Edinburgh Fringe Festival 2018: un salto senza paracadute #IntoTheUnknow

MARTA GALLI | Per una “first fringer” come la sottoscritta l’impatto con l’incredibile vastità dell’offerta e della programmazione di questa 71° edizione del festival off più antico e celebre del mondo dà più di una vertigine. L’organizzazione è impeccabile, nulla sfugge alle numerose addette (come sempre quasi tutte donne) degli uffici del Fringe Central che accolgono nel cuore di Edimburgo dal 31 luglio al 27 agosto operatori, artisti, giornalisti e pubblico da tutto il mondo consegnando pass, prendendo prenotazioni, stampando biglietti, dando informazioni di ogni tipo, organizzando incontri per addetti ai lavori o conferenze stampa per le numerosissime compagnie presenti. Solo il fitto calendario di incontri, focus per operatori e tavole rotonde che si svolgono al Fringe Central basterebbe per riempire il programma di un piccolo festival autonomo.
Non ci facciamo spaventare e anzi con un brivido di eccitazione ci buttiamo a capofitto #intoTheUnknown, come recita il titolo e l’hashtag di questa edizione 2018, e infatti la nostra esperienza scozzese è un continuo, grande viaggio nell’ignoto, niente di più coinvolgente ed eccitante.

Arriviamo a Edimburgo presto, qualche giorno prima che il festival apra ufficialmente i battenti con il grande evento di inaugurazione dell’Edinburgh International, ovvero il festival “in”, quello che nasce negli anni ’40 e la cui fama, comunque riconosciuta a livello mondiale, viene presto offuscata dalla potenza della scena indipendente che da subito invade la città con la sua programmazione off fino ad arrivare a interessare nella piccola città di Edimburgo oltre 300 venues con più di 3500 spettacoli e circa 50.000 repliche in un mese di programmazione.

Definire ciò che è “in” e ciò che è “off” risulta ormai un’impresa complessa, lo dimostra anche il fatto che alcuni spettacoli che abbiamo visto nel programma off di Avignone li ritroviamo a Edimburgo all’interno dell’International (come Hocus Pocus della Compagnia di danza di Philippe Soire) e allo stesso tempo alcune produzioni che in Italia figurerebbero di diritto nella stagione di un teatro stabile sono proposte al Fringe (Familie Floz per citarne uno su tutti).

Arriviamo dunque presto, il che ci concede di goderci la città non ancora invasa dalle centinaia di migliaia di visitatori che si affolleranno nelle vie del centro spostandosi sul Royal Mile tra una venue e l’altra nei giorni centrali del festival.
Il 3 agosto assistiamo al bell’evento di apertura dell’International: Five Telegrams è una performance di videomapping curato dalla regista Anna Meredith e ispirata al centenario della Prima Guerra Mondiale che celebra l’anno scozzese dei giovani. Le proiezioni si muovono, come di consueto nei videomapping, a ritmo di musica: sono 5 brani ciascuno con un tema specifico a cui si ispirano video e audio, mentre le proiezioni fanno prendere vita e corpo al bell’edificio in stile neoclassico dell’Usher Hall, il teatro d’opera di Edimburgo, situato nell’ampia Festival Square (a testimonianza dell’ormai indissolubile legame tra la città e i suoi festival).

Nella nostra breve esperienza a Edimburgo riusciamo ad assistere a 23 spettacoli, di cui due all’International e i restanti al Fringe. Tra questi ultimi abbiamo dato come sempre priorità al teatro di figura e al visual theatre, non tralasciando però la danza, il circo contemporaneo, le performance interattive per uno o pochi spettatori e, in qualche caso, la prosa.

Discorso a parte andrebbe fatto invece per lo straordinario spettacolo Cold Blood del collettivo di artisti franco-belga Kiss&cry (Michele Anne De Mey e Jaco Van Dormael) visto all’International, che è decisamente riduttivo definire visual theatre o danza, avendo trovato un loro linguaggio del tutto particolare che utilizza il video in diretta (come anche Agrupacion Senor Serrano o i nostri Motus per stare in Italia) per seguire l’evoluzione e la costruzione della storia all’interno di ambienti in miniatura che man mano si compongono sotto gli occhi dello spettatore, ma che vengono abitati da esseri umani realizzati con le mani dei danzatori. Un capolavoro di poesia a cui ci piacerebbe dedicare una recensione a parte (ps: lo spettacolo viene in Italia il 27 e 28 ottobre 2018 al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia, suggerisco di non lasciarselo scappare).

Ma veniamo al dunque e raccontiamo alcuni dei più significativi, a nostro parere, spettacoli che utilizzano il linguaggio del teatro di figura nelle varie accezioni del genere: teatro d’attore e figura, pupazzi sovradimensionati, microfigura con piccoli oggetti, marionette a filo, maschera, pupazzi e ombre, figura e improvvisazione.

