Da Love Sharing parte#2: La vedova scalza e Storia di Azur e Asmar di Theandric

ELENA SCOLARI | Entriamo oggi nel vivo della programmazione teatrale del Festival Love Sharing. Nei giorni di permanenza a Cagliari la sottoscritta inviata sull’isola ha visto tre spettacoli, due a cura della compagnia organizzatrice, Theandric, e un’ospitalità della compagnia Il salto del delfino, anch’essa sarda.
Il gruppo padrone di casa ha presentato il debutto de La vedova Scalza, tratto dall’omonimo romanzo di Salvatore Niffoi, scrittore sardo. Lo sottolineiamo non per amore di precisione geografica ma perché servirà più avanti per sostenere un pensiero che andrò esponendo.

Siamo nella Barbagia negli anni tra la prima e la seconda guerra mondiale, lo spettacolo racconta la storia di Mintonia Savuccu, innamoratasi con passione di Micheddu, giovane del paese che sposerà ma che poco dopo sarà costretto a sparire e a vivere nascosto perché braccato da briganti. Glielo uccideranno, Micheddu, con crudeltà.

«Me lo portarono a casa un mattino di luglio, spoiolato e smembrato a colpi di scure come un maiale… Lo stesi sul tavolo di granito del cortile, quello che usavamo per le feste grandi, e lo lavai col getto della pompa… Pthù! Maledetti siano quelli che gli hanno squarciato il petto per strappargli il cuore con le mani e prenderlo a calci come una palla di stracci!»

Da questo punto la valente Mintonia diventerà una guerriera, e vorrà vendicarsi, facendo suo senza pensarci il durissimo codice della legge barbaricina. È nel carattere della donna essere sanguigna, fumantina, ruvida nella sua gelosia per quella femmina del nord, bionda, sinuosa, la moglie del brigadiere che non riesce a dargli figli ma che pare soddisfi anche le voglie di altri compaesani…
Terrigna e scabra è anche la lingua sarda, che irrompe nel testo quanto più ci si avvicina ai sentimenti e agli istinti primari.
Questa mistura linguistica è interessante, italiano e dialetto (ci perdonino gli isolani se lo definiamo tale, per una volta) si alternano con buon ritmo e questo aspetto è senz’altro uno dei punti forti dello spettacolo, insieme alla indubbia qualità interpretativa della protagonista: la brava Carla Orrù, che dà voce e corpo, sinceri e sentitissimi, a un personaggio che – da attrice – l’ha molto colpita umanamente. Fabrizio Congia e Andrea Vargiu le sono energici compagni sul palco.

Meno riuscite ci sono sembrate alcune scelte che appaiono un poco eterogenee con l’atmosfera del lavoro, in generale assai legata alla tradizione, lo vediamo nei costumi, nell’uso della lingua, nell’utilizzo di maschere ispirate ai mamuthones e nella scelta di raccontare proprio questa storia. Non ci sono scenografie ma, unico arredo di scena, due cubi di plexiglass trasparenti, mossi, spinti, rovesciati, che non riescono però a risultare neutri ma rimangono, a nostro parere, estranei all’ambiente creato dal resto degli elementi. La presenza della musica, una versione rap/hip hop di melodie tradizionali sarde, se distribuita più regolarmente lungo l’intera durata, contribuirebbe a formare un amalgama più fluido.

La vicenda, anche per noi che veniamo dal nord, ha un’attrattiva che sa di coraggio, di avventure da brigantaggio, di vendette sanguinose e dal sapore un po’ western: rese dei conti memorabili e astuti sotterfugi di femmina.
Data la natura letteraria della fonte, il lavoro di riscrittura drammaturgica di Maria Virginia Siriu – che cura anche la regia – è approfondito, solo tende ad affrettare un po’ il finale a svantaggio dello sviluppo del personaggio Vedova, che diventa scalza – e quindi donna nuova e con pensiero nuovo – un po’ repentinamente, con la conseguenza di non mostrare i motivi per cui Mintonia abbandona non solo la Sardegna per l’Argentina ma anche i valori negativi connessi allo spietato codice barbaricino. Che sono invece un risvolto della complessità della donna e dell’evoluzione interiore che vive. Accompagnare di più il pubblico nel percorso di cambiamento di Mintonia, sarebbe forse anche un modo per esplicitare meglio la cifra particolare della compagnia Theandric, che ha proprio la non-violenza come faro.
Ci sono comunque tutti gli ingredienti per tenere gli spettatori incollati alle poltrone.

La mattina successiva ci uniamo a numerose classi coinvolte dal festival, altro punto forte di Love Sharing, per vedere Storia di Azur e Asmar, ispirato all’omonimo lungometraggio di Michel Ocelot. Si tratta di una fiaba sulla solidarietà, sull’amicizia e sul superamento delle differenze in cui due fratellastri di censo e religioni diversi si trovano a doversi dare una mano per uscire dai guai.
A tutti i bambini, che hanno fatto osservazioni molto belle nella chiacchierata dopo lo spettacolo, è risultato chiarissimo il senso della favola, grazie alla garbata e ilare vena di Andrea Busu e Antonio Luciano che li coinvolgono, giocano con loro, li fanno partecipare alle tre fatidiche prove che dovranno superare per liberare l’immancabile fanciulla – che si rivelerà però uno spirito, alla fine, stavolta ci siamo liberati della principessa!. I piccoli spettatori dovranno trovare chiavi nascoste, annusare e indovinare odori per attraversare porte… e anche valutare il comportamento dei due personaggi per stabilire chi sia il più virtuoso. Stimolare lo spirito critico dei bambini e la discussione, guidata, tra loro è un ottimo modo per contribuire alla loro consapevolezza. Del mondo e del prossimo.

Questo diario di viaggio teatrale si chiude con una breve riflessione su Desaparecidos, come un granello nella sabbia, della compagnia Il salto del Delfino. Lo spettacolo affronta la terribile storia dei desaparecidos argentini, e l’intento è lodevole: è sempre giusto ricordare e raccontare la Storia e gli abomini che – ahinoi – l’hanno costellata a tutte le latitudini.

Condividiamo la volontà di mettere luce su fatti gravi che ancora devono essere narrati e fatti conoscere, ma non ci ha convinto la modalità teatrale con cui il lavoro è stato concepito. Uno dei motivi – ed è qui che forse l’amore per la sardità diventa un poco pretestuoso – è proprio il fatto che la storia di Martino Mastinu, emigrato sardo in Argentina (cui lo spettacolo è ispirato) diventa quasi accessoria nell’economia drammaturgica, trascurando il suo punto di vista, che avrebbe invece potuto essere un’angolatura originale dalla quale guardare a questo tema.

 

LA VEDOVA SCALZA
Theandric Teatro

tratto da Salvatore Niffoi
con Carla Orrù, Fabrizio Congia, Andrea Vargiu
regia Maria Virginia Siriu

STORIA DI AZUR E ASMAR
Theandric Teatro

ispirato al lungometraggio Azur e Asmar di Michel Ocelot
scritto e diretto da Maria Virginia Siriu
interpretato da Andrea Busu e Antonio Luciano
scenografia e maschere Walter Ecca
costumi Valentina Chirico

DESAPARECIDOS. COME UN GRANELLO DI SABBIA
Compagnia Il Salto del Delfino
con Nicola Michele e Alessandro Manunza alla chitarra
regia di Nicola Michele



Categorie:In evidenza, Letteratura, Partnership, Pensieri oscenici, punti di vista, Recensioni, Reportage, Satura, Scena, Teatro

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