Con tutto il mio amare. Un melodramma tra passato e contemporaneità

RITA CIRRINCIONE | Prosegue allo Spazio Franco dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo l’anteprima di Scena Nostra – anticipazione della rassegna sul teatro indipendente siciliano che si svolgerà nel corso del 2019 – con Con tutto il mio amare. Scritto e diretto da Gabriele Cicirello, giovane autore e attore palermitano al suo secondo lavoro, lo spettacolo ha avuto la menzione speciale al Premio #CittàLaboratorio 2017 promosso dal Comune di Palermo e dal Teatro Biondo.

Una sedia, ricoperta da un telo bianco, sulla quale una giovane donna siede, muta, immobile, lo sguardo perso nel vuoto; in fondo, una cassapanca anch’essa ricoperta da un ampio e lungo telo bianco che scende fino a terra con un effetto white carpet che taglia in due la scena nera. Un giovane uomo si muove inquieto a riempire un interno a cui i teli danno l’aria delle case dismesse, quelle case rimaste in una sospensione temporale tra una vita che c’è stata e una vita che forse un giorno potrà tornare.

Con passaggi netti, come innescati da un tasto on/off, la giovane donna – l’espressione amara e disincantata di chi è stato tradito dall’esistenza – si anima e incomincia a raccontare. Racconta della maternità tanto desiderata, della gravidanza ostinatamente voluta e portata avanti nonostante i gravi problemi di salute, a costo della stessa vita. Racconta i primissimi momenti dopo il parto. La gioia di potere dire almeno per una volta: “Questa è mia figlia!”. Poi, ritorna all’immobilità e al silenzio.

Anche l’uomo parla. Parla della figlia, dei suoi vezzi e delle sue birichinate, parla del suo essere padre in solitudine, dei suoi sforzi per prendersi cura di lei, per farla svagare. Parla in dialetto, un palermitano a tratti cadenzato come quello dei cunti che conferisce al racconto una precisa collocazione geo-sociale e lo connota stilisticamente; una sorta di neorealismo dell’anima.CTA 3
Sbucata dal baule, entra in scena la figlia. Tiene tra le mani Violetta, una bambola di pezza, il suo giocattolo-compagno di giochi preferito, quasi il suo doppio, inanimato e immortale. La bambina imprime dinamismo alla fissità della scena: gioca, saltella, capitombola, solleva il grande telo bianco, vi si arrotola, torna a nascondersi.

E così lo spazio a tratti prende vita, risuona delle parole – parole dette a se stessi, che raramente diventano dialogo – in una routine familiare in cui i tre si muovono in modo disallineato, in una vita domestica innaturale e astratta, vuota dei gesti della quotidianità. Poi di nuovo quel ritmo torna a incepparsi. Ritorna lo stato di immobilità, di silenzio, di assenza, che sottrae continuità e senso a una storia nella quale ciò che vive ha un sentore di morte, ciò che è morto sembra tornare in vita, dove i dialoghi sono reali o forse immaginari, tra vivi o tra morti, e le assenze temporanee o forse definitive.

La regia affida la risoluzione drammaturgica della pièce alla voce fuori campo della figlia: dal corpo incarnato a una presenza diminuita a flatus vocis, in un dialogo con il padre che si assottiglia ma non sa interrompersi, dove la speranza sconfina nell’ossessione e nella follia.  Ma l’idea di una rinarrazione dell’accaduto dalla parte della bambina risulta posticcia e ridondante e alla fine rafforza la texture melò di un testo già ad alto tasso melodrammatico.
Anche le musiche, che potevano rappresentare un elemento di discontinuità, hanno l’effetto di aggiungere ulteriore enfasi.

La recitazione asciutta e intensa dei due protagonisti – soprattutto di Valeria Sara Lo Bue –, certe soluzioni registiche e sceniche che sembrano andare verso una messa in scena contemporanea e fuori dalla trappola del sentimentalismo, non bastano a togliere allo spettacolo un certo gusto rétro. La narrazione della tragica vicenda del giovane padre vedovo e della figlia scomparsa sembra rimanere imprigionata nella dimensione cronachistica da cui si origina, incapace di sollevare lo sguardo oltre, al di là del confine di un dolore privato.

Credibile ed efficace, anche se un po’ sacrificata, Federica Aloisio nella parte della figlia. I movimenti scenici della sua performance animano e conferiscono dinamicità allo spettacolo trasmettendo dapprima vitalità e gioia e, una volta intuito l’epilogo, un senso dissonante di inquietudine.

 

CON TUTTO IL MIO AMARE

scritto e diretto da Gabriele Cicirello
con Federica Aloisio, Gabriele Cicirello, Valeria Sara Lo Bue
aiuto regia Simona Sciarabba
scene Giulia Santoro
luci Gabriele Circo

menzione speciale premio #cittàlaboratorio2017
con il sostegno di Comune di Palermo e Teatro Biondo di Palermo

Anteprima di Scena Nostra – Spazio Franco
17 novembre 2018

 

 



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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