Backup, coproduzione delle compagnie belghe Chaliwatè & Focus Company, è definito uno spettacolo di teatro gestuale, d’oggetti e marionette, ma a noi sembra soprattutto una esilarante, intelligente, sorprendente quanto semplice creazione dedicata ai bambini come allo spettatore di ogni età. L’ambientazione è quella del Polo Nord: ci accoglie un paesaggio innevato in miniatura, sopra un lungo tavolo, come un presepe nevoso, montagne e abeti imbiancati, qualche casetta. Si alza anche il vento, lo sentiamo in lontananza, viene quasi da rabbrividire (e il clima scozzese non aiuta, con i suoi 15 gradi in pieno agosto). D’un tratto lo stravolgimento, il paesaggio prende vita, quelle che erano montagne innevate si scoprono essere corpi, gambe, schiene, braccia, avvolte in candite tute da sci, si sciolgono dalla loro forma immobile e si presentano al pubblico tre buffi quanto maldestri reporter di una troupe televisiva: un cameramen/tecnico audio con l’immancabile microfono lungo e peloso, una conduttrice televisiva e la sua assistente.

La spedizione, si capisce, deve testimoniare al mondo, attraverso riprese puntuali nei luoghi simbolo del global warming, l’inarrestabile scioglimento dei ghiacci polari. Vediamo i tre prima nello scassato furgoncino, rappresentato solo da una portiera ammaccata e da un tergicristalli che a turno e con notevole destrezza si passano l’un l’altra senza che smetta mai di cadenzare con il suo ritmo incessante la scena (e di pulire il parabrezza, immaginario), mentre mangiano biscottini rattrappiti dal freddo, si passano un thermos di caffè e una minuscola tazzina, fumano una sigaretta con acrobazie rocambolesche e molto divertenti. Arrivati sul luogo si preparano ad effettuare le registrazioni, ma i guai non sono finiti: lastre di ghiaccio su cui non smettono di scivolare, iceberg che si muovono sotto ai loro piedi, fino all’avvistamento a pochi metri di un vero e proprio orso polare: un grande pupazzo animato dai tre da cui teneramente spunta, tra le grandi zampe, prima un sederino e poi un intero dolce cucciolo. L’idillio famigliare ci intenerisce per un po’, il cucciolo vuole giocare si arrampica sulla madre, prova a tuffarsi, sempre ammonito e ricondotto al nido caldo dall’orsa, finché lei non si addormenta e… il cucciolo si allontana più del dovuto e una grande lastra di ghiaccio si stacca e lo porta lontano dalla madre che, accortasi, bramisce disperata. Qui potrebbe cominciare una bellissima storia, dopo un’intro divertente e leggera ora si potrebbe provare, senza perdere lo stile e il linguaggio visuale utilizzati fino a questo momento, ad affrontare un tema. Invece lo spettacolo finisce. Lasciandoci con un po’ di amaro in bocca. Ma si sa, quando si esce da teatro con la voglia di vederne ancora, significa che non è andata poi così male. Anzi.

Un altro godibile e divertente, quanto intelligente e ben fatto, spettacolo di teatro di figura è certamente Famous Puppet Death Scenes della già nota e apprezzata a livello internazionale compagnia canadese The Old Trout Puppet Workshop. Come recita il titolo lo spettacolo è una raccolta quantomai diversificata ed eterogenea delle più famose scene di morte nella storia del teatro di figura: una raccolta che spazia nel tempo e nella tecnica, ma che è accomunata dalla stessa fine: si muore. La scena è una parete lignea con una finestra centrale, un palcoscenico in miniatura, e due laterali, per i controscena e la narrazione.

Come i pupazzi dentro la baracca, si alternano in questi tre ambienti scene di morte dalle più banali (un pupazzo con una testa pelata viene schiacciato da un gigantesco pugno che incombe su di lui) alle più cruente: impiccagioni, sgozzamenti, morti violente di donne per mano dei mariti, ma anche morti soprannaturali. A cucire il tutto la narrazione di un inquietante personaggio, un pupazzo raffigurante un vecchio decrepito e scheletrico, che ci fa riflettere su quanto la vita sia effimera e, in fondo, forse, sopravvalutata. Diverse le tecniche di animazione utilizzate, sembra quasi che oltre ad offrirci l’ampio catalogo dei possibili modi di morire lo spettacolo voglia mostrare anche il vasto mondo del teatro di animazione e figura: pupazzi indossati (al di fuori della baracca), marionette, oggetti, maschere, burattini. C’è di tutto e tutto è realizzato con inventiva e riesce a sorprendere. La vena di ironia di cui è intriso tutto lo spettacolo rende anche le atmosfere più cupe affrontabili con un mezzo sorriso, fino alla risata vera e propria quando la tecnica della ripetizione di situazioni che dovrebbero essere tragiche le trasforma in tragicomiche. Un gioco ben riuscito, un omaggio prima di tutto alla storia e alla tradizione del teatro di figura, passando dai racconti orali, alle favole e leggende, realizzato da una delle compagnie che da decenni porta questo linguaggio straordinario in giro per il mondo. Lo spettacolo rientra nella programmazione sostenuta dal Ministero della cultura Canadese che, come molti Paesi al Fringe, ha una venue in cui presenta alcune selezionate compagnie del proprio territorio per sostenerne l’internazionalizzazione. Canada Hub ospita, oltre a The Old Trout Puppet Workshop altre 4 compagnie canadesi che presentano a Edimburgo spettacoli molto diversi tra loro, dalla danza alla prosa.

