Orestea, l’idea del Nulla e il ruolo del Teatro secondo Anagoor, a Romaeuropa 2018

«Eschilo sente l’angoscia a cui il mondo occidentale si condanna per la prima volta e per sempre».

MARCO BALDARI | Dopo la prima nazionale alla Biennale di Venezia 2018, coronata dal Leone d’Argento, come istituzione che si è distinta nel far crescere nuovi talenti, il gruppo degli Anagoor, presenta il suo ultimo spettacolo Orestea/ Agamennone, Schiavi, Conversio al Roma Europa Festival 2018.

anagoor1Nonostante la giovane età, almeno rispetto ad un teatro gerontofilo come quello italiano, Anagoor è una delle realtà più interessanti e innovative nel panorama teatrale nazionale, suscitando un’attenzione più che giustificata.

Nati nel 2000, dal duo Simone Derai e Paola Dallan a Castelfranco Veneto, si configurano da subito come un esperimento di collettività. Oggi alla direzione di Simone Derai e Marco Menegoni si affiancano le presenze costanti di Patrizia Vercesi, Mauro Martinuz e Giulio Favotto, mentre continuano a unirsi artisti e professionisti che arricchiscono il percorso e rimarcano la natura di gruppo.

Fin dai loro primi lavori, tra i temi caratterizzanti c’è stata l’origine della cultura occidentale, con un’interrogazione continua sull’essere umano e su ciò che lo rende tale. Un vocabolario teatrale teso a descrivere le macerie dell’Occidente. Se con Socrate il sopravvissuto, la questione educativa era al centro ponendo riflessioni su che mondo lasceremo in eredità ai nostri figli; e con Virgilio brucia, ribaltano il ruolo dell’autore, non più poeta di corte, ma voce dei vinti; con questo ultimo spettacolo affrontano l’immenso tema della finitezza dell’essere, l’idea che il niente attende l’uomo dopo la vita e che questa consapevolezza sia alla base della cultura occidentale.

L’Orestea è l’opera che rappresenta la summa nella ricerca degli Anagoor. È lo stesso Menegoni a dichiararlo: «Nella storia della compagnia, Eschilo è il punto di partenza, il porto da cui si è salpati e il vascello che continuiamo a usare per osservare le coste devastate del mondo»Spesso letto come il dramma che segna la nascita della democrazia, della vittoria della razionalità su un mondo fino a quel momento antico e arcaico, (si pensi al magistrale docu-film Appunti per un Orestiade africana (1970) di Pier Paolo Pasolini), per Anagoor è la natura metafisica della tragedia il vero fulcro del componimento, unica lettura possibile per capire fino in fondo l’intreccio politico sotteso.

È la morte il tema principale intorno al quale ruota tutta la messa in scena. Attraverso un’estetica ormai già molto consolidata, «cristallina in grado di coniugare performing art e scena iper-mediale e, contemporaneamente, di costruire un dispositivo teatrale colto, permeato da riferimenti all’arte classica e alla contemporaneità».

Su un paesaggio completamente spoglio, avvolto da un’atmosfera funebre e dominato dalle tonalità del grigio e del bianco, si dipana tutto il componimento teatrale. Lo spettacolo si apre con un monologo di Menegoni, che traccia subito le linee guida.

«Orestea è una meditazione sul valore del cambiamento e sulla pratica della giustizia, sul male e la fragilità del bene. Eschilo è un anello di congiunzione tra mito, festa ed esercizio del pensiero. I Greci hanno inventato l’idea che l’essere finisca nel niente, sprofondando per sempre l’Occidente nel dolore. Ma è anche il primo della nostra storia a dire un no assoluto a questo dolore. E’ il titano che con sforzo tellurico muove guerra alla montagna olimpica, è il dio sorridente che stende la mano come argine al caos: il dramma è velo e rivelazione del vuoto del mondo, ma con la voglia di sopravvivenza che appartiene alla cultura classica».

Agamennone, prima parte della tragedia, riprende con fedeltà il testo originale, seppur tradotto. Tutta l’attesa e la tensione per l’arrivo del re, di ritorno dopo dieci anni dall’assedio di Troia, sono palpabili tra i personaggi in scena. La parola è la protagonista assoluta. Attraverso l’utilizzo di strumenti multimediali – uno telo gigante che copre tutta la scena, schermi LED, registratori, microfoni mossi come se fossero co-protagonisti con gli attori –, si svela lentamente il dramma che aleggia sopra la stirpe degli Atridi: le colpe degli avi, dei genitori non sono dimenticate e stanno per scatenare una serie di vendette che porterà tutti a pagarne le conseguenze.

L’uccisione di Agamennone e la salita al potere di Clitennestra ed Egisto renderà Schiavi anche i figli della coppia, Elettra e Oreste. Un rettangolo luminoso al centro del palco, tomba del re, apre la seconda parte. È qui che i due fratelli, piangendo la morte del padre, giurano rivalsa per la vile uccisione. Con una trovata scenica di eccezionale impatto, un ballo vorticoso, molto simile alla Danza Sufi, un derviscio febbrile, travolgente, su una musica che taglia l’aria, monta il piano che porterà alla vendetta, dando la morte alla coppia regale.

oreste

Marco Ciccullo – Oreste

Il testo in Schiavi resta come sotto traccia, ma è reiventato dalle numerose idee registiche, culminando con l’unica frase enunciata da Pilade: «Ah, e le magiche voci di Delli, i richiami di lui dell’Obliquo, lealtà di patti giurati… Dove, dove finiscono? Pensaci: l’umanità contro piuttosto, non gli dèi», fondamentale nella decisione di Oreste e enfatizzata sullo schermo che domina il palco.

