La muta macchina del tempo in “Visite” del Teatro dei Gordi

ELENA SCOLARI | Ne Il grande freddo di Laurence Kasdan (1983), un gruppo di amici si ritrova, a causa di un funerale, a una quindicina d’anni dagli ultimi contatti. Avevano condiviso gli esplosivi anni ’60 al college e ora osservano l’un l’altro i propri cambiamenti, delusioni, spostamenti di orizzonti. Intrecceranno relazioni nuove, ravviveranno qualche fiammata del passato. Tutte quelle cose che si immagina possano accadere in una “reunion” post-universitaria. Specialmente se i tuoi compagni di studi erano Jeff Goldblum, Glenn Close, William Hurt, Kevin Kline…
“In un gelido mondo hai bisogno di amici che ti riscaldino”, così recitava la locandina. Sigh.

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Lo spettacolo Visite de I gordi, mi ha ricordato questo film più del mito di Filemone e Bauci (ognuno ha i propri percorsi) cui il lavoro si dichiara ispirato. Lo ricordiamo brevemente: Ovidio racconta di Zeus ed Ermes che vagano per la Frigia (sono spesso sfaccendati, gli dèi), cominciano a battibeccare sulla natura buona o cattiva dell’animo umano quindi decidono di sfidarsi: si travestono e bussano a tante porte dove viene loro negata l’ospitalità fino a quando raggiungono la casa – modesta – della coppia Filemone e Bauci, che invece li accoglie con generosità. In seguito si verifica un’alluvione e la sola capanna dei due sposi gentili verrà risparmiata dalle intemperie. Il loro unico desiderio, chiesto agli dèi disposti a esaudire qualunque cosa, fu di poter morire insieme.

Si tratta quindi di un mito sull’ospitalità, sulla generosità, anche sull’attaccamento sincero e puro all’amato/a. Il collegamento con lo spettacolo è, appunto, solo un’ispirazione.
Visite parla (anzi, non parla) molto più dell’amicizia che dell’amore. O meglio della forma particolare di amore che c’è nell’amicizia, anche nel suo lato di tenerezza e solidarietà.

Lo spettacolo si apre in una camera da letto, una vecchina sistema un tappeto, cerca delle pantofole, si prova un cappello davanti a uno specchio, cose così. Poi se ne esce e comincia una frenetica carrellata – quasi completamente muta – dei sei attori senza maschera che più che visitare, fanno irruzione in questa stessa camera, facendo capire al pubblico che amoreggiano tra di loro, fanno feste, si scambiano anche un po’ i partner, si ubriacano, ridono, ballano, si fanno scherzi; vivono. Tutto a un ritmo forsennato, un girotondo vertiginoso di entrate e uscite da diverse situazioni il cui sostrato comune è la gioventù.
Poi gli attori – che citiamo tutti per equilibrio, energia e attenzione: Cecilia Campani, Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Maria Vittoria Scarlattei, Matteo Vitanza – si cambiano d’abito senza interrompere questa catena che frastorna e capiamo che sono maturati; impossibile dire di quanto perché gli interpreti sono sempre gli stessi e senza trucco, dovrebbero sembrare cinquantenni ma il punto è che sono cresciuti. Il ritmo però rimane ancora febbrile, troppo perché si percepisca un reale cambio d’età, un’effettiva mutazione nella sensibilità al tempo. Cioè a come passa il tempo, a quale velocità, nel corso delle fasi della vita.

Questa prima parte è rutilante, per quantità di presenze contemporanee nello spazio ristretto della camera, e per quantità di segni e gesti che ancora appaiono un poco meccanici e più esteriori che sintomo di caratteri personali, in ognuno dei personaggi.
Visite è spettacolo nuovissimo, quindi è naturale che la partitura corporea ed espressiva – precisa nei singoli elementi ma ancora non del tutto limpida nel suo effetto d’insieme – che il regista Riccardo Pippa ha cucito per i suoi attori debba ancora essere interiorizzata e vissuta (forse anche un po’ sfrondata) per la piena riuscita.

Molto bella, poetica, ironica, già compiuta anche nei tempi, è la seconda parte, dove compaiono le maschere, le bellissime maschere di cartapesta di Ilaria Ariemme – che hanno fatto conoscere I Gordi con Sulla morte senza esagerare – e l’impressione netta è che gli attori raccontino di più con il volto coperto.
La maschera fa subito personaggio e le movenze cambiano, ma soprattutto ognuno è significativamente diverso dall’altro, l’insieme di maschera e corpo crea una terza figura, teatralmente forte, che è più della loro somma.
Una coppia, di cui abbiamo conosciuto la donna all’inizio, torna. Sono vecchi, hanno gesti di morbida abitudine, silenti, si danno la buonanotte col codice morse delle abat-jours, una leggerezza buffa e affettuosa.

Il gruppo è a suo agio nell’assenza di testo, in tutto il lavoro, ma con le maschere tutti posano un significato ponderato nei loro gesti, la cifra argentata degli anni è visibile e quasi tangibile.


Inoltre la scelta per lo spazio scenico di questa seconda parte che si svolge in un ospizio, (ci troviamo nella sala più piccola del Franco Parenti, che io non ho mai visto nella sua dimensione completa) è brillante: è stata sfruttata tutta la profondità della sala, circa quindici metri, a occhio, per creare uno spazio a più piani, una stratificazione delle zone fisiche ma anche di quelle del tempo.
Man mano che il tempo è passato – i nostri sono ora tutti vecchi e ancora amici – la prospettiva si è allungata, cioè vedono alcune cose con più distanza, altre ancora, le più piccole magari, sono vicine perché riempiono la loro quotidianità. Questo campo lungo metaforico è un’idea intelligente e che regala profondità anche al senso delle figure che in questo luogo si muovono, tremolanti, alla caccia di caramelle, indaffarati con lucine e manovre spericolate su poltrone elettriche.

L’ultima visita, in fondo, è quella che conta: un’amica, solo un poco meno anziana dell’ospite in primo piano nella casa di cura, le porta un regalo. Non possiamo svelare il contenuto, ma quel pacco racchiude fantasia, vita, desiderio.

VISITE

ideazione e regia Riccardo Pippa
di e con Cecilia Campani, Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Maria Vittoria Scarlattei, Matteo Vitanza
dramaturgia Giulia Tollis
maschere e costumi Ilaria Ariemme
scenografia Anna Maddalena Cingi
disegno luci Paolo Casati
cura del suono Luca De Marinis
assistente alla regia Daniele Cavone Felicioni
produzione Teatro Franco Parenti in collaborazione con Teatro dei Gordi
Si ringrazia Sementerie Artistiche

con il sostegno del MiBAC e di SIAE, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”

Teatro Franco Parenti
23 novembre 2018 | in scena fino al 9 dicembre



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