Un’ associazione in Europa per lo studio di Teatro e Performance: la prima conferenza di EASTAP a Parigi

FRANCESCA DI FAZIO | Esiste ancora un progetto artistico legato a una concezione democratica della cultura? Il teatro può decentrare il nostro sguardo sugli eventi politici mondiali? Cosa si intende con “teatro europeo”? Secondo quale categorizzazione il teatro di Deflorian/Tagliarini può dirsi italiano o quello di Katie Mitchell britannico?

“Decentrare la nostra visione sull’Europa: l’emersione di nuove forme”: su questo vasto tema si è aperta a Parigi la prima conferenza organizzata dall’European Association for the Study of Theater and Performance (EASTAP),associazione fondata il 7 ottobre 2017 sotto la presidenza di Josette Féral (Université Paris 3), che raggruppa ricercatori e artisti al fine di promuovere una rete europea in materia di ricerca nelle discipline del teatro e della performance.

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La sfida è quella di favorire lo sviluppo e la conoscenza delle discipline teatrali, ivi includendo le differenti arti della scena tra cui la danza, il teatro di figura e il nouveau cirque, l’opera e tutte le altre forme artistiche dal vivo, organizzando congressi e gruppi di ricerca che riuniscano operatori, studiosi, registi, performer e pubblico, in un dialogo costante tra la teoria e la pratica. Tale modus operandi ha debuttato dunque alla tre giorni di Parigi (25 – 27 Ottobre 2018), che ha visto l’alternarsi di seminari e colloqui con docenti universitari a incontri con artisti, anche nella forma di masterclass, prezioso dispositivo per un incontro diretto.

Il convegno, suddiviso in quattro diverse aule del Théâtre de la Cité International, si è aperto con la testimonianza dell’artista visuale belga Thomas Bellinck, seguito da un discorso tenuto dall’ex direttore del Festival d’Avignon, Bernard Faivre D’Arcier, circa la possibilità della costruzione di un teatro europeo. Mettendo in luce la grande possibilità offerta dai numerosissimi festival presenti in tutto il continente, forieri di sperimentazioni e responsabili della circuitazione degli spettacoli presso pubblici di volta in volta differenti, Faivre D’Arcier ha mostrato uno sguardo positivo verso la costruzione di una politica culturale che possa dirsi europea.

Sulla stessa linea si sono mossi gli interventi di Serge Rangoni, direttore del Théâtre de Liège e presidente della Convenzione teatrale Europea, di Didier Plassard, docente dell’Università di Montpellier, di Nancy Delhalle, docente dell’Università di Liegi e di Didier Juillard, direttore dell’Odeon-Théâtre de l’Europe.
Evidenziando le possibilità di apertura e di internazionalizzazione offerte dal progetto Prospero – rete internazionale di diverse realtà teatrali che insieme costituiscono un centro di produzione e di formazione – i loro interventi hanno rilevato alcune importanti implicazioni del progetto, quali la creazione di una scuola diffusa che possa mettere a confronto giovani artisti con altri già affermati e, nondimeno, la costituzione di un sistema reticolare in grado di aiutare il processo di creazione nel caso in cui gli artisti abbiano problemi di natura politica nel proprio paese. Dal confronto sono tuttavia emerse alcune difficoltà, come ad esempio la mancanza di specifiche direttive del Parlamento Europeo circa la costruzione di una politica culturale comune, o la complessa questione: «come abituare il pubblico a credere nella ricchezza dell’internazionalizzazione?»

A questa e ad altre domande hanno cercato di dare risposta gli interventi di alcuni tra i più importanti artisti contemporanei europei. Associato di EASTAP per l’anno 2018, Milo Rau ha concluso la prima giornata di incontri con una presentazione del proprio lavoro rivisto attraverso concetti chiave espressi nel suo libro appena pubblicato, Global Realism. Nel volume sono riuniti testi, conversazioni e saggi raccolti nell’ultimo decennio dell’opera di Milo Rau e dell’IIPM – International Institute of Political Murder.

Milo Rau

Milo Rau ha affrontato diversi temi cruciali, ciascuno afferente a quella “drammaturgia del reale” che egli applica nel proprio processo teatrale. Nella sua convinzione, non solo il reale funge da base per la forma artistica, ma, laddove il reale risulti manchevole, l’arte stessa può sopperire all’assenza attraverso un atto di invenzione. Il teatro si distanzia così dall’essere un “prodotto” per divenire un “processo di produzione”, sempre in libero scambio con la realtà. Per questo almeno un quarto delle prove deve svolgersi fuori da uno spazio teatrale, per questo almeno due lingue diverse devono essere parlate in una rappresentazione, per questo almeno due attori sulla scena non possono essere degli attori professionisti. Non precetti assiomatici ma linee guida per una ricerca teatrale che sia interconnessa in modo effettivo con la realtà politica e sociale, che sia svolta internazionalmente e internazionalmente fruibile. Va da sé che un tale tipo di ricerca non possa che sperimentare linguaggi nuovi, propri. Per questo alla domanda sul perché della non fedeltà ai testi classici affrontati e della loro decostruzione, Milo Rau risponde: «A me piace il karaoke, ma bisogna anche creare della nuova musica talvolta».

Il convegno ha avuto diversi ospiti italiani, tra i quali il duo Deflorian/Tagliarini, presente sia con un colloquio che con una masterclass sul loro metodo di scrittura di scena, entrambi coordinati da Daniele Vianello, docente dell’Università della Calabria. Un’altra masterclass è stata condotta poi da Imanuel Schipper, dramaturg della compagnia tedesca Rimini Protokoll, per un incontro con le loro “drammaturgie di post-democrazia” e il loro metodo di coinvolgimento del pubblico sul palco, spesso chiamato a partecipare attivamente alla performance. Un meccanismo, quest’ultimo, riscontrabile anche nella pratica del Teatro partecipato messa a punto da ERT – Emilia Romagna Teatro, sotto la direzione di Claudio Longhi, in cui il pubblico è elemento strutturale della creazione teatrale. Nel progetto Atlas of Transitions, ad esempio, le esperienze dei migranti sono condivise dal pubblico attraverso rappresentazioni che forzano i limiti dell’esperienza teatrale per arrivare a qualcosa di definibile come “azione urbana”.

Questi sono stati solo alcuni dei tantissimi incontri presenti alla conferenza organizzata da EASTAP, un organismo tanto più necessario – in campo artistico, politico e sociale – in un momento in cui l’Europa vede i propri confini sfaldarsi, non già per le acclamate invasioni esterne ma per ben più pericolose erosioni interne.



Categorie:Cultura e società, Novità, Performing Arts, Reportage, Teatro

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