“C’è più ricchezza nei processi che negli esiti”. Roberta Nicolai racconta TdV 2018

LAURA NOVELLI |Alle scelte programmatiche originali e coraggiose ci ha abituati sin dalla prima edizione del suo festival. Tuttavia quest’anno, che Teatri di Vetro arriva alla 12° edizione, Roberta Nicolai fa un ulteriore passo dentro il pensiero che muove il ‘fare creativo’ e mette insieme un composito organismo di eventi interrogando artisti, pubblico, operatori, appassionati, su un tema assai affascinante: la creazione nella sua messa in forma, nel suo tradursi in prassi di ricerca, nel suo saper essere percorso prima che esito, opera. Il cartellone 2018 della collaudata vetrina è, infatti, una mappatura diversificata ed eclettica di lavori che non sono ancora spettacoli e di linee metodologiche tratteggiate per essere spiegate. Entrambi questi aspetti – in termini semplici, il metodo e la forma fluida di un lavoro in fieri – sono concepiti come ‘regali’ per gli spettatori, motori nuovi di nuove relazioni.

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Dopo le quattro precedenti sezioni svoltisi nei mesi scorsi – TrasmissioniFYMMEC (Focus Young Mediterranean And Middle East Choreographers), Composizioni ed Elettrosuoni – da giovedì 13 dicembre TdV approda al Teatro India di Roma con il contenitore intitolato Oscillazioni, ultima frangia della rassegna e, per molti versi, suo cuore pulsante. Ė proprio la stessa Nicolai, direttore artistico del festival e della compagnia Tringolo Scaleno Teatro, a definirla così e a raccontarne la genesi.

Prima di parlare di Oscillazioni, vorrei chiederti come sono andate le tappe già concluse del festival.
L’esperimento di Tuscania – mi riferisco alla sezione Trasmissoni – era al suo secondo anno ed è stato magnifico. Abbiamo chiamato tre coreografi molto diversi tra loro, Alessandra Cristiani, gruppo nanou e Giuseppe Muscarello, che hanno lavorato in residenza per alcuni giorni e hanno coordinato delle classi di allievi. Poi abbiamo aperto i loro laboratori creativi al pubblico, ad altri artisti e a un gruppo di osservatori molto esperti e sensibili. Si è trattato di un’esperienza davvero produttiva per tutti. Non solo per i tre artisti che, nel rispetto delle loro differenze operative e delle loro differenti formazioni, si sono comunque ritrovati protagonisti di un incontro pieno di cose belle, ma anche per gli spettatori che hanno potuto assistere a metodologie di lavoro in fase di svolgimento e a proposte performative pensate come lavori in costruzione, non come spettacoli blindati.

Questo fatto di non scegliere lo spettacolo chiuso, l’esisto, bensì il metodo, il divenire delle creazioni, mette in moto tante possibilità interpretative. Secondo te qual è la forza principale di una scelta del genere?
Credo fermamente che ci sia più ricchezza nei processi di quanta ce ne possa essere nelle sintesi. Anzi, in molti casi, tante energie che si trovano nel lavoro di costruzione di uno spettacolo, poi, nel momento di confezionarlo e dargli un assetto chiuso, spariscono, non ci sono più. Motivo per cui mi sono convinta che oggi sia più teatro il processo nel suo accadere che l’esito di tale processo.

