Non esistono più le tragedie di una volta! Il Middleton di Donnellan al Piccolo

RENZO FRANCABANDERA – ELENA SCOLARI: RF: Sono uscito nel complesso soddisfatto dalla visione de La tragedia del vendicatore per la regia di Declan Donnellan, voglio dirlo subito. E cercherò di spiegare bene i motivi. Spero anche tu. O no?

ES: Eh no, stavolta siamo in disaccordo. Io sono rimasta assai delusa. Vediamo di guadagnare un bel confronto serrato, mi toccherà l’onere di contraddirti, farò la poliziotta cattiva…

RF: Allora: i motivi della mia soddisfazione sono di tre ordini. Il primo è la riuscita dell’operazione di per se stessa da parte di un teatro importante come il Piccolo Teatro di Milano. Devo dire (e in fondo era anche fisiologico che fosse) che dopo la scomparsa di Ronconi c’è stato un senso di vuoto non facile da colmare. E questa regia forse è la prima veramente azzeccata e a suo modo potente, che unisce complessità ed accessibilità, dopo quel colossale Lehman Brothers che è stato il testamento del Maestro.

ES: Concordo sulla difficile eredità ma, pur non volendo paragonare due lavori molto diversi, trovo comunque che in Lehman Brothers ci fosse una precisione, una cura, una qualità a tutto tondo – dalla scenografia ai costumi, dalla scrittura alla recitazione altissima – ben lontane da ciò che io ho visto in Donnellan. Ma non deviamo dall’oggetto, sono curiosa di ascoltare le tue ragioni.

RF: La seconda è aver visto in scena il testo di un autore praticamente quasi mai rappresentato in Italia, Thomas Middleton, figura tutt’altro che marginale, anzi potremmo dire fondamentale insieme a quella di George Peele, George Wilkins e John Fletcher, per l’opera di William Shakespeare.

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Middleton non è stato solo un coevo di Shakespeare ma di fatto coautore di molte sue opere in una modalità che secondo alcuni studiosi sarebbe simile a quella che oggi è in uso per le serie tv: con interi pezzi di drammi affidati alla mano di coautori. E vedendo lo spettacolo in scena al Piccolo Teatro, la questione appare di una chiarezza disarmante, mostrando come Middleton di tutta la drammaturgia, la parola, il senso scenico e la meccanica di costruzione del Bardo sia completamente intriso. Ma forse anche viceversa. In che misura non lo sapremo mai, come spiega questo contributo del Financial Times dello studioso James Shapiro.
Il fatto che l’opera del Bardo abbia coinvolto più di una mano è qualcosa che è stato dimostrato persino da dati incrociati con software dedicati, ma come racconta bene questo articolo del Guardian, Middleton ha avuto un ruolo primario nella stesura e nella revisione di alcune opere importantissime, fra le quali probabilmente anche Macbeth. E il gusto un po’ horror e splatter de La tragedia del vendicatore non è lontano da quello che in diversi momenti si respira nel capolavoro del Bardo.
La sensazione che a più riprese arriva guardando lo spettacolo per la regia di Donnellan è di trovarsi in una pièce shakespeariana di cui non si ci ricordiamo però la trama, tanto sono affini le scritture. È veramente buffissima la cosa, a tratti surreale, sentire la potenza di quella meccanica di costruzione delle vicende, pezzi e finanche frasi che rimandano o rievocano nella memoria inconscia dell’appassionato di teatro l’opera dell’autore più noto, cercando di ricordare quale sia quest’opera, dannazione!
Persino i nomi dei protagonisti, Vindice e Ippolito, figli di Graziana e fratelli di Castiza, che in una non meglio precisata corte italiana si incontrano davanti al Palazzo del Duca, rimandano a nomi da Bisbetica domata, o da Mercante di Venezia. Il vendicatore (un ottimo Fausto Cabra, attore scuola Piccolo ormai alla completa maturità), desidera appunto vendicare a qualsiasi costo la morte della promessa sposa Gloriana, stuprata e avvelenata dal Duca poco prima delle nozze. È l’inizio della tragedia.

ES: L’inizio della tragedia, dici bene! Bene che si faccia conoscere un autore diciamo di retroguardia ma che ha lavorato con il migliore di tutti, beato lui! Bene anche che (se si legge il lussuoso programma di sala) si scopra ciò che hai appena ricordato sul censuratissimo Middleton, che le dava di santa ragione a palazzi, corti, nobili bassezze e ipocrisie reali. Francamente però, le accennate assonanze con varie opere del Bardo, si sono per me fermate lì. Poco oltre l’accenno. Nessuno, nessuno dei personaggi ha nemmeno vagamente lo spessore delle figure shakespeariane, nessuno soffre – non credibilmente almeno – per il disastro umano che lo circonda.
La madre di Castizia, Graziana (Pia Lanciotti), che avrebbe potuto incarnare un poco di dubbio, trapassa dalla compostezza alla cupidigia con una disinvoltura (anche drammaturgica) che lascia di stucco.
L’intera compagine (14 attori!) è appiattita su un’orgia di volontà di potenza/potere, su meschinità rozze, grossolane, talmente esibite da non affascinare mai, un gruppo di ingenui e dannosi imbecilli (esclusa solo la povera Castizia), dall’inizio alla fine. Come, ahinoi, appare chi ci governa in questi tempi tutt’altro che rinascimentali.

