L’inferno in mezzo a noi. Parlando di “FaustBuch” con Enrico Casale

ILENA AMBROSIO | Successo, gloria, fama, popolarità:  la parabola dell’uomo che per la brama di possederli fa suo il demoniaco scendendo a patti con esso è diventata nei secoli un topos abitato da letteratura, musica, cinema.
Un nuovo originalissimo contributo alla casistica è giunto da Enrico Casale e dal suo FaustBuchPremio Scenario 2017 – che abbiamo avuto modo di vedere presso Officina Teatro – Prospettive Contemporanee a San Leuci (CE).

faustoMa dimentichiamo le alte aspirazioni dei Faust di Marlowe o Goethe, dell’Adrian Leverkühn di Thomas Mann, o anche del Dorian Gray di Wilde. Questo signor FaustO – attenzione alla vocale finale – è un poveraccio, uomo privo di qualsiasi talento eppure assetato di successo; «un morto di fame che cerca la fama». Il successo ambisce è la notorietà – declinazione ben più prosaica – nostri giorni, quella tanto travolgente, quanto fugace ed effimera, concessa dai media. Come i suoi illustri predecessori Fausto cederà alla tentazione di vendersi al diavolo per poi cadere tra le fiamme dell’inferno dopo una brevissima parentesi da “vip”.

Dopo l’intervento su PAC di Laura Bevione abbiamo deciso di fare, più che un’intervista, una chiacchierata con Enrico Casale.

IA: Partiamo dal principio. Il plot è chiaro e noto. Meno scontate le modalità di rimaneggiamento e il fatto che – precisiamolo per chiarezza dei nostri lettori – sono con te, in scena, attori con disabilità che tu segui, con il laboratorio Accanto, già dal 2008. Qual è stata la genesi di FaustBuch? Quale l’idea embrionale?

EC: All’inizio doveva essere uno spettacolo sul fallimento, e in parte è rimasto tale. Poi, però tutto si è sviluppato dall’incontro con i ragazzi. Ho realizzato che i giovani disabili hanno pochissime attività da fare; sono spesso lasciati davanti ai computer, alla tv…

IA: … Beh, non solo i disabili. Oramai per bambini e ragazzini le possibilità di ricevere stimoli che non provengano da tv spazzatura o da Youtube sono scarsissime…

EC: … E infatti tra questi programmi dei quali si “cibano” quotidianamente ho trovato StraFactor [una parodia di X Factor dove concorrenti palesemente privi di talento sono valutati da giudici altrettanto discutibili. NdR] dove spesso anche persone con disabilità sono messe alla berlina, ridicolizzate.
Da lì l’dea di un lavoro sul successo, sul talento, mettendo in gioco chi per la società talento non può averlo.

IA: E invece Michael Decillis (Wagner), Andrea Burgalassi (Mefistofele) e Ivano Cellaro (Lucifero) – alla loro prima esperienza professionale, persino – di talento ne hanno eccome. Siete riusciti a fare emergere questo rispetto al resto?

castEC: È chiaro che nei comunicati stampa il particolare che gli attori siano disabili viene fuori, perché si mette in gioco anche un aspetto legato al cosiddetto “teatro sociale”(definizione per me comunque superata). Ma loro sono prima di tutto attori. In questi casi il teatro ha la potenza di farci dimenticare per un’ora la loro condizione particolare. Alcuni spettatori, dopo la rappresentazione, mi hanno detto di aver letto che c’erano interpreti disabili ma di non averli visti. È questa la vera sfida. Io non amo il teatro che usa attori disabili per parlare di disabilità.

IA: E che poi fa il gioco della spopolante tv del dolore dove si mettono sotto i riflettori situazioni, senza ombra di dubbio problematiche, alle quali va data attenzione, ma trattandole come fenomeno da baraccone aumenta-audiance (incommentabile la recente promozione di un certo spettacolo che ha come protagonisti ragazzi affetti da sindrome di Down!). Si sbandierando idee di accettazione, tolleranza che, a mio parere, sono la prima forma di discriminazione. Perché in quel sottolineare l’”accoglienza” sta la marcatura di una diversità non realmente compresa.

EC: Esatto, si cade nel pietismo strappalacrime che non a nulla a che vedere con il mio lavoro insieme ai ragazzi. Andrea e Michael sono proprio due bravi attori, al di là di tutto.

IA: E mi pare che FaustBuch punti proprio su questo. Mi ha colpito che tu abbia pensato due personaggi per i quali le loro reali movenze, il tono della voce  – un po’ sopra le righe quello di Michael, più placido e ironico in Andrea – sono assolutamente coerenti, strumenti del personaggio stesso. Tutta la pièce mi è sembrata cucita addosso a loro e in funzione delle loro caratteristiche attoriali, non di persone disabili .

