Y Generation 2018: un cantiere aperto fra necessità e coscienza

VALENTINA SORTE | Di edizione in edizione, è sempre più evidente la volontà di Y Generation Festival di diventare un punto di riferimento dei linguaggi della danza per e delle nuove generazioni. Dal 17 al 20 ottobre, a Trento, nei diversi luoghi del festival non è stata solo definita una mappatura del settore, su scala nazionale ed europea, ma si sono moltiplicate le occasioni di confronto fra operatori, artisti e osservatori per condividere vis à vis le diverse pratiche di lavoro e le progettualità destinate al pubblico giovane. Piuttosto che una vetrina per addetti ai lavori, Y Generation è un cantiere di riflessione che coinvolge territorialità e soggetti diversi fra loro.

image_galleryNonostante PAC abbia seguito il festival solo in coda – il 19 e il 20 ottobre – dal nostro angolo di visione è parsa molto leggibile la direzione presa da Giovanna Palmieri e dal Centro Servizi Culturali Santa Chiara verso la creazione di una rete, di un network di scambio. In un momento storico di forte chiusura verso l’altro, l’allargamento della propria prospettiva di azione diventa un’autentica scommessa. Lo sguardo di Y Generation si è focalizzato su tre aree geografiche specifiche: il Nord Europa rappresentato da Belgio e Olanda; le zone di confine tra l’Austria e i Balcani; l’area mediterranea rappresentata da Spagna e Italia.

Proprio per quanto riguarda l’Italia, è importante segnalare che in questa terza edizione è stata inserita la sezione CollaborAction KIDS, nuova azione del network Anticorpi XL per offrire attenzione e valorizzazione alla produzione italiana di danza rivolta al pubblico delle nuove generazioni. I sei artisti selezionati attraverso una call nazionale hanno presentato a Trento il loro lavoro in forma di studio. Di questi sei, Oltremai di Lucrezia Maimone si è aggiudicato il premio del Network e la possibilità, nel 2019, di far circuitare il proprio lavoro, una volta ultimato, all’interno delle programmazioni dei partner che aderiscono all’azione.
È significativo che Y Generation abbia intercettato l’esigenza di definire nel panorama della danza contemporanea d’autore uno spazio specifico per la giovane danza d’autore. Tuttavia, come emerso durante il convegno del festival, spesso questa necessità non trova in Italia – e nell’area mediterranea più in generale – la giusta dimensione e il giusto riconoscimento, sia da parte del pubblico che degli operatori, perché deve fare i conti con diversi pregiudizi circa il valore artistico delle proposte della danza ragazzi.
Pregiudizi che non sembrano intaccare, invece, gli spettacoli prodotti oltreconfine e presentati a Trento in prima nazionale: Tetris della compagnia olandese Arch8; Dance Museum del collettivo croato VRUM; #FOMO degli austriaci Hungry Sharks del quale abbiamo di recente parlato su PAC – e Horses dei belgi Kabinet K.

Di queste creazioni abbiamo potuto seguire solo Horses, apprezzandone prima di tutto l’elemento cardine, ovvero il lavoro a monte della performance stessa. Prerogativa della compagnia è infatti la compresenza in scena di danzatori professionisti e bambini/ragazzi. Convinti che la danza sia una forma d’arte capace di coinvolgere i più piccoli in modo assolutamente naturale e intuitivo, i due coreografi Joke Laureyns e Kwint Manshoven lavorano in modo molto spontaneo su azioni quotidiane concrete e su piccoli gesti, intrecciati a elementi di gioco.
Sul palco del Teatro Sociale, dieci interpreti – cinque bambini e cinque adulti, di cui due musicisti – esplorano attraverso la contact improvisation il tema della fiducia, creando un vero e proprio dialogo intergenerazionale. Il contatto fisico da elemento contingente diventa elemento drammaturgico e coreografico, la chiave di lavoro e di lettura della performance. In scena non c’è nessun rapporto gerarchico tra adulto e bambino ma una costante ricerca e conoscenza dell’altro, in un’ottica di reciprocità. La diffidenza iniziale tra gli interpreti cede progressivamente il posto alla fiducia, totale e incondizionata, passando anche attraverso la rabbia e la provocazione. Nel gioco di leve e di equilibri fra corpi, l’altro diventa un elemento essenziale e viceversa. Corpi che portano e che sono portati. In questa poesia di abbandoni e di prese acrobatiche, di cadute e di emersioni, non si sa più chi conduca chi: c’è solo il mistero della scoperta reciproca.

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Kabinet K – Horses

Si tratta di un lavoro veramente interessante proprio per la qualità del coinvolgimento dei bambini/ragazzi fuori e dentro la scena, ancora prima che per la qualità estetica, comunque molto alta. In alcuni momenti però, soprattutto nella parte centrale della creazione, la fascinazione per questo gioco danzante si spezza, perché finisce per essere troppo focalizzato su se stesso, escludendo in qualche modo il pubblico. Mentre sul palco gli interpreti esplorano le possibilità della relazione con l’altro e vivono quel gioco anche nelle sue infinite variazioni-ripetizioni, lo spettatore lo guarda in attesa di altre variazioni. Per fortuna queste non tardano ad arrivare e riportano l’esplorazione del tema sul suo binario. Molto coinvolgenti sono infatti la sequenza con l’acqua, durante la quale i danzatori si lanciano e scivolano sul palco bagnato, e la costruzione di un cerchio di mattoni, a ostacoli, sopra cui adulti e bambini, anche a occhi bendati, camminano.

