«L’arte è un atto di fede verso l’umanità»: sull’ultimo spettacolo del Théâtre du Soleil

LAURA BEVIONE | La Svizzera francofona, su impulso di Omar Porras, direttore artistico del Théâtre Kléber-Méleau, si è mossa per ospitare a Losanna l’ultima creazione del Théâtre du Soleil: è nata, così, una vera e propria Association pour la venue d’Une chambre en Inde, composta da vari teatri del territorio ma pure da enti locali – comuni e autorità cantonali – e da mecenati privati. Un’iniziativa unica, concreto e felice esempio di politica culturale illuminata e lungimirante, ma anche una testimonianza di come la volontà – in questo caso quella di ospitare una delle compagnie più apprezzate e significative al mondo – possa tradursi in realtà. Ecco, allora, che Une chambre en Inde è in scena per quattro settimane – fino al 18 novembre – al Palais de Beaulieu di Losanna, trasformato in accogliente succursale temporanea della parigina Cartoucherie.

E già l’ingresso è spettacolo: i posti non sono numerati e dunque gli spettatori sono invitati a scegliere la propria posizione osservando due grandi tabelloni governati da maschere che consigliano e attaccano sui biglietti un adesivo con le coordinate della posizione prescelta.
Si entra poi nel foyer, presidiato da rassicuranti guardie – The Grand Bazar Police Security Brigade – e arredato in puro stile indiano mentre il profumo delle spezie utilizzate nella cucina del bar inebria e la contemplazione degli attori intenti al trucco – calmi e concentrati – incanta.

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Ph Michèle Laurent

Ecco allora che, quasi senza soluzione di continuità, ha inizio lo spettacolo: un’ampia camera – letto, poltrona, mobili vari, un lungo tavolo – in una casa indiana, in cui è temporaneamente sistemata Cornélia, assistente regista di una compagnia francese inviata fin laggiù per realizzare uno spettacolo che narri e discuta dei problemi dell’attualità. Il regista, Constantin Lear, però, forse è impazzito ed è scappato; dunque spetta all’insicura Cornélia ideare e mettere in scena il lavoro, confrontandosi con una troupe non sempre collaborativa e, comunque, non unita nella scelta di temi e forme.
Sullo sfondo, lontano eppure rumorosissimo, il frastuono degli attentati del novembre 2015 a Parigi, dopo i quali nulla è più come prima, neppure il teatro.

Su quale argomento concentrarsi allora? La minaccia dell’Isis e il conflitto in Siria? La guerra per il controllo dell’acqua o la condizione delle donne, ancora sottomesse? La povertà o le sperequazioni sociali? Cornélia è indecisa e, intanto, si tuffa sul letto, nella speranza che il sonno le chiarisca le idee.

Ma i sogni dell’artista sono agitati e vivissimi, verosimili e policromi: viene aggredita da terroristi in nero e assiste, inerme, al rapimento di una giovane che il padre vuole dare in sposa a un uomo senza scrupoli; si immerge con un attore nei sotterranei di Damasco, dove alcuni resistenti si danno forza recitando il Riccardo III, ma anche nelle falde freatiche dove è celato quell’oro che è oggi l’acqua; impotente osserva la preparazione di un attentato kamikaze nel quale sono coinvolti due bambini piccolissimi…

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Ph Michèle Laurent

Cornélia, poi, riceva la visita di Shakespeare e di Cechov, comprensivi e prodighi di consigli, e ricama sulle esistenze – passate e presenti – di chi la circonda: ecco, allora, la rievocazione, sensuale e coinvolgente, del giovane amore della sua ospite, la signora Murti. E, ancora, la vera e propria messa in scena di due episodi del Mahabharata – lo stupro di Draupadi e la morte di Karna – secondo le convenzioni del Terukkuttu, la forma più antica di teatro indiano, contemporaneo del teatro greco classico, tuttora esistente.

