La schiettezza di Amleto. Parlando con Gianfranco Berardi di “Amleto take away”

ESTER FORMATO |  Di Amleto take away di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari abbiamo già scritto mesi fa, soffermandoci sulla forza pregnante di questo lavoro.
In occasione del passaggio a Milano, al teatro Elfo Puccini, lo abbiamo rivisto e ci siamo fermati a scambiare qualche parola con lo stesso Gianfranco Berardi che è un Amleto ben lontano dalle farraginose dialettiche che ci ostiniamo a ricercare in questo antieroe.

Amleto take away è principalmente vicissitudine autobiografica che l’attore pugliese ci racconta, senza ricercare per nulla nel personaggio shakespeariano una sovrastruttura, ma semplicemente facendone un comune trentenne di oggi.

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EF: Amleto take away mi ha fatto riflettere sul bisogno di avere una forma universale –  il classico – attraverso la quale veicolare la tua storia e farne così teatro. Che relazione vi è in te, nel tuo modo di essere attore, fra universale e autobiografico?
GB: In generale per me e Gabriella – tutti i testi li scriviamo sempre insieme –  incontrare l’universale significa sostanzialmente raccontare il mondo e rapportarvi la propria esperienza personale; al contempo il racconto autobiografico rende quell’universale più autentico.
Vi racconto il mondo attraverso il mio punto di vista, “condivido” la mia storia  con tutti mediante un personaggio che è universale.

EF: Quindi è una maniera per far sì che chiunque, attraverso la tua vicenda, ritrovi se stesso nel classico?
GB: È piuttosto una maniera per tirare umanamente la gente dentro al classico, per “profanare” un mito, abbassarlo alle nostre storie individuali che, nello stesso tempo, hanno comunque un germe di universale.
Il rapporto che Amleto ha con il padre è un modo per poter parlare di mio padre, della perdita, del dolore o della mia cecità.

EF: Un classico ha bisogno di nuovi linguaggi. In una tua intervista leggevo che il vostro teatro consiste nel trovare nuovi linguaggi per parlare di cose che si sono sempre raccontate. In Amleto take away tutto ciò emerge in modo estremamente chiaro…
GB: Sì, ma poi Amleto take away, e intendo proprio il titolo, è un modo per dire che la vita sta sempre a metà fra ciò che è eterno come Amleto e ciò che è di rapido consumo.
Per questo motivo ogni cosa la si può raccontare con linguaggi diversi, con toni differenti: una cosa tragica posso trattarla con il comico e così via…

EF: Il repertorio del classico è sterminato. Perché proprio Amleto?
GB: Amleto è il peggior testo di Shakespeare, e io adoro i testi riusciti male perché ti aprono a mondi, a frastagliature, a rotture, all’imperfezione soprattutto, perché la vita è  così: imperfetta, inconclusa.
Allo stesso tempo però in Amleto c’è tutto: oltre che i rapporti affettivi, familiari, di amicizia, d’amore, anche il discorso sul teatro, sulla tradizione…

EF: Proprio il rapporto con il teatro è un altro punto che mi ha colpito nel tuo spettacolo. Nella drammaturgia contemporanea spesso assistiamo a testi nei quali attori e autori si confrontano con il teatro stesso, ed il rischio di autoreferenzialità è spesso molto forte. Invece tu lo prendi a oggetto chiamando direttamente in causa il pubblico, come una sorta di comunità da contrapporre a quella virtuale dei social dei quali ironicamente racconti…
GB: Io parlo del teatro facendolo, senza sovrastrutture.
Metto insieme poesia, ironia, provocazione, con quelli che sono i sentimenti, coinvolgendo la gente e respingendola anche.

EF: Naturalmente, come se non ci fosse una parete fra vita e teatro. A volte vita e teatro ce li raccontano  in modo dialettico, facendone una dicotomia artificiosa. Tu come vedi in rapporto le due cose?
GB: A volte quella dicotomia è utile a pochi.
Vita, teatro… non c’è mai una netta separazione; se c’è o meno è pura convenzione. Importa solo l’autenticità, cosa vuoi dire e come.
Tutto quello che è superfluo, non funzionale alla scena e alla nostra storia va tolto, anche quando qualcosa è ben riuscito nella scrittura o in scena, se non è necessario va comunque messo via. In questo Gabriella è formidabile; la stessa quarta parete a volte c’è, altre volte no. La comunità del teatro però c’è sempre, ed è giusto chiamarla in causa perché infine ogni racconto teatrale è null’altro se non un insieme di sentimenti umani in cui tutti ci ritroviamo.
Ecco perché il classico Amleto; Amleto, oggi, sarebbe un ragazzino che prima di vedere una ragazza ha bisogno di chattare, uno al quale se non piace la foto profilo, decide di non vederla. Così fa con Ofelia.
È uno come tanti di noi oggi, ansioso del proprio fallimento, ma che poi fondamentalmente non agisce, non rischia.
Il mondo è sempre uguale, migliora per delle cose e peggiora per altre. Perciò sta ancora in piedi!

AMLETO TAKE AWAY

di e con Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
musiche Davide Berardi e Bruno Galeone
luci Luca Diani
produzione Compagnia Berardi-Casolari – Teatro dell’Elfo

con il sostegno di Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival di Armunia Castiglioncello, Comune di Rimini-Teatro Novelli

Teatro Elfo Puccini, Milano                                                                                                                9 dicembre 2018



Categorie:In evidenza, Interviste, Novità, Teatro

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