Peter Brook ci mette al cospetto delle nostre prigionie interiori: sarà mai possibile una redenzione ?

LAURA NOVELLI | È il maestro che ci ha insegnato ad amare la semplicità del teatro e a capire che in quella semplicità si annida il lievito della sua potenza espressiva e comunicativa. È il maestro che ha saputo trasformare l’epica in una favola sempre più moderna. Quello che ha saputo parlare di temi universali con la compostezza di un linguaggio scenico sgombro di qualsiasi orpello. È il regista poliglotta che si è nutrito di una ricerca trasversale nelle culture e nelle mitologie dei popoli; che ha accolto in scena l’idea di un multiculturalismo vero, spontaneo, artistico, capace di annullare ogni differenza e ogni indifferenza.

the_prisoner_3A 93 anni compiuti (nasce il 21 marzo 1925 a Londra), Peter Brook torna in Italia con un lavoro già passato per Edimburgo e per il National Theatre e  che, ospite del Romaeuropa Festival 2018, segna un ulteriore tassello nella sua sconfinata produzione, tracciando una linea di simbolica continuità con quel Mahabharata del 1985 considerabile, sotto molti punti di vista, lo spettacolo manifesto del regista franco-britannico. Questa nuova pièce, che si avvale della consolidata collaborazione drammaturgica e registica di Marie-Hèlène Estienne, si intitola The Prisoner e colpisce soprattutto per la solenne asciuttezza che ne pervade la sostanza. Sostanza epica, mitologica – spirituale e morale persino – ma al contempo decisamente concreta.  A monte del plot vi è infatti un’esperienza vissuta dallo stesso Brook diversi anni fa durante un viaggio in Afghanistan, dove la sua guida gli aveva mostrato, fuori da un villaggio, un uomo relegato su una collina, eremita in espiazione per un delitto indicibile.

La scena è abitata da pochi oggetti: rami secchi, pietre, ciotole, una coperta. Rimanda un’idea di primitivismo ed è accarezzata dai toni ocra delle splendide luci firmate da Philippe Vialatte. In questo spazio pressoché vuoto (The Empty Space è non a caso il titolo di un celebre libro del regista) si muovono attori di varie nazionalità, tutti eccellenti, chiamati a raccontare con gesti minuti e sguardi sommessamente mobili una storia umana senza tempo.
Il giovane Mavuso – Hiran Abeysekera – ha commesso un crimine terribile, un parricidio dal sapore arcaico mosso da sentimenti incestuosi: la gelosia per il padre amante della sorella Nadia, della quale lui stesso è innamorato. La sua punizione però, stabilita dallo zio saggio Ezechiele – Hervé Goffings – che si prende carico del delitto familiare e del ragazzo di fronte alla comunità,  non verrà scontata in prigione ma davanti ad essa. Per anni.

TP_334La prigione è posta in direzione della platea: sono dunque gli spettatori i più diretti destinatari del lavoro. A noi che stiamo qui, oltre lo spazio scenico, vengono ricordate le molte prigionie che quotidianamente viviamo e patiamo, il più delle volte segretamente. Prigionie interiori, personali. Prigionie dalle quali, volenti o nolenti, aspettiamo una salvezza o un salvatore. Mavuso sembra, in definitiva, la nostra coscienza appesa alla condanna di guardare la nostra stessa vita. Una metafora costruita senza alcuna enfasi, nessun pathos, nessuna visione dicotomica tra Bene e Male.
Nella lineare espressività degli interpreti – sospesi tra un registro straniato e un sostanziale appoggiarsi alla loro sorte e ai loro ruoli – vibra la necessità archetipica di questo sguardo sospinto dentro l’Uomo. Le cose accadono in un tempo lento che è il tempo della Storia umana. E persino il senso del peccato – un peccato terribilmente o-sceno – appare come diluito nel bisogno di tradurre la relazione tra colpa ed espiazione in una parabola edificante.

