Le proposte dei millennials nella XVIII edizione di Tramedautore

RICCARDO MOTTA | La XVIII edizione del festival Tramedautore, organizzata da Outis – Centro nazionale di Drammaturgia contemporanea, la cui direzione artistica è affidata da quest’anno a Michele Panella, ha proposto un interessante e coinvolgente programma che, al Piccolo Teatro Grassi dal 14 al 23 settembre, ha presentato, tra gli altri, il bellissimo Mari di Tino Caspanello (vincitore del Premio speciale della Giuria al Premio Riccione 2003 e presentato dell’edizione del 2004 del festival), la prima milanese de Il nullafacente di Michele Santeramo e una corposa sezione dedicata, in modo particolare, alle produzioni  di giovani compagnie teatrali, quelle create da millennials.
Per millennials, o Generazione Y, si intendono i giovani nati tra gli anni ’80 e il 2000, cresciuti in concomitanza con lo sviluppo tecnologico e comunicativo rapido e sofisticato dell’ultimo ventennio, grazie a internet e ai social network; buona parte di costoro, pur in possesso di una o più lauree, sono vittime della crisi, del precariato lavorativo e dell’instabilità finanziaria.
La sfida delle giovani e, talvolta, emergenti realtà presenti al festival pare quella di raccontare lo zeitgeist contemporaneo, mettere in luce le paure e le fragilità delle nuove generazioni e, soprattutto, scoprire e riflettere su valori base, dando una propria visione originale e creativa.
Per PAC, abbiamo preso in esame tre spettacoli, tra le giovani proposte presenti in programma: ST(r)AGE di bologninicostaHuman Animal de La Ballata dei Lenna e Aplod di Fartagnan teatro.

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ST(rAGE) di bologninicosta

Il collettivo romano bologninicosta, composto dall’autrice e regista Sofia Bolognini e dal compositore e live performer Dario Costa, nato nel 2015, e con all’attivo tre spettacoli, si interessa di questioni civili con strumenti offerti dalla sociologia, attraverso la raccolta dati e le indagini sul campo, ma anche con la ricerca di nuovi linguaggi creativi. Con ST(r)AGE, inserito nel progetto Cantieri Incivili, i bologninicosta trattano del precariato all’interno del mondo dello spettacolo.
La trama: a seguito a una strage premeditata, in cui tutti gli artisti del mondo si sono suicidati in scena, nello stesso preciso momento, in tutti i teatri del pianeta, quattro personaggi (Timorata, Tuttafretta, Fallito e Scarto) si nascondono in un vecchio teatro abbandonato per fuggire da un mondo che offre solo incertezze lavorative, angosce e continue ‘tempeste’ di invasioni mediatiche. Nessuno dei quattro sa che luogo è quello; nessuno ricorda che cosa fosse l’arte e, in particolare, il teatro. Parallelamente, viene mostrato anche uno spaccato di quello che era la vita teatrale: quattro teatranti (Celebrità, Regista  Malcontenta, Attore Cane, Emergente) arrivisti e meschini, non sempre dotati di talento, pronti a tutto pur di avere successo e di sovrastare gli altri. Il senso del perché si fa teatro ormai è completamente perduto, e l’unica soluzione è l’auto-annientamento.
Tornando alla vicenda iniziale, i quattro rifugiati, spogliati dei loro costumi casual e trovandosi in mutande, mezzi agghindati con malconci e variopinti scampoli, per arginare i conflitti tra loro e per mettere a tacere le proprie paure, riscoprono e ricordano assieme un antico modo di fare teatro e, quindi, di ritrovare un’identità comune e di ristabilire la comunicazione.
Benché ci siano spunti che possano stimolare nuove riflessioni sull’utilità dell’arte, lo spettacolo risulta confuso sotto vari aspetti. A partire dalla struttura drammaturgica incerta, che alterna le due vicende narrate senza una logica ben precisa, e abbonda generosamente di luoghi comuni sul mondo teatrale e sulla generica precarietà giovanile senza fornire, invece, una visione critica e personale, preferendo strappare risate facili con boutades grossolane ed, in ultima analisi, assai poco graffianti. Alla fine questa sorta di provocazione sul fallimento e la speranza nell’arte ustiona quanto un fuoco fatuo. La regia dalle tinte forti segue il disordine del testo e aggiunge, qua e là, richiami a immagini proprie dell’estetica e della poetica di Emma Dante, ricci/forte e Deflorian/Tagliarini, solo per citarne alcuni. La variazione delle luci (molto basse e fredde nell’ambiente iniziale e, al contrario, molto potenti nella vicenda parallela) e il sound design di Dario Costa, che ricorda le sperimentazioni musicali di David Lynch,  sono certamente gli aspetti meglio riusciti di tutto il lavoro. 
La recitazione non va oltre una rappresentazione purtroppo macchiettistica dei ruoli. Nonostante i nomi siano identificati con dei cliché, almeno in questo caso avrebbe giovato un distacco, utile per rendere sfaccettati e credibili i personaggi, cosa che avrebbe donato loro una tridimensionalità di cui alla fine risultano privi.