L’ultimo frammento, Conversio, quella che nella tragedia originale porterà alla nascita del primo tribunale della storia, e della cosiddetta democrazia, è praticamente epurata. Anagoor ha già espresso quello che per loro Orestea doveva e voleva trasmettere: anche se la morte è condizione inevitabile dell’essere, e la vendetta porta all’annientamento di ogni cosa, ciò che rimane è la memoria. Incancellabile e strumento insieme alla parola per sconfiggere l’oblio. Si svela così il ruolo del teatro, luogo dove spazio e tempo non esistono. Parola e memoria sciolgono l’individuo tanto dall’isolamento quanto dalla massificazione, restituendo respiro e voce, annullando i confini tra passato, presente e futuro.

Orestea / Agamennone, Schiavi, Conversio è uno lavoro davvero stimolante. Tutte le componenti funzionano in maniera impeccabile. Dalle prove attoriali, di straordinaria efficacia, alle trovate registiche, mai banali e tese sempre a rimarcare con forza i numerosi riferimenti filosofici. Tra tutte quella di enfatizzare la componente multimediale, simbolo della nostra epoca e strumento utile per la conservazione della memoria. Importante in questa decisione è la lezione di Walter Benjamin ne L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica (1936). Dal punto di vista estetico risulta inoltre assai interessante la scelta di rinunciare al sangue e alla sua forza visiva, strada molte volte cavalcata da altri registi, basti pensare allo spettacolo di Castellucci Orestea (una commedia organica?) del 2016. L’Orestea di Anagoor, al contrario, è tutta giocata sul clima di morte e di malattia che è il fil rouge della tragedia. Luci basse, colori praticamente assenti e musica disturbante, sottolineano in maniera addirittura più forte questa atmosfera (ricordando molto da vicino la fotografia del capolavoro di Luchino Visconti Morte a Venezia).

Quattro ore di teatro allo stato puro, come raramente capita di vedere. Spettacolo sicuramente non facile, ma che non lascia certo insoddisfatti. Eppure molte persone hanno lasciato la platea prima della fine. Un vero peccato. Che dimostra come in parte Roma ancora non sia pronta per questo tipo di appuntamenti con un teatro profondamente sfidante e che la strada per un’educazione del pubblico più ampio al Bello sia lunga da percorrere.

ORESTEA / AGAMENNONE, SCHIAVI, CONVERSIO

Sull’Orestea di Eschilo
Drammaturgia Simone Derai, Patrizia Vercesi
Traduzione dal greco Patrizia Vercesi, Simone Derai
Orizzonte di pensiero e parola S. Quinzio, E. Severino, S. Givone, W.G. Sebald, G. Leopardi, A. Ernaux, H. Broch, P. Virgilio Marone, H. Arendt, G. Mazzoni
Con Marco Ciccullo, Sebastiano Filocamo, Leda Kreider, Marco Menegoni, Gayané Movsisyan, Giorgia Ohanesian Nardin, Eliza G. Oanca, Benedetto Patruno, Piero Ramella, Massimo Simonetto, Valerio Sirnå, Monica Tonietto, Annapaola Trevenzuoli
Voce del messaggero Pierdomenico Simone
Danza Giorgia Ohanesian Nardin
Musica, Sound design
 Mauro Martinuz
Assistente al suono Ludovico Dal Ponte
Esecuzioni al pianoforte di Kindertotenlieder n.1 di Gustav Mahler
 Massimo Somenzi
Scene, Costumi Simone Derai
Realizzazione costumi Serena Bussolaro, Christian Minotto
Accessori Christian Minotto, Massimo Simonetto, Silvia Bragagnolo
Scultura mobile Istvan Zimmermann e Giovanna Amoroso – Plastikart Studio
Video Simone Derai, Giulio Favotto
Video: riprese, direzione della fotografia, post-produzione Giulio Favotto
Video: concept, editing, regia Simone Derai
Light design Fabio Sajiz
Assistenza tecnica Mattia Dal Bianco
Assistente al progetto Marco Menegoni
Assistente alla regia Massimo Simonetto
Regia Simone Derai
Coordinamento organizzativo Annalisa Grisi
Management, Promozione Michele Mele
Produzione Anagoor 2018
Con il sostegno di Fondation d’entreprise Hermès nell’ambito del programma New Settings
Coproduzione Centrale Fies, Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa, Teatro Stabile del Veneto
Con la partecipazione di Theater an der Ruhr
Con il supporto della Compagnia di San Paolo
Sponsor tecnici Lanificio Paoletti, Printmateria, 3DZ Si ringraziaMinistero della Cultura e dello Sport della Repubblica Greca, Museo Archeologico di Olimpia, Istituto Italiano di Cultura di Atene, Lottozero / textile laboratories.

Romaeuropa Festival 2018 – Teatro Argentina – Roma, 02/10/2018



Categorie:Arte, Filosofia, Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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