In uno dei passaggi più poetici della pièce, il colpevole, dopo essere stato brutalmente picchiato dallo zio/giudice con un bastone, viene guarito dall’amata sorella – Kalieaswari Srinivasan – detentrice della sapienza taumaturgica del padre/amante, e decide di abbracciare la sua sorte, di farsi carico della sua colpa. Viene dunque condotto in un luogo deserto, davanti a una prigione, e lasciato da solo. Nell’isolamento in cui si trova a vivere, il ragazzo prova prima rabbia, poi lentamente prende coscienza dell’enormità del suo delitto, dei limiti umani del padre e della necessità di una propria maturazione umana. Via via che il tempo passa, si interroga sempre più frequentemente su come potrà proseguire, dopo il castigo, la sua vita. Come potrà capire di essersi redento?

È, infatti, proprio sul tema, laico, della redenzione – più che su quello del castigo di dostoevskiana memoria – che si concentra il testo del lavoro. Quando finirà l’espiazione di questa colpa? Per quanto tempo il giovane Mavuso dovrà stare fermo davanti alla prigione? Cosa aspetta per tutto quel tempo? Chi aspetta? Chi lo salverà?

In un preciso frangente il ragazzo sentirà in se stesso che è arrivato il momento di riunirsi agli altri; si sentirà rinnovato nel profondo, complice un libro composto dal padre contenente scritti e disegni degli alberi di quella landa/foresta e delle loro proprietà curative. Un oggetto – tra i pochi che lo zio gli ha lasciato per sopravvivere – che si fa tramite con lo spirito del genitore defunto. Un mezzo di riappropriazione di quel senso della sacralità degli alberi (non a caso simboli del padre nella psicologia junghiana) che qui è un motivo dominante sin dall’incipit.

TP_0239L’impatto della vicenda sugli spettatori è amplificato dal fatto che a raccontarla c’è una straniera in viaggio nel paese del protagonista. Una donna occidentale che introduce lo spettacolo con un monologo incentrato proprio sul rapporto tra Uomo e Natura. A lei viene riferita la storia e lei da lontano guarda la sagoma del ragazzo, seduto immobile di fronte alla prigione come un eremita. Questa donna è l’anello di congiunzione tra loro e noi, è voce narrante ed epica: una sorta di griot africano che tesse la vicenda dal punto di vista del pubblico. O forse, più semplicemente, che incarna un alter ego di Brook stesso viaggiatore in Afghanistan.

Questa straniera tornerà anni dopo nel villaggio per cercare quel singolare prigioniero-eremita. Egli avrà ormai scelto una vita nuova. Avrà rifiutato il ruolo di padre/sposo della sorella, divenuta madre di una figlia frutto del suo amore incestuoso. La donna/viaggiatrice non troverà tuttavia né lui né la prigione, che nel frattempo è stata abbattuta. E in quest’immagine c’è la redenzione riuscita di Mavuso.

Chissà se il pubblico – coro, giudice, ma soprattutto platea di prigionieri – possa dire lo stesso di sé, possa vantare la stessa redenzione rispetto ai propri delitti non visti,  rimossi, taciuti, segreti. Indicibili, appunto.

THE PRISONER

Testo, Regia Peter Brook, Marie-Hélène Estienne
Luci Philippe Vialatte
Scene David Violi
Con Hiran Abeysekera, Hervé Goffings, Omar Silva, Kalieaswari Srinivasan, Hayley Carmichael
Assistente ai costumi Alice François
Con l’aiuto di Tarell Alvin McCraney, Alexander Zeldin
Produzione C.I.C.T. – Théâtre des Bouffes du Nord
Coproduzione National Theatre London, The Grotowski Institute, Ruhrfestspiele Recklinghausen, Yale Repertory Theatre, Theatre For A New Audience – New York
Traduzione e adattamento sovratitoli in italiano Luca Delgado
Foto © Simon Annand

Romaeuropa Festival
Teatro Vittoria di Roma
11-20 ottobre 2018



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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