Deliri d’amore (al di qua e) al di là del consueto: “Ma come si fa?” di Luciano Melchionna

ILENA AMBROSIO | Ma come si fa… ad amare? Che cosa l’amore scatena nelle viscere di ciascuno di noi? Di cosa abbiamo bisogno per amare e farci amare? Cosa invece ci fa male, ci dilania, ci tormenta?
5-MA COME SI FA-LUCIANO MELCHIONNALuciano Melchionna, creatore di Dignità autonome di prostituzione torna – dopo L’amore per le cose assenti – torna a parlare di sentimenti con un monologo a tre voci – quelle di Adelaide Di Bitonto, Sara Esposito ed Eleonora Tiberia – sull’urgenza dell’amore inteso non solo come rapporto di coppia ma raccontato nelle sue tante declinazioni. Amore, essenzialmente, come contatto con l’altro, tant’è che il lavoro fa dell’interazione con il pubblico uno dei propri cardini drammaturgici.

Lo capiamo già dal principio. Su una ballade in inglese – musiche a cura di Riccardo Regoli – entrano dalla platea le tre interpreti: in pigiama, portano con loro delle fotografie che mostrano al pubblico, piangendo. Quell’avvicinarsi con familiarità, lo sguardo dritto negli occhi dello spettatore, l’abbigliamento del privato, dell’intimo sono i primi accenni di ciò che andranno a fare: mettere in scena, nel senso letterale di mostrare in pubblico, ciò che solitamente resta celato, gelosamente custodito o pudicamente nascosto.

La scena che le accoglie è priva di fondale e lo squarcio lascia a vista – un vista davvero suggestiva – l’altare della chiesa che è il Nuovo Teatro Sanità. Sul fondo si intravedono degli abiti, davanti uno sgabello poi più niente. Ciò che riempirà – in modo vigoroso va detto – lo spazio saranno le interpreti con i loro corpi e la loro voce.
Il copione gestuale le vuole infatti costantemente in mutamento ad abitare la scena: le pose iniziali – al centro in ginocchio, sullo sgabello a destra, in piedi a sinistra – iniziano a un certo punto a essere scambiate, via via sempre più velocemente – la mente non può non andare a Café Muller –; più avanti vedremo le tre correre sul posto o camminare in tondo ripetendo insieme gli stessi gesti con le braccia. Ritornano in platea poi, invadendola, urlando frasi in dialetto – napoletano, pugliese, umbro – sul rispetto delle regole – l’amore come rispetto dell’altro? – salendo sulle poltrone alla ricerca di un contatto fisico con gli spettatori.

Ma come si fa_ 3Ogni nuovo set di pose e movimenti è visivamente accolto in un nuovo disegno luci – notevole il lavoro di Raffaele Fracchiolla – che dà specifico colore alle scene: ora rosato e caldo, ora freddo, ora arancio con un’intermittenza tanto netta da dare l’impressione di guardare uno schermo e non delle persone reali.

Tante varietà di gesti, di colore, di atmosfere quante sono – parrebbe di capire – quelle dell’amore accolto, come dicevamo, nella sua accezione più varia e globale. Amore sentimentale, sesso, ma anche amore genitoriale, perdita, tenerezza; amore o disamore per se stessi. Tutto questo cerca di raccontare Melchionna con quello che lui stesso definisce un «delirio sentimental-poetico»: un magma ininterrotto di parole, di discorsi frammentati – anche colti tra la gente, per strada, dichiara l’autore –; parole semplici, sproloqui contorti, rime baciate che le tre interpreti vomitano senza soluzione di continuità, monologando, dialogando tra loro, concludendo l’una le frasi dell’altra.

Spiega Melchionna: «Essendo un delirio emotivo non è necessario che sia tutto immediatamente comprensibile, ma è importante che il pubblico ne sia toccato emotivamente. […] Siamo in un’epoca balorda, in cui i politici incitano alla rabbia e all’odio, dunque, oggi, parlare d’amore non è mai banale […] Questo spettacolo è un invito a tenersi vicini invece che lontani, a stringersi».

Ma come si fa_ 4E infatti, dopo essersi spogliate dei loro pigiami e aver indossato gli abiti “a festa” che erano sul fondo della scena, le tre decidono di volersi «vendere l’anima ancora una volta» – tema quello della vendita di sé, in accezione a quanto pare positiva, evidentemente caro a Melchionna – e scendono ancora una volta tra il pubblico dispensando abbracci, mani strette, sorrisi.,

Un finale coerente con il lavoro e con il messaggio che vuole lasciare. Lavoro e massaggio che ci hanno lasciati, a dire il vero, poco convinti. Pur condividendo, infatti, l’idea che certe questioni basilari come quella del modo in cui si vivono i sentimenti, costituiscano sempre prezioso materiale drammaturgico e scenico – oltre che ovviamente temi dal fondamentale valore umano –; pur apprezzando l’originalità di certe scelte registiche e l’indubbiamente valida prova attoriale delle interpreti, abbiamo avuto l’impressione che Ma come si fa? non riesca a evitare del tutto il rischio di cadere nella banalità del “sole-cuore-amore”. Un rischio sempre dietro l’angolo quando si pizzicano certe corde e che purtroppo, il toccare il limite del non-sense, la parola frammentata, l’utilizzo di certa gestualità di matrice performativa non riescono del tutto a disinnescare.

 

MA COME SI FA?
performance teatrale scritta e diretta da Luciano Melchionna

con Adelaide Di Bitonto, Sara Esposito ed Eleonora Tiberia 
musiche a cura di Riccardo Regoli

costumi Milla

luci Raffaele Fracchiolla
assistente alla regia Sara Esposito

produzione FROSINONE TEATRO – OFFICINA BON VOYAGE Officina culturale della Regione Lazio

Nuovo Teatro Sanità – Napoli
2-4 novembre 2018



Categorie:Teatro

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