Se amare significa vivere: su “La maladie de la mort” ripensata da Katie Mitchell

LAURA BEVIONE | Nel romanzo breve La maladie de la mort, pubblicato nel 1982, Marguerite Duras evocò – non tanto raccontò né tanto meno descrisse – la temporanea e atipica relazione fra una prostituta e uno scrittore omosessuale, la prima pagata dal secondo affinché lo assecondasse in una sorta di disperato tentativo di apprendere ad amare una donna. Un romanzo stringente, privo di una vera trama, ma pervaso da morbosa ambiguità. Un testo incentrato sui dialoghi fra i due, immersi in una “scenografia” dettagliatamente descritta: un’anonima camera d’albergo in una località affacciata sul mare, forse l’oceano. Un romanzo intrinsecamente “teatrale”, tanto che la stessa Duras ne ipotizzò – senza tuttavia mai realizzarla – una versione teatrale.

Una teatralità intercettata già nel 1985 da Peter Hadke che ne allestì un adattamento a Berlino e, nello stesso anno, ne ricavò un film, Das Mal des Todes. Nel 1996 fu Bob Wilson a firmarne un’acclamata messa in scena, scegliendo due splendidi protagonisti quali la danzatrice Lucinda Childs e l’attore Michael Piccoli. Un decennio dopo, ancora, fu Fanny Ardant a interpretare la protagonista a Parigi: «ero dentro una scena spoglia con un coltello in mano, e fumavo».

Teatralità, ambiguità e un tema universale – l’incapacità di amare che, secondo l’autrice, equivale a una sorta di morte, del cuore e dell’anima – che inevitabilmente attraggono artisti del teatro coraggiosi e controcorrente, così come è accaduto con la regista britannica Katie Mitchell, autrice insieme alla trentenne drammaturga e sceneggiatrice Alice Birch – suo lo screenplay del recente Lady Macbeth – di un “libero” adattamento del romanzo della Duras, prodotto dal Teatro delle Bouffes du Nord e ora in tournée in Italia.

La Maladie de la Mort - Teatro Carignano, Turin 2018

Ph Stephen Cummiskey

Nello spettacolo firmato Mitchell-Birch – e non è la prima volta che le due artiste lavorano insieme – l’uomo non è omosessuale né scrittore ma una creatura affetta da sindrome ossessivo-compulsiva – evidente quando è intento a consumare i propri pasti – e sostanzialmente anaffettiva. Un uomo che ricorre a film porno per eccitarsi ma senza troppo successo ché il sesso è un atto per lui essenzialmente meccanico e distaccato, consumato senza reale coinvolgimento. Un uomo con tendenze sadiche e masochistiche benché il suo tentativo di suicidio con una lametta da barba sia compiuto con ben poca convinzione e appaia piuttosto una puerile richiesta di attenzione e di amore.
Un uomo che non sa offrire amore – è questa la malattia di cui soffre, come gli rivela con piana chiarezza la donna – ma che lo ricerca, lo brama come farebbe un bambino.

L’uomo – Nick Fletcher –, brutale e vulnerabile allo stesso tempo, paga la donna – Laetitia Dosch, commuovente e determinata, dal corpo fragile eppure potentemente espressiva – perché trascorra con lui alcune notti, restando sempre completamente nuda. La osserva dormire, fa sesso con lei, ma appunto senza troppo slancio né violenza, quasi sovrappensiero; dorme sulla sua vagina ma tenta pure di ucciderla, piange disperatamente ovvero le intima di tacere.

La donna lo asseconda, con distacco ma non con insensibilità. Non appare tanto una prostituta abituale né una escort navigata bensì una creatura che ogni tanto approfitta di occasioni di “lavoro” finanziariamente allettanti. È distaccatamente empatica. Cela un passato tragico e alcuni indizi, vaghi accenni, ne fanno intuire una vita privata non solitaria, forse una famiglia.