p (3)Perché dici ‘oggi’? Potresti spigarci meglio questo concetto e questo riferimento ai tempi attuali?
Voglio dire che stiamo vivendo un momento storico e culturale di passaggio. Portiamo sulle spalle l’eredità pesantissima del ‘900, un secolo feroce ma enorme, e non abbiamo ancora degli strumenti di lettura nuovi che ci permettano di capire  l’arte odierna,  così come di interpretare altri fenomeni della nostra realtà. Dunque, assistiamo a una profonda distanza tra i fenomeni stessi e i saperi. Ė come se si fosse creata una frattura molto difficile da colmare. Anche perché, tornando allo specifico della scena dal vivo, continuiamo a riprodurre strumenti di lettura che abbiamo affinato guardando il teatro del ‘900. Quest’anno, con TdV, sentivo il bisogno di stare dentro questa rottura, di abitarla e così, dal punto di vista curatoriale, ho deciso di fare una proposta artistica che rompesse la consuetudine dello spettacolo blindato. Presentiamo opere in divenire, il percorso di avvicinamento alla forma, persino gli scarti, ciò che gli artisti hanno eliminato nel corso delle prove e della loro ricerca. La nostra vuole essere una proposta e non certo una risposta al problema. Ma insomma ci proviamo. Cerchiamo delle strade.

Ė anche vero che questo attenzione al processo c’è sempre stata nelle tue programmazioni. Sei d’accordo?
Sì, è vero. Nei vari cartelloni di TdV ho sempre cercato di far emergere il processo delle creazioni presentate. In questa XII edizione, però, mi assumo più a fondo la responsabilità di una scelta che comunque rompe molti cliché. Ho persino rischiato che il progetto non fosse più finanziato dal Miur perché facciamo – intendo i miei collaboratori e io –  una sorta di “antifestival”. Basti pensare che non valorizziamo la quantità dei titoli in scaletta e non diamo visibilità a produzioni pronte per il mercato e i circuiti. Piuttosto, abbiamo puntato a una radicalizzazione dell’impostazione, proprio perché volevamo andare a indagare da vicino quella frattura di cui ho parlato prima, quella distanza ormai innegabile che c’è oggi tra creatività e strumenti interpretativi.
Per fortuna, però, il progetto ha avuto comunque il suo riconoscimento.

Altre costanti del tuo lavoro di curatela sono sempre state l’attenzione per il territorio, e dunque per il teatro partecipato, e quella per la pedagogia, per la formazione sia del pubblico sia dei giovani artisti. Mi sembra che entrambi gli aspetti si ritrovino nelle fasi del festival succedute a Tuscania.
Certamente. Dopo Tuscania abbiamo organizzato un focus sulla danza araba, che è un progetto in rete che prevede tanti partner diversi e per il quale ho voluto creare una sinergia – un ‘incontro’, ancora una volta – tra i giovani coreografi coinvolti (un siriano e un algerino) e i ragazzi dell’Accademia Nazionale di Danza. Credo sia stato importante favorire questo scambio. Tanto più per i giovani dell’Accademia. Sono venuti numerosissimi alla serata conclusiva che si è svolta all’Angelo Mai, un luogo che molti di loro non avevano mai visto, tanto meno frequentato. Ho avuto la riprova che c’è un grande bisogno che gli artisti circolino, che le persone si incontrino, si conoscano, si scambino energie e pensieri.

Stessa filosofia per Composizioni, sezione che si è svolta a Ostia. Come si è concretizzato questo contenitore di interventi e idee?
Ci sono stati svariati progetti di teatro partecipato. Uno con i rifugiati, un altro con i cittadini e un terzo, di danza, con i bambini. Inoltre, Enea Tomei ha realizzato un reportage di interviste sui temi posti dalla Piccola Compagnia Dammacco nel suo lavoro La buona educazione. Questo reportage si intitola Oasi. Comizio sui valori ed è tante cose insieme: un’operazione concettualmente popolare, un’indagine culturale e sociologica e una restituzione artistica tra teatro, fotografia e poesia. Quello che mi ha stupito è stato l’entusiasmo con cui la cittadinanza ha aderito e partecipato alle nostre iniziative. Abbiamo dovuto fare addirittura delle selezioni perché in tanti volevano entrare nei nostri laboratori. Insomma, un’esperienza importante.