RF: Beh che lo spessore della parola di Middleton non sia quella shakespeariana è un fatto. Forse in ultima analisi la maggior debolezza della proposta di cui parliamo. Ma penso che non per questo non sia giusto conoscere, investire in una grande produzione su un autore minore, cercare con un allestimento di capire cosa collega l’allora all’oggi. La terza ragione è per me proprio l’allestimento, che senza avere grandiosità sceniche se non un gigantesco sistema di porte scorrevoli di legno rosso, in stile da castello seicentesco, lavora con poche proiezioni di quadri della scuola rinascimentale italiana e con un uso non invasivo della tecnologia, sull’elemento fondamentale nelle recite del teatro di prosa: l’attore.

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foto Masiar Pasquali

ES: La stecca di porte industriali è bella, vero, la scrittona VENDETTA proiettata sopra è pop e usa molto di questi tempi ma è d’effetto, il lavoro sull’attore però non ha prodotto a mio avviso risultati apprezzabili: il livello interpretativo generale è mediocre con qualche punta di debolezza verso il basso, anche nei movimenti e nel modo di occupare la scena, spesso sguaiato e certo non rispettoso del precetto amletico di “non trinciare l’aria con le braccia”…
Fausto Cabra ha il personaggio – nella maniera violentemente semplice di Middleton – più complesso e lo regge piuttosto bene, insieme al fratello Ippolito/Raffaele Esposito, ma perfino il bravissimo Massimiliano Speziani sembra qui condizionato da una una cappa di approssimazione che pesa sull’effetto complessivo.
L’uso della tecnologia si riduce a riprese video di alcune azioni in stile Blair witch project, anch’esse approssimative. Le proiezioni di quadri, il Guido da Montefeltro di Piero della Francesca, per esempio, non si possono discutere per bellezza ma allora perché non Guido Reni o il Guercino, che sarebbero stati coevi all’autore del testo?

RF: Su Speziani non sono per niente d’accordo io, per dire. È uno dei massimi piaceri del teatro di prosa italiano vederlo in scena, e se la regia gli affida una caricatura “cavalieresca” del potere lui la esegue proprio con quel nitore e precisione di cui parliamo. La scelta poi dell’apparato iconico che arriva fino al ritratto di Ariosto realizzato da Tiziano effettivamente è una scelta, anche discutibile, non la voglio difendere. Si sarebbe potuti arrivare a Caravaggio. Ma mi pare di aver letto distintamente una scultura vivente che rimandava al ratto di Proserpina di Bernini, per dire. Insomma la regia ha lavorato su un immaginario iconico italiano, forse analogo a quello quasi fumettistico con cui lavorò Wilson per la sua Odissea qualche anno fa. Le questioni che fanno di questa produzione una scommessa vinta anche per il regista, sono poi nel fatto di aver portato un autore sconosciuto ai più ma talmente simile a Shakespeare da poter di fatto traslare mentalmente questo lavoro sulla testualità shakespeariana, guardando all’operazione e comprendendo come ci sia in questa lettura un sarcasmo, un’ironia noir molto britannica che forse a noi in Italia sfugge nelle regie sul grande drammaturgo. Ma Middleton, un po’ come i caravaggisti rispetto al maestro, ha forse un senso dell’equilibrio poetico meno netto, indulgendo in quei particolari più orrorifici che avvicinano la pruderie del pubblico, e su cui Donnellan in modo notevole zoomma, proprio per farci vedere con quale atteggiamento libidinoso il nostro tempo e il sistema massmediatico dell’immagine (entrano non a caso in scena le telecamere) si concentra su questi aspetti (torture, ammazzamenti, fermi immagine quasi pornografici). In tutto questo, la macchina degli attori come anche quella dei costumi scenici, delle luci e delle musiche gira in modo coordinatissimo dando il senso di una compattezza del risultato, sostenuta da ogni suo elemento costitutivo. Per la prima volta Declan Donnellan dirige una produzione in lingua italiana per la stagione del Piccolo Teatro e spiega che “Leggendo Middleton si percepisce una minaccia incombente, che cresce come un tumore invisibile fino a scoppiare, alimentata dal rancore e dall’ingiustizia. Ci parla di un governo corrotto, invischiato in loschi affari, di un popolo che si compra al prezzo dei beni di consumo. Descrive una società ossessionata dal sesso, dalla celebrità, dalla posizione sociale e dal denaro, dominata dal narcisismo e da un bisogno compulsivo di autorappresentarsi per convincere gli altri – ma soprattutto se stessi – di essere buoni e belli“.

