Nel segno dell’incontro l’Antigone in carcere di Tam Teatromusica

GIAMBATTISTA MARCHETTO | Antigone, ovvero una storia antica vecchia di 2500 anni, che gli uomini continuano a narrare e rappresentare, attraverso i secoli, a partire dal mito e dalla tragedia di Sofocle. Vicenda di fratelli e sorelle, di patti mancati, conflitti e ingiustizie, di potere, leggi e disobbedienze; vicenda di rituali e ciechi indovini.

Parte da Sofocle ma appone un punto interrogativo dopo il nome ANTIGONE?, creazione scenica nata nell’ambito del laboratorio teatrale a cura di Rosanna Sfragara e Flavia Bussolotto che TAM Teatromusica ha realizzato nella Casa Circondariale di Padova tra la fine del 2017 e il 2018. Dopo il debutto a inizio dicembre, verrà proposto (sempre in carcere) anche alle scuole.

Il lavoro è firmato da Achille P., Benedetto A., Dorin P., Ferdinando C., Lawrence N., Nike M., Rabia S. e Yassine B. e si propone come «un tentativo umile e coraggioso di portare in scena frammenti di un denso, difficile vivido percorso umano e teatrale – dicono Sfragara e Bussolotto – un esperimento per provare a raccontare a modo proprio pezzetti di questa “storia infinita” e mostrare le risonanze che ha convocato; il desiderio di creare uno spazio in cui gli attori, le artiste che li hanno guidati e gli spettatori si facciano piccola comunità provvisoria che pone alla storia di Antigone una nuova domanda».

Ci siamo confrontati con Rosanna Sfragara e Flavia Bussolotto sul percorso di lavoro, oltre che sull’interlocuzione tra la realtà del carcere e la tragedia.

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GM: Innanzitutto, come nasce questo progetto?
FB: Il Progettodi TAM Teatromusica nelle carceri di Padova (penale fino al 2013, circondariale dal 2014) ha avuto inizio nel 1992, sostenuto dal Comune fino al 2000 e dal 2001 dalla Regione Veneto. TAM è tra i fondatori del Coordinamento nazionale di teatro in carcere.
Sin dall’inizio Tam lavora con convinzione al progetto, per costruire insieme ai detenuti percorsi espressivi e artistici che, raccontati dall’interno del carcere, parlano della condizione umana e del nostro tempo.
Ho iniziato a collaborare con Tam per realizzare Medit’Azioni nel 1994, dialogo video tra un “dentro” e un “fuori” (un gruppo di detenuti e un gruppo di donne), a partire dagli affreschi della Cappella degli Scrovegni.
Negli ultimi anni, anche se la mia creatività è prevalentemente rivolta all’infanzia, mi sono impegnata per mantenere vivo il progetto.
Quello del Circondariale è un ambiente ancor più complesso, in cui è presente un flusso continuo di persone, condizione non facile quando immagini un percorso di lungo respiro. È un luogo caratterizzato dalla sosta e dalla sospensione, condizioni tipiche di coloro che sono in attesa di giudizio.
Il progetto attuale è nato invece dalla collaborazione con Rosanna Sfragara, artista che ha incontrato il Tam con Parole e Sassi. La storia di Antigone.
Da allora la collaborazione è diventata sempre più intensa – fino a condividere il nuovo progetto artistico Mibac per il triennio 2018/2020 – e Parole e Sassi è stato il punto di partenza del progetto all’intero della Casa Circondariale.
Uno degli obiettivi è creare occasioni di incontro tra le persone detenute e realtà sensibili alle tematiche socio-educative, come supporto all’inclusione sociale della popolazione detenuta.

GM: Perché il teatro in carcere?
FB: Le attività culturali e artistiche in carcere sono considerate, dall’Istituto Superiore di Studi Penitenziari del Ministero della Giustizia, uno dei pilastri del trattamento rieducativo in Italia. I linguaggi dell’arte possono essere un’enorme opportunità per chiunque in quel lungo percorso che porta l’essere umano a giungere alla consapevolezza di sé.
Ma tra le forme d’arte il teatro è la meno individuale, perché presuppone una creazione collettiva, mette in gioco la relazione.
Noi entriamo in carcere da artisti. E incontriamo i detenuti in uno spazio di libertà, che è prima di tutto spazio d’incontro tra persone, ognuna con la propria storia di vita.
Ci incontriamo a partire da una proposta che diventa metafora della vita di ciascuno di noi. Attraverso una tematica universale, com’è questa volta la storia di Antigone raccontata da oltre 2.500 anni, ognuno poi si racconta.
Perché il teatro in carcere? Anche per contribuire al miglioramento della qualità della vita all’interno di quel luogo.
E allora mi piace ricordare le parole scritte tempo fa da Pierangela Allegro e per me sempre valide: «In un carcere bene non si starà mai. E sarebbe aberrante. Si può tentare di stare un po’ meglio. Qualunque cosa aiuti a stare un po’ meglio è necessaria. Partiamo allora dal presupposto che il teatro in carcere sia necessario a chi è dentro, ma anche a chi sta fuori e diamo al Teatro Carcere il senso di questa necessità».