Mitchell e Birch tracciano sentieri paralleli per i due protagonisti, elaborando due distinte drammaturgie che soltanto a tratti si intersecano realmente: certo l’uomo e la donna condividono la stessa angusta stanza e hanno rapporti sessuali ma abitano costantemente universi distaccati, dai quali comunicano soltanto a momenti e da lontano, quasi come parlando fra sé e sé ad alta voce.

02_Katie Mitchell © Lucy Rybin

Ph Lucy Rybin

Una sensazione acuita dalla presenza della narratrice – imprigionata in una cabina a vetri in un angolo del proscenio – che, anziché raccordare gli eventi – in fondo non accade quasi nulla – oppure fornire indicazioni spazio-temporali, suggerisce stati d’animo, pensieri, immagini e chimere, frutto in primo luogo della febbrile osservazione del corpo della donna da parte dell’uomo. Un testo caratterizzato da una lingua raffinata e originalmente poetica, metaforica e non artatamente letteraria che, nondimeno, patisce un po’ dell’insicurezza della pur coinvolta Jasmine Trinca, la cui voce calda e profonda non è valorizzata da un eloquio non sempre intellegibile e soprattutto ben scandito e armonioso.

L’attrice italiana occupa, come dicevamo, un angolo del palcoscenico che, per il resto, accoglie un vero e proprio set cinematografico, abitato da una troupe affiatata ed efficiente, velocissima nel modificarlo e assistere gli attori nei cambi d’abito. Uno spettacolo in presa diretta, dunque, ma il congegno teatrale ideato da Katie Mitrchell è più complesso di ciò: non si tratta semplicemente di testare tenuta ed efficacia del linguaggio cinematografico sul palcoscenico, bensì di amplificare ambiguità e surrealtà della situazione così come di condurre un discorso squisitamente meta teatrale/meta cinematografico.

La Maladie de la Mort - Teatro Carignano, Turin 2018

Ph Stephen Cummiskey

Ecco, dunque, che i due interpreti si sdoppiano: li vediamo in un lato semibuio del palco intenti a cambiarsi, a sistemarsi sul letto in un angolo della stanza e, contemporaneamente, apparire sullo schermo in alto, protagonisti di video pre-realizzati. La donna si sta vestendo in scena eppure noi la vediamo fissare pensosamente il mare fumando una sigaretta…

Attore e personaggio si sdoppiano e occupano nello stesso momento il palco e l’occhio dello spettatore, coinvolto in una situazione quasi pirandelliana e, dunque, stimolato a riflessioni non soltanto sul contenuto del play quanto pure sulla sua dichiaratamente “finta” messinscena.

L’intelligenza registica di Katie Mitchell è proprio nella sua capacità di creare un microcosmo del tutto credibile dichiarandone allo stesso tempo la natura palesemente artificiale: una “verità” che, anziché sottrarre emozione e riflessione allo spettacolo, le sottolinea ulteriormente, ritraendo con gelido ma struggente pathos la fatica e il sacrificio di sé richiesti dall’amore e, dunque, dalla vita.

LA MALADIE DE LA MORT
libero adattamento dal romanzo di Marguerite Duras

regia Katie Mitchell
adattamento Alice Birch
regia video Grant Gee
video design Ingi Bekk
scene e costumi Alex Eales
luci Anthony Doran
musiche Paul Clark
sound design Donato Wharton
interpreti Laetitia Dosch, Nick Fletcher, Jasmine Trinca

produzione Théâtre des Bouffes du Nord ; in associazione con Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, Théâtre de la Ville – Paris, Théâtre de Liège; in coproduzione con MC2 Grenoble, Edinburgh International Festival, Barbican London, Stadsschouwburg Amsterdam, Teatro Stabile di Torino, Teatro di Roma, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Fondazione Teatro Metastasio Prato, Tandem Scène Nationale; in collaborazione con With Mayhem

Teatro Carignano di Torino,
4 novembre 2018

www.teatrostabiletorino.it, www.teatrodiroma.net,

www.emiliaromagnateatro.com, www.metastasio.it,



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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