EC: Siamo nell’ambito della distinzione tra un attore, che deve  farsi “neutro” e diventare personaggio, e un performer che non è personaggio ma porta se stesso in scena. Anche io, fondamentalmente, non recito; ovviamente con delle esasperazioni ma io sono quella roba lì che hai visto in scena…

IA: Per “roba lì” intendiamo un omuncolo piagnucoloso che entra in scena in mutande; indeciso, ipocondriaco e pieno di paure; consapevole della propria totale inettitudine, che ha bisogno di sentirsi dire quanto sia bello, bravo eccezionale, di essere accudito in tutto…

EC: Questo lavoro l’ho cominciato dopo un periodo difficile della mia vita e devo confessare che proprio i ragazzi hanno assistito me all’inizio. Parlando di drammaturgia, tutte le scene che tu hai visto…

mg_3366IA: …. [Il servo Wagner che accudisce il padrone finanche nell’espletare i suoi bisogni corporali, che lo veste, lo pettina, gli prepara da mangiare e si assicura che lo faccia. O Mefistofele che se lo mette in grembo raccontandogli, come si fa a un bambino, la storia del suo “superiore”].

EC: … sono nate proprio da quel mio bisogno dell’epoca di essere accudito. Quella è tutta realtà sulla quale abbiamo improvvisato. Abbiamo fissato dei punti da Doctor Faust di Marlowe – la solitudine, la dannazione – ma a livello drammaturgico siamo partiti da noi stessi per poi creare i personaggi. Ogni parola è frutto di improvvisazioni anche molto lunghe. Non c’è stato un lavoro a tavolino di scrittura delle battute.

IA: Ma in alcuni punti Marlowe è ripreso molto da vicino. Per esempio all’inizio, con la narrazione della nascita di Faust o nel poeticissimo finale nel quale Wagner, oramai vecchio claudicante, ricorda con malinconia intensissima la notte della sua morte. Un mood, poi, immediatamente rovesciato in ironia con voi tre che intonate The Show Must Go On di Milva. Mash up di toni e passaggi repentini che ricorrono spesso in tutto il lavoro..

EC: La sfida era quella di unire sacro e profano, mettere in bocca a noi, poveri reietti, le parole di Marlowe…

IA: Infatti mi pare che la drammaturgia si basi proprio su questo utilizzo, più che di fonti, direi di sollecitazioni, di input a diversi livelli sensoriali, provenienti delle varie riletture dell’archetipo “Faust” o anche di ciò che rientra nella dicotomia sacro-profano, ed entrati poi nel calderone – per rimanere in ambito di stregonerie – del vostro lavoro.
A parte Marlowe, il Faust di Gounod che risuona da un  giradischi, le immagini del Faust di Friedrich Wilhelm Murnau del 1926; ma anche la lettura del terzo canto dell‘Inferno dantesco seguita dalle voci fuori campo dei giudici di talent show – come a dire: attenzione a come cambia quella «città dolente».  provinoFino al video del provino di un ragazzo che voleva «diventare la persona più famosa del mondo»; ragazzo che, un po’ a fatica, scopriamo essere proprio Ivano Cellaro, in scena come Lucifero.
Il tutto poi su una scena dove “troneggiano” sedioline e tavolino mignon – chiaro simbolo dell’operazione drammaturgia di rimpicciolimento del mito – e che sfrutta non pochi elementi brechtiani di straniamento – video degli stessi interpreti che replicano a specchio le azioni fatte in scena, ad esempio. Insomma non un rifacimento canonico…

EC: No, infatti. L’aspetto straordinario di una storia come Faust è che puoi rimetterla in vita nel contemporaneo e funziona sempre. Ancora oggi può dire qualcosa cambiandone minimamente i connotati. L’inferno, allora, non è più quello immaginato da Marlowe con fiamme, diavoli e forconi ma può diventare il meccanismo televisivo che spinge a correre verso obiettivi che poi si rivelano nulla. Sono testi che riportano sempre e comunque al contemporaneo.

Ebbene questa operazione a noi è parsa decisamente riuscita. Per la sua visionaria originalità, per l’utilizzo sapiente di materiali drammaturgici e scenici apparentemente inconciliabili ma che, meditati e ripensati, rivelano causale coerenza. Un puzzle volto a emettere un senso che, seppur tra sorrisi e anche risate, giunge chiaro in tutta la sua tragicità. Quella di un inferno le fiamme del quale ci avvolgono senza che, spesso, neppure ce ne rendiamo conto.

 

FAUSTBUCH

regia e drammaturgia Enrico Casale
in scena Enrico Casale, Andrea Burgalassi, Michael Decillis, Ivano Cellaro
scene Alessandro Ratti
produzione Gli Scarti

Officina Teatro – San Leucio (Caserta)
13 ottobre 2018



Categorie:Cultura digitale, Novità, Satura, Scena, Teatro

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