All’uscita il pubblico viene omaggiato di un pieghevole in cartoncino su cui sono disegnati pupazzi e oggetti: “make your own puppet death scene”, con forbici, colla e bastoncini puoi ritagliare le figure, creare il tuo pupazzo e scegliere anche l’arma del delitto: tra le scelte bottiglie di veleno, un ombrello, una bomba, una scarpa, una vasca da bagno, il fuoco, un cappio e perfino… una farfalla! C’è da sbizzarrirsi, chi muore oggi?

Chiudiamo questo breve excursus all’interno di alcuni dei più interessanti spettacoli di figura visti al Fringe 2018 con l’ultima produzione della giovane compagnia scozzese Tortoise in a Nutshell, che in soli 7 anni di attività ha vinto diversi premi internazionali, tra cui il prestigioso Scotsman Fringe First nell’edizione dello scorso anno del Fringe. The Lost Things è un lavoro che è stato commissionato alla compagnia dall’Imaginate Festival (nella cui edizione del 2015 ha debuttato), eccellente festival for young audience che si tiene a fine maggio ad Edimburgo guidato da tre anni a questa parte dal vulcanico direttore Noel Jordan. Scritto dal pluripremiato Oliver Emanuel, è uno spettacolo immersivo, intimo e oscuro; una fiaba contemporanea, artigianale, che racconta di un ragazzo e una ragazza che, in momenti diversi, si perdono in un mondo parallelo, un luogo buio e sconosciuto in cui si ritrovano dopo essere scappati dal dolore di una perdita. Lo spettacolo si svolge all’interno di una cupola di 7 metri x 4, per un massimo di 40 spettatori. Durante la nostra replica eravamo presenti in 9. L’azione drammatica circonda lo spettatore che si trova immerso in un mondo fatto di cose perdute: tazze, scale, una parte di aereoplano, barattoli, chiavi della macchina, fedi nuziali… e anche padri. Si perchè, si scopre, sono proprio i padri che i due protagonisti stanno cercando. Padri che hanno perso perchè sono morti oppure perchè semplicemente sono incapaci di farsi trovare, nei meandri di relazioni troppo complicate, troppo superficiali, indifferenti, inesistenti. tortoise-in-a-nutshell-and-oliver-emanuel-present-the-lost-things-image-eoin-carey-3.jpgIn questa atmosfera da discarica i pupazzi stessi sembrano fatti di stracci, con una testa luminosa in cui una gabbia di metallo ricoperta da una stoffa sottile racchiude una lampadina, straordinariamente espressivi nella loro immobilità. Pupazzi e animatori (Arran Howie e Alex Bird) sono vestiti allo stesso modo, e infatti sono uno il simulacro dell’altro in un continuo scambio di ruoli che passa dalla marionetta all’attore in carne e ossa. Il tema centrale è la perdita, in questo mondo-discarica fatto di ciò che volontariamente o meno perdiamo tutti i giorni: a partire dalle chiavi della macchina fino ai valori, i princìpi etici, alla capacità di guardarsi negli occhi, di stare insieme e riconoscersi come comunità di esseri umani. Sarà infatti solo nel ritrovarsi reciproco e nel riconoscersi nel dolore dell’altro che i due protagonisti si “ritroveranno davvero” e riusciranno a sconfiggere i loro fantasmi, per diventare adulti e poter affrontare il mondo “fuori”.

 

BACKUP

trailer:https://youtu.be/6GbWzoYGY9o
Created and interpreted by: Julie Tenret, Sicaire Durieux, Sandrine Heyraud
Lights by: Guillaume Toussaint Fromentin
Sound by: Loïc le Foll
Stage Set Construction by: Zoé Tenret
Video by: Tristan Galand
1st AC: Alexandre Cabanne
Key grip: Hatuey Suarez
Underwater filming: Alexandra Brixy
Video set construction: Zoé Tenret et Sébastien Munck
Puppets created by:Wow! Studios – Joachim Jannin. Puppets
creators assistants: Jean-Raymond Brassinne, Emmanuel Chessa, Aurélie Deloche et Gaëlle Marras

FAMOUS PUPPET DEATH SCENES 

trailer:https://www.youtube.com/watch?v=1Oe98QQwlUE
Starring: Nicolas Di Gaetano, Teddy Ivanov, Pityu Kenderes, Sebastian Kroon
Director: Tim Sutherland
Costumes: Jen Gareau and Sarah Malik
Lighting Design: Cimmeron Meyer
Sound Design: Mike Rinaldi
General Manager: Bob Davis

THE LOST THINGS 

Writer: Oliver Emanuel
Cast: Arran Howie & Alex Bird
Designer: Amelia Bird
Director: Ross MacKay
Lighting Designer: Simon Wilkinson
Production Manager: Andrew Gannon
Sound Design/Composition: Jim Harbourne



Categorie:Novità, Satura, Scena, Teatro

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