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Human Animal de La Ballata dei Lenna

Human Animal, quinta produzione della compagnia La Ballata del Lenna, vincitore del Bando Funder35 e del progetto Hangar Creatività, è un interessante percorso di ricerca che si pone una domanda fondamentale: Che cos’è un essere umano? A partire dalla lettura dell’ultimo e incompiuto romanzo di David Foster Wallace, Il re pallido, ambientato  negli uffici dell’Agenzia dell’Entrate di una cittadina di provincia americana, i tre interpreti della compagnia (Nicola Di Chio, Paola Di Mitri, Miriam Fieno) traspongono il filo narrativo del romanzo in territorio nazionale, raccontando le apparentemente noiose, ripetitive e poco movimentate vite della grigia fauna burocratica che, dietro ai ritmi scanditi dell’orario di ufficio e a seguito di un’alluvione che ha devastato gli uffici, coltivano aspirazioni e frustrazioni.
La regia propone un bel lavoro artigianale capace di mescolare, con cura e attenzione, tre linguaggi narrativi: la quotidianità della routine lavorativa resa tramite un piano-sequenza in presa diretta, proiettato su uno schermo, essenzialmente illuminata da alcuni fari laterali, e agito dagli stessi attori, abbigliati con dei grembiuli beige, intenti a pulire dal fango numerosi faldoni e carte; le vite private, che vengono mostrate in un documentario girato ad hoc; infine, il piano teatrale, dove vengono completamente illuminati palco e platea, rimosse le barriere del video della quarta parete e i grembiuli beige, per rivolgersi direttamente al pubblico nel tentativo di rispondere alla fatidica domanda iniziale.
Pur dando voce a disagi, malesseri e più ampie riflessioni sul senso di una vita votata a un lavoro ripetitivo, è lo stesso Wallace a dare un senso a queste esistenze scialbe: l’essenza della vita moderna è la capacità di avere a che fare con la noia.
Uno spettacolo che fa del mockumentary teatrale e dell’ispirazione dall’arguta penna di DFW il suo punto di forza, ma che ancora non fornisce nessuna risposta. Probabilmente, e si spera di tutto cuore, arriverà col tempo e con la ricerca curiosa nel vasto mondo della natura umana.

