Love Sharing – Migrazioni parte #3: bilancio di un festival con Maria Virginia Siriu

ELENA SCOLARI | Il giorno dopo la fine di un festival è sempre un po’ come La sera del dì di festa: giornate febbrili, piene, a volte caotiche, sempre concitate si sono susseguite senza sosta e arrivano al termine lasciando un poco di malinconia e la sensazione di uscire da una bolla temporale che riporterà alla dimensione di sempre.

Di solito ci si ritrova stanchi ma felici, lo chiediamo a Maria Virginia Siriu, direttrice artistica di Love Sharing – festival di teatro e cultura nonviolenta, conclusosi a Cagliari alcuni giorni fa:

Maria Virginia Siriu

MVS: La quarta edizione di Love Sharing è stata baciata anche dalla fortuna climatica: si è svolta in una gradevolissima parentesi estiva che ha reso tutto più facile, abbiamo avuto il favore degli astri, diurni e notturni!
Ma il clima bello non è stato solo quello del meteo: la cosa che più ci ha dato soddisfazione e che più ci ha convinto di aver lavorato bene è stata la partecipazione del pubblico, non solo numericamente (l’affluenza è in crescita) ma soprattutto per la qualità della presenza. Gli spettatori avevano voglia di approfondire insieme a noi, li ho visti curiosi e coinvolti a un livello non superficiale.

Possiamo dire che centrare il focus del festival sulle migrazioni abbia intercettato un bisogno di saperne e capirne di più proprio da parte dei cittadini?

Indubbiamente. Per noi artisti è indispensabile ragionare e confrontarsi con ciò che avviene nel mondo e quando vedi che la tua ricerca va al di là del percorso personale perché incontra il pubblico in modo sincero significa che stai facendo qualcosa che supera, o meglio affianca, il livello artistico del tuo lavoro.
Rispetto al tema delle migrazioni c’è un’urgenza comune di entrare di più dentro a questo fenomeno. E per fortuna che c’è! Il paese non è fatto solo da chi vuole allontanare o evitare ma anche da tante persone che vogliono provare a fare qualcosa, e per fare bisogna capire.
L’incontro con il dottor Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa protagonista di Fuocoammare di Rosi, è stato illuminante per la quantità di informazioni che ci ha dato, purtroppo ci ha messo davanti al fatto che la quasi totalità degli stranieri respinti e rispediti in Libia non solo finisce nei campi/lager ma il più delle volte lì muore, anche ucciso. Sono notizie come queste che per noi rimangono un po’ a margine, sentirle dalla viva voce di chi ne ha avuto esperienza non può non scuotere e sono convinta che qualche effetto in tutti noi lo avrà.

L’impressione è che il valore sociale e politico del vostro festival sia importante almeno quanto quello delle proposte strettamente artistiche, se è possibile distinguere questi due ambiti, oggi. 

Sì, diciamo che per il nome che la nostra compagnia Theandric si è dato, Teatro nonviolento, che sta anche nel sottotitolo di Love Sharing, teniamo sempre come faro il proporre una via pacifica di confronto, quindi siamo sempre consapevoli del valore sociale del nostro lavoro. Nella fattispecie del festival si è trattato anche di mettere in dialogo ambiti diversi che operano nella città di Cagliari: l’Università, le scuole, le associazioni, il volontariato, le istituzioni.

Questa è anche una strategia per intessere relazioni che amplino il bacino d’utenza, vero?

Certo, e ci sembra vincente. Questa quarta edizione è stata un punto significativo nell’evoluzione del Festival perché i primi tre anni, come sempre succede, sono stati una sorta di gestazione, si è sperimentato ed esplorato. Quest’anno abbiamo visto i risultati della nostra semina e cominciamo a vedere un po’ di stabilità, anche nell’attenzione degli interlocutori.

Pietro Bartolo

Coinvolgere le scuole è sempre un modo per rimanere in contatto con la parte più pulsante della cittadinanza, i bambini, lavorare con l’Università ci ha permesso di conoscere docenti ma anche di avvicinare giovani che altrimenti non avrebbero forse saputo di Love Sharing.
Inoltre le Associazioni del territorio con le quali sono stati organizzati incontri hanno realizzato avvicinamenti che ci auguriamo possano essere fruttuosi e possano aiutare a far vivere Cagliari in un modo più attento e più consapevole.


Torniamo alla parte più artistica delle proposte che avete offerto: come le scegliete?

Io mi riservo sempre una parte di scelte artistiche, diciamo così “a chiamata”, ma il grosso del programma nasce da una selezione tra le proposte arrivate tramite l’open call che facciamo in primavera.
Ti dirò che la via del bando aperto è per noi uno strumento di indagine artistica straordinario: dopo il lancio della call è interessantissimo vedere che si raggiungono paesi di tutto il mondo ma soprattutto si scopre quanti artisti lavorano su temi affini ai nostri, ad altre latitudini, con modalità differenti. Si entra in contatto con chi fa ricerca e si percepisce quali sono le tendenze che muovono le riflessioni nel teatro, nella performance, nell’arte. Abbiamo ospitato artiste berlinesi ma abbiamo visto materiali di artisti sudamericani e giapponesi che ci piacerebbe molto riuscire ad avere con noi nei prossimi anni.

E questo sguardo transnazionale è anche un modo perché la sardità sia sì attenzione per le proprie origini ma non chiusura che “isola”.
Nell’ambito del festival voi non inserite solo spettacoli e incontri ma anche altre forme d’arte?

Sì, la coesistenza dei due poli Identità e Apertura è indispensabile. Cerchiamo di dare un’idea il più possibile ricca dei movimenti e delle modalità con cui l’arte si confronta con la vita: il teatro ma anche l’arte plastica,  la pittura, la fotografia, il video…
Questa apertura mi dà molta fiducia nella ricchezza che il festival potrà portare in futuro in Sardegna e mi rincuora vedere che il senso della ricerca artistica riesca a trovare una strada che attraversi i chilometri e che possa avvicinare le persone, in tutti i sensi.

Fin qui tutto più che bene, e lo possiamo testimoniare! Su cosa credi che ci sia ancora margine di miglioramento per i prossimi anni di Love Sharing?

Ma su molte cose, indubbiamente! Siamo ancora giovani. Forse però potremmo pensare a più occasioni di incontri e confronto tra artisti, anche aperti alla cittadinanza e al pubblico, al quale noi tutti ci rivolgiamo. Credo che si possa provare a favorire lo scambio tra compagnie, tra performer e fotografi, tra videomaker e attori, ecc.
Mi piacerebbe che Love Sharing diventasse una zona franca dove ci si possa mescolare senza etichette, un’area di condivisione per le passioni. Proprio come il nome del festival.

Love Sharing Festival | Cagliari 19-27 ottobre 2018



Categorie:Arte, Cultura e società, Focus, Fotografia, In evidenza, Interviste, Pac incontra, Partnership, Performing Arts, punti di vista, Reportage, Satura, Scena, Teatro

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