I grandi poemi di Puskin e Blok in teatro: “Evgenij Onegin” e “The Twelve” al Piccolo

ELENA SCOLARI | Duelli all’alba per fatali storie d’amore e rosse falcate rivoluzionarie. La grande madre teatrale russa è calata nel tiepido inverno milanese grazie alla settimana Le stagioni russe in Italia organizzata dal Piccolo Teatro.
Dei quattro spettacoli – Your Gogol – The last monologue; On the other side of the curtain (Tre sorelle); Evgenij Onegin; The Twelve – qui racconterò degli ultimi due, adattamenti di due grandi poemi russi: l’omonimo Evgenij Onegin di Aleksandr Sergeevič Puškin (pubblicato nel 1833) e I Dodici di Aleksandr Blok del 1918.

Aleksandr Puškin

Puškin nasce a Mosca nel 1799 (è contemporaneo di Leopardi, per dire) e Blok a San Pietroburgo nel 1880; poco meno di un secolo li separa ed entrambi sono morti intorno ai quarant’anni di età. Il primo in seguito alle ferite riportate in duello – quale morte più nobile e romantica? Del secondo ancora non si sa se fu la carestia o il cuore debole a finirlo.
Puškin è per i russi come Dante per noi, molto più di Tolstoj e Dostoevskij; Blok godeva della sincera e profonda stima dei colleghi scrittori ma proprio con I Dodici si inimicò buona parte dei suoi ammiratori perché diede una benedizione etico-religiosa alla rivoluzione d’ottobre del 1917, cui aveva aderito con entusiasmo.

Onegin è in buona sostanza una grande storia d’amore che finisce male: il crepuscolare poeta rifiuta un amore puro per alterigia e perché si vuol credere votato all’infelicità. Soprattutto, il nostro Evgenij si annoia. Per noia si incapriccerà dell’innamorata dell’amico Lenskij, vitale e positivo, che sarà quindi costretto a sfidarlo a duello e avrà la peggio. Onegin porterà nell’anima il castigo del suo delitto.
Ritroverà dopo anni quella limpida e incandescente ragazza, Tatjana, ormai sposa a un invalido di guerra, e capirà di aver rovinato le vite di entrambi. Traggico.

Lo spettacolo (non il poema, che è stato parzialmente tagliato) comincia con questo testo, recitato da un soldato ussaro, sempre un po’ brillo e mai lontano dallo kvas:

Chi ha vissuto e riflettuto,
non può che sprezzare gli uomini;
chi ha passioni e sentimenti
ha provato, lo tormenta
il fantasma d’un passato
che non torna: non più incanti!
Il serpente dei ricordi,
dei rimpianti, lo rimorde.
Tutto questo dà un gran fascino,
spesso, alla conversazione.
Sulle prime mi turbò
come si esprimeva Onegin,
ma poi feci l’abitudine
al suo dialogo pungente,
ai suoi scherzi misti al fiele,
e alla rabbia che metteva
nelle sue battute nere.

Non male, vero? La descrizione di Onegin prosegue con il suo aspetto: era bello, era un poeta, gli si cascava volentieri ai piedi, insomma. E così fece la malcapitata Tatjana.
L’idea registica drammaturgicamente più forte del lituano Tuminas (direttore del Vachtangov Theatre di Mosca) e quella più legata al senso del testo è la compresenza di due attori – uno giovane e uno maturo – per ognuno dei due personaggi già citati, Onegin e Lenskij, appunto. Ognuno osserva il se stesso giovane e si alterna nel ruolo con un bel risultato dinamico e che ricorda continuamente quanto le parole iniziali su giovinezza e il “serpente dei ricordi” siano il sostrato che regge tutto il dramma.
Importante ricordare che Onegin è un vero e proprio romanzo in versi, diviso in capitoli e non in canti, che vale un complesso lavoro di traduzione: trasporne metrica e rime interne in modo da far risultare credibili dialoghi (e personaggi) in scena è frutto di una conoscenza approfondita del testo.

La grandiosità di questa produzione del Vachtangov Theatre è nella quantità di attori sul palco, una trentina, non sempre tutti compresenti ma che spesso sono mossi con grande senso del quadro scenico complessivo. Lo abbiamo già osservato altre volte: la scuola russa forma attori che – già molto giovani – sanno cantare, ballare, suonare, recitare e muoversi con consapevolezza; il senso del movimento e del gruppo, dei volumi che occupano lo spazio, è sempre assai curato.
Lo spettacolo però non è fastoso, i mezzi ci sono ma usati con una certa sobrietà: i colori sono prevalentemente bianco e nero, i costumi eleganti (e che bei cappotti!), la scena è molto libera, pochi oggetti significativi. Quello che risulta abbondante è la durata del secondo tempo, decisamente riducibile, anche perché aumentano le strizzate d’occhio facili come la coppia formata da un’anziana insegnante di danza classica, enfatica e affettata, e il suo porteur che pare un po’ Enzo Paolo Turchi.

Moltissimi spettatori erano russi e hanno partecipato con calore, come in una grande rimpatriata, a questa messinscena, rumorosamente, a dire il vero, applaudendo a ogni piè sospinto, anche in momenti inadatti come la morte di Lenskij in duello, per esempio.