pVeniamo a Oscillazioni. Dentro questa sezione romana figurano eventi fino al 19 dicembre e nomi come, tra gli altri, Chiara Lagani, Salvo Lombardi, Leviedelfool, Piccola Compagnia Dammacco. Possiamo considerarla come l’approdo di tutti i momenti precedenti del festival?
Ė l’ultima sezione ma è quella che dà significato, senso, al tutto. Ė il cuore di questo TdV 2018. Qui approdano i ragionamenti cui facevo cenno nelle risposte precedenti; quelli sulla rottura tra creazione e saperi, sulla ricerca di nuovi strumenti interpretativi, sull’eredità troppo ingombrante del ‘900. La proposta mi sembra originale.
Ho chiamato sette artisti con i quali ho avuto nel tempo una personale frequentazione e uno scambio teorico e operativo sempre molto felice, costruttivo e fecondo. Artisti con i quali potevo avere un dialogo reale. A tutti loro ho chiesto se, rispetto al processo creativo che li aveva portati a determinati spettacoli, ci fossero dei materiali, dei temi, dei dispositivi che rimanevano fuori dall’esito concluso. Residui, scarti. Cose, elementi che osservi durante il processo e che magari non ritrovi alla fine. Mi sembra che l’idea sia piaciuta molto. Per cui  abbiamo costruito un cartellone nel quale tutti gli artisti coinvolti presentano sia la sintesi di un loro lavoro sia un processo di creazione che metta in campo anche ciò che è rimasto fuori.

Pensi che il pubblico di non addetti ai lavori o non troppo esperto possa entrare facilmente dentro questo ragionamento?
Sono convinta di sì. Avere la possibilità di seguire sia un lavoro chiuso sia una fase di elaborazione aperta rappresenta a mio parere un valore aggiunto determinante. Il pubblico entra dentro il meccanismo scenico. E ciò segna un momento di forte vicinanza con gli artisti, non di distanza. In Oscillazioni non  si vuole rendere difficile il teatro; semmai, al contrario, lo si vuole rendere più avvicinabile, più attraente. Ė ovvio che sarebbe importante, per chi decida di seguire la vetrina, di vedere entrambi i lavori del gruppo prescelto. In questo modo si crea una relazione forte con chi sta in scena, e gli spettatori si portano a casa un ‘pensiero’ intorno alla visione, non semplicemente una visione.

Una bella sfida per artisti e spettatori. Non credo sia utopistico il tuo punto di vista perché in Italia abbiamo tanto pubblico appassionato e tanti bravi teatranti. Tuttavia, la sensazione generale, rispetto al nostro teatro, è che esso non interessi più molto. Che cosa sarebbe urgente fare secondo te per riportarlo al centro?
Noi che facciamo e che operiamo nel teatro dobbiamo trovare degli elementi di visione e di fruizione che siano maggiormente in assetto con i nostri tempi. Su questo giochiamo la nostra rinascita o il nostro fallimento. Certamente oggi i teatranti in Italia sono scivolati via dal dibattito culturale ma non possiamo più pensare di stare sulle spalle del ‘900. Sarebbe come vestire di vecchio ciò che di nuovo abbiamo pensato di fare. Esiste questa fragilità indubbia ma esistono anche tante realtà, una delle quali è appunto Teatri di Vetro, che si sono interrogate sul problema e che si sentono di poter fare da ponte tra artisti e società. Non abbiamo muscoli di acciaio come altri festival ma sappiamo di avere una missione precisa, e quest’anno più che mai il pubblico ci sta ripagando.

 

OSCILLAZIONI

TEATRI DI VETRO XII edizione
Festival delle arti sceniche contemporanee

Direzione artistica Roberta Nicolai
13-19 dicembre 2018
Teatro India e Biblioteca Marconi, Roma

Info e prenotazioni
email: promozione@triangoloscalenoteatro.it
mb: 339.2824889
Facebook @teatridivetro
Instagram @teatridivetro
www.teatridivetro.it



Categorie:Cultura e società, Danza, In evidenza, Interviste, Novità, Satura, Scena, Teatro

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