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foto Masiar Pasquali

Il rimando alla vicenda politica non solo italiana ma planetaria viene talmente naturale da indurre non poche riflessioni. Astraendoci dal localismo, si pensi solo ai tweet con cui Trump e Kim hanno guerreggiato offendendosi in modo infantile e grottesco per mesi, fra un lancio e l’altro di bombe atomiche qua e là nell’Oceano Pacifico.
Un’iperbole del tragico tale da sfociare nel grottesco conclusasi con dichiarazioni incredibili di reciproco amore, iperbole alimentata dal bisogno social di commenti istantanei su qualunque aspetto del vivere, con foto sul cadavere del criminale o sotto il ponte crollato e così via, tali per cui ormai non esiste tragedia che dopo pochi minuti non abbia una sua deriva grottesca da parte del potere preposto a gestirla.

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E Donnellan, come Middleton, sembra volerci dire proprio questo: in epoche di fine impero, di rompete le righe, il dissoluzione del senso morale del potere, il pudore di peccare in privato salta, di fatto facendo volatilizzare il senso del tragico stesso, a favore della sua deformazione in maschera. Insomma siamo in un tempo in cui non c’è spazio per la tragedia. Il dramma, giusto, è proprio nell’insostenibilità della leggerezza! Quando avverrà la tragedia definitiva, saremo tutti troppo storditi per accorgercene, continuando a ballare come sul Titanic. “Ahi, ahi ahi ahi…” come canta la canzone tormentone di Misiti (interpretata da sua sorella cantante) con cui si conclude lo spettacolo.

ES: Certo non sapremo mai quanto Middleton c’è in Shakespeare, ma a giudicare da questa opera, accertata per sua, non insisterei sulla similitudine tra i due.
Il tuo pensiero, rispetto alla lettura, lo condivido ma non esce affatto da questa produzione superficiale, la più attesa della Stagione del Piccolo Teatro (non faraonica ma certo non manchevole di mezzi), esce dal tuo esperto sguardo critico. Lo spettacolo invece soffre di una drammaturgia abborracciata. Questo Vendicatore patisce una regia che è sì ritmata ma che con l’affanno toglie ogni possibilità di affondo, impedisce qualsiasi riflessione che vada oltre la banale denuncia del potere violento e ingordo. La canzoncina di Misiti ha le caratteristiche del tormentone azzeccato ma racchiude l’innocua leggerezza di tutto il lavoro: è orecchiabile. Punto. In un finale che poteva essere l’ultimo acme di assurdità di un grand guignol – comunque patinato – e risulta invece una confusa passerella di morti che si rialzano e che ballano insieme ai vivi. Ora, va bene dileggiare il tragico, ma la riduzione a maschera cui ti riferisci è già tale fin dall’inizio, non c’è trasformazione, tutti sono dozzinali da subito, non c’è un processo che porti a vedere come questa masnada di miseri arruffoni si riduca, si presenta già come tale. Annullando il senso di ripulsa che sarebbe naturale provare dopo tanto sfacelo.
Ahi ahi ahi.

RF: A questo punto tocca che vadano a vederlo e ci dicano la loro anche gli spettatori. Bella comunque l’arte che fa discutere!

La tragedia del vendicatore
di Thomas Middleton
drammaturgia e regia Declan Donnellan
versione italiana Stefano Massini
scene e costumi Nick Ormerod
luci Judith Greenwood, Claudio De Pace
musiche originali Gianluca Misiti
con Ivan Alovisio, Alessandro Bandini, Marco Brinzi, Fausto Cabra, Martin Ilunga Chishimba, Christian Di Filippo, Raffaele Esposito, Ruggero Franceschini, Pia Lanciotti, Errico Liguori, Marta Malvestiti, David Meden, Massimiliano Speziani, Beatrice Vecchione
regista assistente Francesco Bianchi
collaboratore movimenti di scena Alessio Romano
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa | ERT – Emilia Romagna Teatro Fondazione

Lo spettacolo, in italiano, sarà sovratitolato in inglese nelle recite del 9, 13, 17, 20, 27 ottobre e 3, 10 novembre.
Sovratitoli a cura di Prescott Studio
Proiezione immagini storiche con licenza di Foto Scala Firenze

Il brano “Ahi Ahi Ahi” di G. Misiti/R. Misiti è cantato da Raffaella Misiti

Piccolo Teatro Strehler
dal 9 ottobre al 16 novembre 2018



Categorie:Arte e psicanalisi, Cultura e società, Novità, Pensieri oscenici, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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1 reply

  1. Detesto gli spettacoli pop che si mascherano da spettacolo colto che cita il pop.

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