Su tutt’altro registro si pone invece Genoma scenico di Nicola Galli, presentato al MUSE, il Museo delle Scienze. La dimensione del gioco è sempre presente ma questa volta più come dispositivo di creazione piuttosto che come modalità di interazione sulla scena. La performance site specific si basa infatti su un dispositivo ludico e interattivo fra spettatore e danzatore, ispirato al corredo cromosomico umano e alla mostra temporanea Genoma umano. Quello che ci rende unici, ospitata al MUSE. Dall’epitelio superficiale all’endoscheletro dei suoi primi lavori, l’indagine del giovane artista ferrarese si stringe sulla genetica.

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Nicola Galli – genoma scenico

Le “regole del gioco” sono piuttosto semplici. Lo spazio scenico assomiglia a una plancia di gioco, quella del filetto. Ogni spettatore può selezionare liberamente alcune delle 25 tessere disposte sul tavolo, generando una stringa genomico-scenica che comprenda diversi parametri – numero dei danzatori, tipo di movimento, spazio, durata della performance e suono – e che darà vita, di volta in volta, a una performance unica, irripetibile e casuale come unico, irripetibile e casuale è il corredo cromosomico di ciascuno di noi.
Qui lo spettatore è coinvolto in modo diretto, diventando l’espressione della casualità, delle circostanze, dell’ambiente sociale che sono coinvolte nella composizione di un corredo genetico. L’intuizione di Galli è originale e affascinante, sempre molto pulita e precisa. Il parallelismo fra la scena artistica e la genetica è ricco di rimandi. Il lavoro perde però proprio nel momento della sua fruizione e nello svelamento del suo meccanismo. Sicuramente una proposta importante all’interno del festival, non solo perché attiva una collaborazione con un soggetto nuovo, il  MUSE appunto, ma perché rinforza il legame di Y Generation con il territorio locale, grazie al coinvolgimento di quattro giovani perfomer trentini e delle scuole di danza.

Agli spettacoli si affianca infatti ogni anno un ricco programma formativo e informativo che comprende workshop per giovani e adulti tenuti dagli artisti invitati (I Teatri Soffiati; Silvia Gribaudi e Claudia Marsicano; TPO; Teatro Gioco Vita), un percorso di avvicinamento al programma, destinato alle scuole di ogni ordine e grado e, come accennato in apertura, diversi tavoli di lavoro e un convegno sulla danza per ragazzi in Europa.
Y Generation non ha rinunciato quindi a nessuna delle sue vocazioni. Tante, forse troppe? Sicuramente urgenti. Prima fra tutte, quella di dare il giusto riconoscimento alla giovane danza d’autore come necessità; in seconda battuta, quella di formare e informare il pubblico delle nuove generazioni – non solo in termini (numerici) di audience development ma di autentica sensibilizzazione ai linguaggi della danza; infine quella di aprire una seria riflessione sulla danza d’autore per il giovane pubblico per colmare, in Italia, certi vuoti di coscienza, certi buchi identitari proprio da parte degli stessi addetti ai lavori, e per confrontarsi invece, in Europa, con altre progettualità.
Solo così da cantiere aperto il festival potrà diventare un vero incubatore di nuove pratiche e assumere un’identità ancora più forte rispetto a quella attuale.

HORSES

progetto e coreografia: Joke Laureyns e Kwint Manshoven
interpreti: Jacob Ingram Dodd/Miguel do Vale, Evelyne Rossie, Kwint Manshoven, Jitte Schoukens, Judith Ginvert, Mona De Broe, Lio Maelfeyt, Suza De Gryse/Louisa Vermeire
colonna sonora originale e esecuzione dal vivo: Thomas Devos, Bertel Schollaert
drammaturgia: Mieke Versyp
scenografia: Dirk De Hooghe, Kwint Manshoven
light design: Dirk De Hooghe
costumi: Elise Goedgezelschap
fotografia, video, grafica: Kurt van der Elst
produzione: kabinet k & hetpaleis, 2016
coproduzione: TAKT & STUK

Teatro Sociale
Venerdì 19 ottobre – PRIMA NAZIONALE

GENOMA SCENICO
creazione site specific e interattiva

concept: Nicola Galli
produzione: TIR Danza / stereopsis
danza: Gloria Dorliguzzo, Margherita Dotta, Nicola Galli, Paolo Soloperto
in collaborazione con: MUSE Museo delle Scienze, Centro Culturale S. Chiara, Festival Oriente Occidente / CID Centro Internazionale della Danza

MUSE
20-21 ottobre

Y GENERATION FESTIVALIII edizione
Festival di danza e teatro danza per le nuove generazioni
Trento ,17-20 Ottobre 2018
http://www.yfestival.it



Categorie:Danza, Novità, Performing Arts, Recensioni, Satura, Teatro

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