Vale la pena descrivere un paio di invenzioni registico-scenografiche molto belle. La scena in cui Onegin rifiuta l’amore di Tatjana: la conversazione avviene su una panchina del giardino di tigli e la giovane rimane inchiodata, quasi crocifissa a questa panchina, la sua vita si è come fermata in quel momento e l’oggetto/croce resterà in scena, sghembo e rovinato, per tutta la durata; la partenza delle ragazze ancora zitelle per “la fiera delle fidanzate” a Mosca: una scura carrozza con lanterne viene montata in quattro e quattr’otto per il viaggio, Tatjana troverà marito, calano altalene dal graticcio e le damigelle bianche vengono sollevate e sospese sopra le nozze.
Una delle attrici è una specie di folletto dai capelli rossi, che accompagna il dramma come un cantore con la sua chitarrina. Fino all’epilogo in cui Evgenij confessa l’errore di cui si è reso conto ma sarà messo a tacere da Tatjana, la sua protervia subirà uno schiaffo e lei chiuderà lo spettacolo tornando a danzare col suo sogno di gioventù.

Di tutt’altro stile è l’asciuttissima versione de I Dodici, produzione dell’Aleksandrinskij Theatre, per la regia di Anton Okoneshnikov.
Nella platea del Teatro Studio Melato siamo divisi in quattro blocchi, ogni gruppo ha davanti un grande schermo e mentre entriamo una telecamera riprende il nostro ingresso. Quando il buio cala in sala ogni attore, uno per volta, è illuminato da un faro e e contemporaneamente la sua faccia è proiettata sugli schermi mentre un’interprete ne traduce il parlato, ognuno/a dice brevemente chi è e quali sono i suoi sogni.
Questi stessi dodici giovani attori – tutti vestiti di nero, maschi e femmine – sono i dodici soldati bolscevichi in marcia per le strade di San Pietroburgo/Pietrogrado durante la rivoluzione d’ottobre. I soldati marciano, marciano, marciano sul ghiaccio sferzati da un vento gelido che piega le gambe e non cala mai. Nevica.

Il vento sibila e c’è molto nero, siamo al buio, in mezzo alla bufera si stagliano le silhouette dei dodici che, come apostoli, camminano verso l’avvenire e la libertà, verso la luce.

Tenete il passo rivoluzionario,
il nemico insidioso non dorme!

Il pubblico dà le spalle al centro dello spazio scenico, dove – come un totem – sta la telecamera con l’operatore che riprende, sempre uno per volta, i visi dei personaggi ingigantiti sugli schermi, in bianco e nero, filtrati dagli effetti di una vecchia pellicola che fruscia. Ma lì intorno gli attori stanno in cerchio, intonano canzoni, si rimbalzano risate squillanti o sguaiate, con il ritmo di un canto. I suoni sono i passi, l’ululare del vento e la gaiezza sgraziata delle bettole.
Il senso è che da quel punto si irradi lo spirito dei dodici soldati, però è un peccato non vederli.

Aleksander Blok

Vecchie donne chine per le vie, borghesi come cani, reietti e affamati, perché «Il vecchio mondo, come un cane senza razza, sta con la coda fra le gambe».
Il vento stropiccia e fa svolazzare lo striscione con scritto “Tutto il potere all’assemblea costituente!”.
Le parole di Blok sono le frustate che la Rivoluzione dà al passato, i suoi versi sono secchi come gli spari contro i monarchi, scoppiettano come i fuochi di chi lavora: operai, contadini e soldati, in lotta violenta tra teste crivellate, cappotti laceri e sangue sui selciati.
La contestata arditezza del poeta è nel finale: a guidare le dodici guardie rosse è niente meno che Gesù Cristo, che avanza con i suoi apostoli verso la rivoluzione, benedicendola.

Tutto questo sta però più nelle parole e nei suoni di The Twelve che non nel risultato teatrale complessivo. La regia lavora molto sul ritmo, sui rumori, sull’effetto del testo che purtroppo si smorza per via del doverne leggere la traduzione.
Non credo valga allo stesso modo per gli italiani, ma sicuramente il teatro russo è intriso della Storia sovietica, artistica e politica: nel buio di The Twelve ci sono i film di Ėjzenštejn, i romanzi di Dostoevskij, le poesie di Anna Achmatova.
Non possiamo essere certi che questa selezione fatta dal Piccolo Teatro sia effettivamente l’attuale meglio teatrale russo ma immergersi nelle culture straniere è sempre più che salutare. Spasiba, dunque.

 

EVGENIJ ONEGIN
selezione di capitoli dal romanzo in versi di Alexander Puskin

ideato scritto e diretto da Rimas Tuminas
scene Adomas Jacovskis
musica Faustas Latenas
coreografia Angelica Cholina
con Sergey Makovetskij, Aleksei Guskov, Lijudmila Maksakova, Irina Kupchenko, Victor Dobronravov, Eugenij Pilugin, Vladimir Simonov, Yury Shlykov, Aleksei Kuznetsov, Artur Ivanov, Eugenia Kregzhde, Olga Ierman, Maria Volkova, Oleg Makarov and others
produzione Vachtangov State Academic Theatre

Teatro Strehler

THE TWELVE
basato sull’omonimo poema di Alexander Blok

regia Anton Okoneshnikov
scene Elena Zhukova
video Maria Varakhalina
suono Daniil Grigorijev, Daniil Koronkevich
cameraman Aleksey Edoshin
coreografia Aleksey Salogub
direttore musicale Ivan Blagoder
pianista accompagnatrice Inna Andreeva
violoncello Vasily Mikhaylov
con Nikolay Belin, Ivan Efremov, Viktor Shuralev, Vasilisa Alekseyeva,Oksana Obukhovich, Dmitry Buteev, Timur Akshentsev, Nadezhda Alekseeva, Vladimir Malikov, Daria Malyushenkova, Anna Stepanova, Lyubov Shtark, Kadochnikova Evgenija
produzione Aleksandrinskij Theatre, San Pietroburgo

Teatro Studio Melato



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