T*DANSE – Festival Internazionale della Nuova Danza: gli spettacoli, fra musica e performance, società e tecnologie

RENZO FRANCABANDERA |  Un focus su evoluzione del linguaggio coreutico, anche nelle sue sue relazioni con lo sviluppo tecnologico, per un ingaggio che guarda ai linguaggi non solo nel loro evolvere e contaminarsi ma anche nel loro farsi attraversare dai nuovi medium. Questa è stato T*DANSE – Festival Internazionale della Nuova Danza tornato anche quest’anno ad Aosta negli spazi della Cittadella dei Giovani con la direzione di Marco Augusto Chenevier e Francesca Fini.

Per un verso laboratori, conferenze, incontri con il pubblico e addetti ai lavori, per altro la dimensione empirica della realizzazione artistica, incentrata anche e soprattutto sul tema dell’interazione fra arte, società e tecnologia. Si è passati così dalla bella creazione audio-video digitale di Ozmotic, a lavori focalizzati sul guardare alla tecnologia nel processo creativo, come per 7/8 chili, per finire con creazioni incentrate sulla tecnologia colta in una dimensione sociologica (come in #fomo – the fear of missing out di Hungry Sharks) e filosofico futuribile (il Clean me dei go plastic company)
Ed è forse questo uno dei risvolti più interessanti della due giorni finale, che ha messo a confronto non solo due esperienze artistiche italiane e due collettivi stranieri, ma anche generazioni diverse: i senior Ozmotic e 7/8 chili, e i più giovani Hungry Sharks (Austria) e i go plastic company (Germania).
A questi spettacoli si è poi abbinato un ciclo di performance, tutte in prima nazionale, a cura di Alexandra Zierle (DE) e Paul Carter (UK) che hanno abitato lo spazio Expo con azioni, videoperformance e oggetti-reliquie, trasformando il centro-agorà della struttura in uno spazio rituale partecipato.

2987_10204318678201779_915337407315980249_n.jpgCiak di 7-8 chili (IT) è un intrigante lavoro dal punto di vista creativo. Se il risultato è di gradevolissima e ironica riflessione sulla passione per il cinema, la costruzione del tutto è ancora più interessante. È il processo stesso ad essere ingrediente ironico, giocando proprio sull’imperfezione artigianale. Sequenze celebri di film vengono riproposte nello spettacolo, interpretate da Giulia Capriotti, una delle figure cardine di questo collettivo artistico – composto poi da Davide Calvaresi (regia) e Valeria Colonnella – che dal 2005, condivide un progetto il cui scopo è la crescita culturale e il rinnovamento sociale attraverso l’arte e la creatività. Appassionati di cinema realizzano una creazione tanto buffa quanto efficace, che rappresenta proprio quella passione, dell’intelligenza di raccontarla con il teatro, della voglia e della capacità di industriarsi con pochi mezzi, nell’ironia della destrutturazione del teatro. Praticamente mandano in vacca quello che fanno registi celebri a livello europeo come Katie Mitchell (sarà a breve in Italia), realizzando in presa diretta un film mentre parallelamente lo spettatore assiste anche all’azione teatrale che lo genera. Solo che qui, quello che accade sotto gli occhi del pubblico è una costante satira sul cinema e sul teatro, nel loro meccanismo generativo di consenso emotivo ed empatico con l’attrice che nello schermo del film è impeccabile, ma nella dimensione del teatro è allo sbando. Un lavoro molto ben riuscito anche perché non ambisce ad intellettualismi da cultori della materia, ma a consentire a un pubblico ampio l’accesso alla comprensione. Inclusivo.

Di distopica fantascienza il Clean me dei tedeschi go plastic company, che ambientano il loro lavoro e la loro ricerca in un mondo transumano che ricorda gli umanoidi di Blade Runner. Fondata nel 2010 in forma di collettivo, la compagnia formatasi all’interno della scena indipendente di Dresda, dal 2012 è co-diretta da Cindy Hammer e Susan Schubert, avendo già all’attivo numerose produzioni, corti cinematografici e performance. Dalla primavera 2016 go plastic è Artista Associato in HELLERAU – European Center for the Arts Dresden.

Il lavoro immagina appunto una algida società in cui l’uomo ha probabilmente avviato il suo processo di meccanizzazione, ibridandosi con la macchina. Quello che abbiamo davanti è per molti versi una fredda angoscia, anche ironica, di un’umanità già passata nell’oltre del disumano. Movenze sincopate, robot non ancora perfetti nell’imitare l’uomo. Manca proprio il calore umano. Nulla di inspiegabile per i pensatori della fantascienza, con un’algida freddezza soffusa su tutta la creazione che crea coerenza, unitamente ad alcune buone idee sceniche, di chiara ispirazione post punk. Ancora manca, forse, la misura alla squadra, che potrebbe chiudere in forma di maggior sintesi la creazione, ma è innegabile che sia nell’idea complessiva che nelle singole coreografie, si riveli un’idea potente di riflessione sui valori e disvalori con i quali l’umanità si sta portando all’autodistruzione.