GM: Perché la scelta di un testo complesso come Antigone?
FB:  Negli anni abbiamo condiviso con i detenuti riflessioni a partire da temi importanti, come quelli contenuti negli affreschi di Giotto (Giudizio Universale, Vizi e Virtù) o quelli presenti in Otello di Shakespeare, o ancora in Aspettando Godot di Beckett, o nell’Inferno di Dante.
Ci interessa un teatro fuori dagli ambiti abituali, un teatro fuori dal teatro, convinti che la cultura può vivere nei luoghi più insoliti e alimentarsi nelle situazioni più difficili. I temi che porta l’Antigone di Sofocle sono solo l’ultima tappa di questa interminabile riflessione rivolta potenzialmente a ogni essere umano.

GM: Su quali processi di ricerca si è basato il lavoro?
RS:  Il percorso nasce dall’esperienza che i detenuti hanno fatto del racconto-laboratorio Parole e Sassi.
Ora il pubblico, come al ritorno da un viaggio iniziatico vero per finta, cioè vero emotivamente anche se non reale, diventa protagonista e inizia una seconda “navigazione poetica” che lo porterà a indagare il proprio rapporto con questa storia antica e a sperimentare i principi essenziali dell’arte del Teatro.
Il laboratorio con i detenuti è stato proprio questo: un indagare insieme dove e in che modo questa storia risuonava dentro di noi, e soprattutto quali domande ci attraversavano e generavano altre domande…
E abbiamo cercato le possibilità di esprimersi attraverso l’uso del corpo e della voce ma anche la scrittura e il disegno. Abbiamo lavorato a lungo sugli elementi di Parole e Sassi e abbiamo sperimentato modi e forme individuali e corali di ri-raccontare la storia, usando le parole di Sofocle ma anche quelle di ognuno, soffermandoci soprattutto sulle questioni aperte, sulle contraddizioni, sugli ossimori che nascevano.
Gli attori hanno lavorato a lungo su tutti i personaggi, cercando ogni volta di guardare da un punto di vista diverso. Solo più tardi ognuno ha liberamente scelto un personaggio su cui focalizzare il proprio lavoro.
Gli esercizi più strettamente teatrali ci hanno aiutato ad allenare la capacità di concentrazione, la consapevolezza di sé e degli altri, il senso dello spazio, questione cruciale in carcere, nel senso più fisico oltre che simbolico. Abbiamo sperimentato insieme il tempo e il luogo del “teatro” come uno spazio di libertà, con tutte le questioni anche dolorose che la libertà pone, prime fra tutti quella della responsabilità.

GM: Qual è il rapporto con la tragedia classica e il contemporaneo?
RS: È una domanda molto complessa, a cui hanno già risposto pensatori e artisti.
Io posso dire solo che quello che mi muove senza sosta è che la tragedia classica porta in sé – e in una forma talmente compiuta e alta – le domande universali sulla condizione umana.
Per citare il mio maestro Theodoros Terzopoulos che al teatro tragico ha dedicato tutta la sua arte, «nel mondo odierno tutto ha dolore, niente gioisce. Quando vedi gente per strada, vedi un’espressione triste, immobile, un pianto muto, un lamento senza lamento. Che cos’è l’uomo? […] Noi gli autori di teatro, vogliamo ridefinire il valore dell’uomo. Con il corpo, lo spirito, le parole,l’energia, la trasgressione. È un appell o, un grido dinanzi a ciò che si sta perdendo, ma non è irrevocabilmente perso, perché il corpo porta la speranza. […] E l’attore, fin dall’antichità è per definizione corpo, è sinonimo del corpo, tempio delle situazioni, degli istinti e dei sensi».

GM: E con il carcere?
RS: Ho imparato che in carcere le questioni che riguardano la vita, la condizione di noi umani non cambiano, ma risuonano così forti e appaiono così sferzantemente nitide che quasi sembrano nuove e diverse, si stagliano davanti come fosse la prima volta…
E la potenza con la quale la tragedia dà loro voce apre strade inesauribili per riconoscerle e per attraversarle, in condivisione con altri, al di là delle proprie solitudini.

@gbmarchetto 

 



Categorie:Cultura e società, Interviste, Novità, Satura, Scena, Teatro

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