Il bianco del tempo e della follia: “Al presente” di Danio Manfredini

ELENA SCOLARI | A cosa fa pensare il bianco? Alle nuvole, al latte, alla neve, al ghiaccio… Sì, anche. A me però il bianco fa pensare agli ospedali. Ai camici di dottori che tentano di pulire, di mettere ordine. La scatola dove Danio Manfredini agisce, vestito e truccato di bianco ma con gli occhi rosso fuoco, nel suo Al presente, è fatta del bianco che fa mancare i riferimenti, il bianco del vuoto, il bianco senza appigli. Il bianco che cancella, cancella e mette anche cancelli, tra te e il mondo. Cancella tutto tranne quello che sta dentro di te.
E allora a quelle cose ti aggrappi: ai ricordi, al passato, all’estate da bambino sul fiume, alla voce di tua madre (ormai morta) sulla segreteria telefonica.

Non so perché qualcuno insistentemente ridesse, durante lo spettacolo, forse per allontanare l’angoscia. Io guardavo quell’attore, quella perfetta imitazione dei movimenti sconnessi che fanno i matti, quei gesti imprevedibili che scartano da ciò che ti aspetti, quel tremore dato dall’incertezza, dal continuo stare su un confine tra presenza e fuggevolezza. Guardi Manfredini e senti l’infinita attenzione con cui ha osservato le persone malate, le carezze che sicuramente ha dato loro e l’affettuosa, profonda comprensione che ha messo in un lavoro che è davvero una summa di capacità artistiche rare.

Al presente è uno spettacolo di vent’anni fa, non risente dell’età perché l’attore mette sé, la sua età, in ciò che fa, nel corpo e nel viso c’è quello che ha vissuto e visto in questi vent’anni. Non si può spiegarlo del tutto ma è evidente dalla splendida e triste consapevolezza che non lascia mai l’interprete.
Manfredini ha conosciuto i malati psichiatrici, e per quanto possibile, ha cercato di capirli.
A volte sono anche allegri, i matti, certo, come quando raccontano della pesca alle carpe: quell’enorme carpa che pare il pesce della vita di Hemingway, che finalmente un giorno abbocca ma poi tanto vale lasciarla andare che la soddisfazione te la sei già presa.

I matti veri però non sono i pazzerelloni gioiosi dei film di Virzì, sono prima di tutto persone che soffrono. Anche con slancio, con estrema vitalità, sì, ma sono in perenne squilibrio fra sé e gli altri, ed è una condizione niente affatto facile.

Il maggior pregio di Al presente è proprio essere riuscito a far sentire al pubblico quel dolore rendendolo poetico. Lo struggimento del sentire, delle trasformazioni intime che tutti attraversiamo nel tempo, tra felicità e inquietudini. Perché alcune malinconie sono anche le nostre, o lo saranno. O magari si sono adagiate su quello che è stato per i nostri nonni, da vecchi.
Un testo che si costruisce man mano, sommando frammenti: tessere di memoria, di voci, di immagini che compongono il quadro spezzettato di una vita. Di tutte le vite, in fondo.

Manfredini usa nello spettacolo due canzoni di Vasco Rossi (Gli angeli e Sally), Vasco sembrerebbe troppo “popolare” per un autore tanto raffinato, ma oltre al gusto personale (anche di chi scrive) c’è forse una riflessione che si può fare: l’essenza dei sentimenti elementari, che muovono l’uomo da sempre, è anche quella delle anime fragili, degli errori che rendono imperfetti e che suscitano tenerezza, i personaggi “sbagliati” cantati dal rocker di Zocca.

Queste canzoni occupano due porzioni importanti del lavoro: la prima si accompagna alle immagini di nostalgia per i paesaggi della bassa cremonese (Manfredini è nato a Casalbuttano) proiettati sulla parete di fondo, «E da qui….e da qui…. non le vedi più quelle estati lì»; la seconda invece è ascoltata da un vecchio, malato o no non ha importanza, nella solitudine di una stanza d’ospedale (o di ospizio), e ogni parola si carica di giovinezza, del senso fortissimo di ciò che è stato e non sarà più. Quei pochi versi che il personaggio canta sopra la canzone sono la sustanziazione dei nostri anni perduti, sono la perfetta reificazione di un pensiero, la sensazione del tempo che passa, del fulgore che fu e che ci sfugge. Continuamente.

In scena con Manfredini c’è un fantoccio, un suo doppio, trasportato su una sedia a rotelle poi fatto sedere su una panca; il pupazzo è più piccolo di lui, ma racchiude più di lui: in quella figura ci sono i bambini della classe morta di Kantor, c’è la semplicità saggia di Peter Brook, ci sono i nostri fantasmi. C’è il teatro.

AL PRESENTE

di e con Danio Manfredini
collaborazione al riallestimento Vincenzo Del Prete
assistente regia e luci Lucia Manghi
produzione riallestimento La Corte Ospitale

Teatro Out Off di Milano
3 novembre 2018
nell’ambito di Danae Festival a cura di Teatro delle Moire



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