Un tema, quello del rapporto fra giovani e tecnologia, su cui si incentra anche #fomo – the fear of missing out di Hungry Sharks un lavoro di teatro danza che guarda al codice creativo urbano, partendo dalla danza di strada, per sviluppare una riflessione su giovani e virtualità. I pollici alzati aumentano, volano dappertutto, ma aumenta paradossalmente anche la solitudine, fino a fare prigionieri gli esseri umani, una prigionia cablata, con un collare di fili elettrici. La creazione è opera del coreografo Valentin Alfery e della producer Dusana Baltic, che hanno fondato la compagnia di danza urbana Hungry Sharks nel 2011. Le loro produzioni sono state ospitate in Austria, Germania, Regno Unito, Spagna, Turchia, Italia, Croazia e Romania. Lo spettacolo ha ricevuto diversi riconoscimenti.

Pur con alcune idee ancora un po’ naïf dal punto di vista coreografico e con una durata che poteva ridursi in modo sensibile senza nuocere al sentimento globale, la creazione resta comunque intensa, per il portato energico e realizza intorno a Dreamsters di Tipper e al valzer di Cries and Whispers di Cho Young Wuk una costruzione in nero che, soprattutto con questa seconda traccia, rimanda i più anziani al celebre valzer di Adam Kiecinski con cui Tadeusz Kantor faceva ballare il girotondo ai suoi pallidi studenti de La classe morta. Suggestive e ben riuscite le coreografie al buio, da cui emergono le figure illuminate dai soli schermi degli smartphone.

44512367_2152123768362404_3524973719610982400_n.jpgFiniamo con la performance di audio-video arte Elusive balance di Ozmotic: un’esplorazione della relazione tra essere umano e natura, e della ricerca di un equilibrio tra queste due entità, terzo album di OZmotic – duo di musica elettronica e strumentale composto da Riccardo Giovinetto e Simone Bosco che si ispira a sonorità contemporanee provenienti dalla musica colta e dall’ambient, miscelando soundscapes e musica concreta con la glitch music, l’IDM e il noise. Elusive balance che i due artisti hanno eseguito integralmente ad Aosta è il primo album di artisti italiani ad essere prodotto dalla prestigiosa etichetta londinese Touch. Anche in questo lavoro proseguono nel loro tentativo di coniugare l’arte digitale alla libera improvvisazione, favorendo l’incontro fra laptop music, videomapping e linguaggio informatico con strumenti acustici sia a percussione (Bosco) che a fiato (Giovinetto). Il risultato è di grande equilibrio formale e compositivo, un’architettura visiva e sonora capace di avvolgere in una lentezza quasi spirituale, ma dentro cui non mancano vibrazioni importanti. Scorrono sul fondo frattali e geomisurazioni, una natura a “misura d’uomo” ma senza che mai l’uomo appaia. Alle loro spalle, per il final,e grandi megalopoli illuminate, in rappresentazione sintetica, la cui visione è accompagnata da vibrazioni sonore che guardano alle sideralità del sassofono di Garbarek ma qui abbinate non a sonorità classiche pre rinascimentali,  ma ad un tappeto sinth ed acustico che strizza l’occhio perfino ad alcuni passaggi d’n’b/trance di grande effetto. Un notevolissimo prodotto. Per ascoltatori raffinati.

 

CIAK

con Giulia Capriotti e Davide Calvaresi
regia Davide Calvaresi
consulenza drammaturgica Ugo Mancini
produzione 7-8 chili
residenza artistica Arte transitiva Officine Caos Torino

 

 

CLEAN ME
di go plastic company (DE)

coreografia, Cindy Hammer
drammaturgia  Susan Schubert
Performer Caroline Beach, Chiara Detscher, Rudi Goblen, Charles Washington, Tabea Wittulski, Christian Novopavlovski, Cindy Hammer
Visual Artist (Video) Benjamin Schindler
Musica AAVV (mixed by Cindy Hammer)
Stage Concept go plastic
Technical Director Benjamin Henrichs
Tecnici Jasper Gather
in coproduzione con HELLERAU – European Centre for the Arts Dresden.

 

#FOMO – THE FEAR OF MISSING OUT
di Hingry sharks company (AT)

Coreografia & concept  Valentin Alfery
assistente FraGue Moser-Kindler
Produzione & costumi Dušana Baltić
Lightdesign Joe Albrecht
Performer: Valentin Alfery, Patrick Gutensohn, Farah Deen, Olivia Mitterhuemer, Moritz Steinwender

 

ELUSIVE BALANCE
di Ozmotic (IT)

 



Categorie:Architettura, Arte, Cinema, Cultura digitale, Cultura e società, Danza, Musica, Novità, Pensieri oscenici, Performing Arts, Recensioni, Satura, Scena

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