Direzione artistica e scelte di confine in un mondo globalizzato: intervista a Chenevier/Fini – T*Danse Aosta

RENZO FRANCABANDERA | È grazie alla compagnia valdostana TiDA Théâtre Danse – direzione artistica di Marco Chenevier – se T*DANSE – Festival Internazionale della Nuova Danza di Aosta è tornato anche quest’anno ad animare la città di Aosta e gli spazi della Cittadella dei Giovani con spettacoli, laboratori, conferenze, incontri con il pubblico e addetti ai lavori. Terza edizione per questa peculiare iniziativa volta alla promozione e diffusione della danza contemporanea nel territorio delle Alpi Occidentali, attraverso nuovi sguardi sulla scena contemporanea europea. Alla fine delle intense giornate di festival, abbiamo voluto fare una conversazione con i due responsabili artistici, Marco Augusto Chenevier e Francesca Fini.

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Marco e Francesca cosa significa provare a raccontare l’oggi con un corpo danzante? E cosa significa danza oggi?

FF – Io estenderei il concetto al corpo in movimento: un corpo performatico che necessariamente interpreta il presente. Ogni volta che in Arte il corpo agisce nello spazio è sempre connesso alle istanze della contemporaneità, perché il gesto è diretta emanazione del pensiero, ancor prima di quanto lo sia la parola. Un pensiero che a sua volta deriva dal vissuto personale e collettivo dell’artista e dalle sue inevitabili connessioni con il mondo che ci circonda. E persino il corpo nella sua essenza si evolve nel tempo, come un dispositivo tecnologico: la sua biologia, la sua meccanica, il suo “design”, la sua fisiologia non possono essere disgiunte dal tempo in cui si esprime. A mio avviso, quindi, questo corpo performatico è lo strumento più adatto per raccontare il presente.
MC – Concordo con Francesca. Oggi più che di danza, sarebbe bene iniziare a parlare di corpo, di movimento, e, se proprio vogliamo trovare una parola onnicomprensiva, di teatro. Nel teatro, in quanto luogo, il corpo è per me lo strumento principe per poter raccontare le ombre, il non detto, l’invisibile.

Come si sceglie uno spettacolo da proporre ad una comunità con delle peculiarità così evidenti come quella valdostana? Fareste le stesse scelte anche altrove?

FF – Io personalmente non ho scelto le azioni performative, egregiamente rappresentate dal lavoro di Alexandra Zierle e Paul Carter, sulla base di una supposta peculiarità valdostana. Oggi siamo tutti collegati ad un inconscio collettivo alimentato da un’informazione che è globalizzata, pervasiva, che viaggia sulla rete, si riversa nella nostra comunicazione quotidiana on-line e off-line. Nello stesso tempo siamo tutti esseri umani e rispondiamo a stimoli ancestrali e archetipi comuni. Sulla base di questa convinzione, ho deciso di chiamare dei performer in grado di esprimere istanze comprensibili qui come altrove. Avrei fatto la stessa scelta se il festival si fosse svolto a Roma, Milano o Hong Kong. I rituali ancestrali di Alexandra Zierle, l’intimità partecipativa in cui l’artista trascina il pubblico, cercando di rievocare le memorie sopite e il senso di appartenenza, attraverso il gioco, il ribaltamento dei simbolismi domestici, il rapporto con elementi site-specific e naturalistici, sono parte integrante di un linguaggio che funziona a tutte le latitudini. Stessa cosa per quanto riguarda Paul Carter: il suo focalizzare sull’immagine di un corpo maschile maestoso e fallibile, oscuro e luminoso allo stesso tempo, celebrato nella sua forza e nella sua profonda fragilità, nell’eterno conflitto vitale e struggente con strutture-costruzioni esterne che lo esaltano ma al contempo lo imprigionano, non è solo un modo per esorcizzare quei demoni personali che ha voluto condividere con noi prima e dopo le sue performance: il suo lavoro rappresenta la sua interpretazione di una condizione umana comune, lacerata e lacerante, che non conosce confini culturali, geografici o temporali.

MC – Il contesto in cui operiamo non implica un parametro di scelta: concordo con Francesca. Ma comporta, invece, un enorme lavoro relativo al quadro, al contesto, agli strumenti ed ai dispositivi di audience engagement e development.
Come si opera per creare un dialogo con una comunità per poter ricostruire l’agorà? Come si crea una SITUAZIONE in cui questo sia possibile?
Infine la complessità della programmazione, che vuole abbinare angoli di attacco, estetiche, linguaggi ed approcci diversi fra loro risponde anch’essa alla volontà, in una comunità piccola, di incontrare gusti diversi, sia nel proporre approcci lontani dalla propria visione, che per incontrarne l’affinità, affinché l’esperienza dell’attraversamento del festival, concepito come opera d’arte collettiva, sia anche (ma non solo e non sempre) legata al piacere ed al desiderio.

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Secondo voi in che direzione sta cambiando questo linguaggio? È ancora quello che vi rappresenta di più o sentite il bisogno di stimoli nuovi?

Io personalmente sono convinta della mia scelta. Questo non significa che il linguaggio non debba essere contaminata con altri codici. Io infatti da tempo utilizzo – provocatoriamente – nella performance art i dispositivi messi in campo dalla mia esperienza con i nuovi media. Durante il festival, ad esempio, ho trasmesso in diretta streaming tutte le performance di Zierle e Carter sulla piattaforma Performance Art TV, che è un tv social fondata da me e Paola Michela Mineo, artista milanese. PATV ha come missione diffondere in diretta streaming esclusivamente azioni performative, superando il concetto di qui e ora (hic et nunc), che sono il fondamento delle pratiche della live art. PATV trasforma il “qui” nell’ubiquità del metaverso social, e il concetto di “adesso” in un presente emotivo e tecnicamente “differito”: infatti, la performance si svolge fisicamente in un luogo e in un tempo precisi, ma è contemporaneamente accessibile a livello globale attraverso lo streaming su Facebook, da chiunque possa accedere ad Internet, mentre i pochi secondi di buffering, determinati da una serie infinita di variabili (connessione e posizione geografica in primis), superano il concetto di “nunc”, trasformando il presente in una dimensione emotiva e percettiva. PATV, a suo modo, mira ad una ridefinizione della performance art e delle sue modalità di fruizione e condivisione.

MC – Convinzioni ne ho poche, a parte che un giorno, eventualmente, toccherà morire.

TORRICE 1.jpgOltre che direttori artistici siete anche performer e regista Francesca e coreografo e danzatore Marco, e nei vostri pezzi non mancano l’ironia e il dialogo col pubblico. Pensate siano due ingredienti indispensabili per l’arte oggi, anche con i rischi che ne conseguono? 

FF – Come artista e curatrice credo che il dialogo con il pubblico sia essenziale. La capacità di creare empatia, di stimolare, di provocare, di comunicare con il publico sono il requisito fondamentale delle opere che faccio e che promuovo. L’ironia invece è una cosa che non ricerco necessariamente nei lavori degli altri, quando li propongo per una manifestazione. L’ironia è una cifra personale, che mi caratterizza come artista, con tutti i rischi – appunto – che ne conseguono.

MC – Nel mio lavoro l’esperienza del pubblico è al centro del processo di creazione e del processo performativo.
L’ironia è per me fondamentale. Credo che sia, se usata bene, un modo per trovare una porta di accesso alla relazione, all’empatia.

 

 

 

 



Categorie:Interviste, Novità, Satura, Scena, Teatro

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