua forma: il vento, la luce, lui stesso.
E noi? Come rimaniamo noi nella nostra forma, opponendoci o non facendo nulla?

 

 

PIÙ CARATI
una storia vera de Gli Omini
con Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini
drammatizzazione Armando Pirozzi
testo Giulia Zacchini
luci Alessandro Ricci
produzione Gli Omini/Associazione Teatrale Pistoiese, con il sostegno di Regione Toscana, Armunia e Corsia OF – Centro di Creazione Contemporanea

IL NULLAFACENTE
di Michele Santeramo
regia e spazio scenico Roberto Bacci
con Vittorio Continelli, Silvia Pasello, Francesco Puleo, Michele Santeramo, Tazio Torrini musiche Ares Tavolazzi
luci Valeria Foti, Stefano Franzoni
produzione Fondazione Teatro della Toscana

Tramedautore, Piccolo Teatro Grassi, 21 settembre 2018



Categorie:Novità, Pensieri oscenici, punti di vista, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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