Accanto a Cornélia, gli attori con i loro dubbi e i loro momentanei momenti di esaltazione, le loro fragilità e i loro vezzi. Una compagnia colta in un momento di incertezza e che pare ritrovare unità e consapevolezza del proprio obiettivo – ovvero un invito a ricercare e proteggere l’umanità – soltanto nel finale, allorché viene evocato un redivivo Charlie Chaplin impegnato a recitare il più celebre monologo da Il grande dittatore.

Lo spettacolo, creato da ben trentaquattro performer di tredici nazionalità diverse e accompagnato da musica eseguita rigorosamente dal vivo, è un serrato montaggio di sipari eterogenei, surreali ovvero tragici, realisticamente violenti o comicamente ironici; ieratici e concentrati, evocativi e commoventi.

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Ph Michèle Laurent

Scansando retorica e conservando una sana autoironia, la compatta compagnia del Théâtre du Soleil si appella ai maestri del teatro – Shakespeare in primo luogo, come palesemente segnalano i nomi della protagonista e del regista, suo “padre” artistico travolto dalla follia – ma pure a Gandhi e alla tradizione letteraria e teatrale indiana, al cinema e all’attualità più stringente.

Temi e linguaggi affiancati con armonica coerenza, senza stridii né forzature ma dispiegando un originale poema sulla nostra contemporaneità, sulla quale viene esplicitamente dichiarato di non possedere certezze bensì precisi interrogativi.

Uno spettacolo strabordante di immagini e suggestioni, dubbi e vibranti denunce che, benché non possa offrire risposte, aiuta – anche grazie alla forza degli interpreti, la maggior parte dei quali impegnati in più ruoli – a illuminare quegli aspetti del nostro mondo spesso avvolti dalla penombra. E, così, il teatro si rivela davvero – citando  Ariane Mnouchkine – «una forza vitale che contrasta la paura che il mondo genera».

Uscendo dal Palais de Beaulieu forse non siamo più ottimisti sul destino della nostra civiltà ma di certo ci sentiamo meno soli e questo non è poco…

 

UNE CHAMBRE EN INDE
creazione collettiva Théâtre du Soleil

regia Ariane Mnouchkine
musiche Jean-Jacques Lemêtre, in collaborazione con Hélène Cixous, con la partecipazione di Kalaimamani Purisai Kannappa Sambandan Thambiran
interpreti Hélène Cinque, Sylvain Jailloux, Duccio Bellugi-Vannuccini, Maurice Durozier, Eve Doe-Bruce, Martial Jacques, Shaghayegh Beheshti, Dominique Jambert, Sébastien Brottet-Michel, Judit Jancso, Omid Rawendah, Shafiq Kohi, Agustin Letelier, Taher Baig, Nirupama Nityanandan, Seear Kohi, Vijayan Panikkaveettil, Sayed Ahmad Hashimi, Seietsu Onochi, Man-Waï Fok, Arman Saribekyan, Wazhma Tota Khil, Samir Abdul Jabbar Saed, Ghulam Reza Rajabi, Farid Gul Ahmad, Aref Bahunar, Alice Milléquant, Quentin Lashermes, Marie-Jasmine Cocito, Aziz Hamrah, Ya-Hui Liang, Andrea Marchant, Palani Murugan, Thérèse Spirli

produzione Théâtre du Soleil
produzione per la Svizzera Association pour la venue d’Une chambre en Inde; coproduzione TKM Théâtre Kléber-Méleau Renens, Théâtre de Carouge-Atelier de Genève ; teatri partner Théâtre Vidy-Lausanne, Comédie de Genève, Théâtre Benno Besson, Yverdon-les-Bains, Théâtre du Passage, Neuchâtel, Théâtre Forum Meyrin, Théâtre populaire romand, La Chaux-de-Fonds, UNIL La Grange de Dorigny; con il sostegno di Canton de Vaud, Ville de Lausanne, Ville de Rennes, fondazioni e mecenati privati

Palais de Beaulieu – Losanna
10 novembre 2018



Categorie:In evidenza, Recensioni, Satura, Teatro

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