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Ultimo ma non meno importante è Aplod, prima e finora unica produzione di Fartagnan teatro, giovane compagnia composta da ex allievi della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, vincitrice nel 2017 del Bando Giovani Direzioni indetto dal Centro Teatrale MaMiMò di Reggio Emilia, nonché spettacolo finalista al Festival Dominio Pubblico – La città agli under25.
Ambientato in un futuro distopico, ma non troppo lontano, dove è diventato illegale produrre e caricare in rete materiale video, lo spettacolo racconta le vicende di tre giovani coinquilini che decidono di aprire un’associazione criminale per produrre e caricare sul sito pirata APLOD video divertenti, ottenendo un numero strabiliante di like e guadagnando parecchi soldi.
Molto simile a un episodio di una sitcom americana, per struttura e per qualità di linguaggio, il testo scritto da Rodolfo Ciulla scorre agilmente grazie al ritmo serrato delle battute. L’infuenza di alcune serie televisive di successo (come Black Mirror, Rick&Morty e Breaking Bad), della cinematografia di Quentin Tarantino e della saga di Star Wars – specialmente per le musiche – fanno di questo lavoro un esempio efficace e coinvolgente di teatro pop. Purtroppo, l’uso del turpiloquio per vivacizzare la comicità e la replica pedissequa di una celebre scena di Pulp Fiction rallentano il potenziale creativo di questo lavoro, rendendolo fin troppo ammiccante, e nuocendo, di conseguenza, all’economia dello spettacolo. La scarsa presenza di una riflessione critica e tagliente in rapporto con l’epoca odierna provoca solo una mera riflessione sul tema di gran moda, divenuto poco interessante, di come diventare ricchi, fregando il sistema.
Sul piano registico, invece, la presenza di un’iconografia pop e mainstream (in primis i pollici blu di facebook e le tute gialle che richiamano quelle di Breaking Bad) non stona, tutto sommato, con la generale armonia del lavoro; la scenografia è povera, ma duttile; i costumi neri e alcune vestaglie e camicie più o meno vistose riescono a connotare l’ambientazione futuristica;  le luci essenziali, ma dinamiche, rendono efficacemente i cambi ambientali e le variazioni di tensione. L’impianto supporta bene la potenza delle scene, grazie soprattutto ai quattro affiatati attori (Federico AntonelloMichele FedeleMatteo Giacotto e Giacomo Vigentini) immedesimati nei loro personaggi, ed assolutamente capaci di muoversi tra i dialoghi e di gestire il ritmo, tenendo alta l’attenzione degli spettatori.
Ne risulta uno spettacolo comunque convincente, grazie all’intesa collettiva della messa in scena e, soprattutto, alla basilare volontà non equivoca di pensare ad un teatro di intrattenimento ma capace di dialogare con un nuovo pubblico, con nuove potenziali generazioni di spettatori.

ST(r)AGE

Regia e drammaturgia Sofia Bolognini

Interpreti Aurora Di Gioia, Giorgia Narcisi, Daniele Tagliaferri, Andrea Zatti

Musiche originali e assistenza alla regia Dario Costa

Ricerca sociale Daniele Panaroni

Media partner Edoardo Borzi, Cesare D’arco (Theatron 2.0)

Operatori video Lorenzo Peyrone, Michele Galella, Giovanni Peyrone

Produzione bologninicosta

Tramedautore 2018

Piccolo Teatro Grassi di Milano

15 settembre

Human Animal

Drammaturgia Paola Di Mitri

Regia Nicola Di Chio, Paola Di Mitri, Miriam Fieno

Interpreti Nicola Di Chio, Paola Di Mitri, Miriam Fieno

Voce narrante Alex Cendron

Luci e visual concept Gennaro Maria Cedrangolo e Eleonora Diana

Video e riprese Vieri Brini e Irene Dionisio

Costumi Valentina Menegatti

Produzione La Ballata dei Lenna

Produzione esecutiva ACTI Teatri Indipendenti

Sostegno alla produzione Hangar Creatività

Tramedautore 2018

Piccolo Teatro Grassi di Milano

16 settembre

Aplod

Drammaturgia Rodolfo Ciulla

Regia collettiva Rodolfo Ciulla, Michele Fedele, Matteo Giacotto e Giacomo Vigentini

Interpreti Federico Antonello, Michele Fedele, Matteo Giacotto e Giacomo Vigentini

voce Domomac Dalila Reas

Produzione Fartagnan Teatro

Con il sostegno di Giovani Direzioni e SpazioYAK – KarakorumTeatro

Tramedautore 2018

Piccolo Teatro Grassi di Milano

20 settembre



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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