Tindaro Granata: dalle mie origini al mio oggi, da “Antropolaroid” agli Ubu

ALICE CAPOZZA | Abbiamo incontrato Tindaro Granata nel foyer del Teatro di Rifredi poco prima di Antropolaroid, lo spettacolo che lo ha battezzato come drammaturgo e regista nel 2011. Un lavoro divenuto il suo manifesto, con oltre trecento repliche in tutta Italia e arrivato, finalmente, anche a Firenze. Proprio qui Granata tornerà ad aprile con La Bisbetica domata diretto da Andrea Chiodi, ruolo per il quale è finalista ai Premi Ubu 2018 come miglior attore.

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Antropolaroid, ph Manuela Giusto

Antropolaroid, – prodotto da Proxima Res, di cui Granata è direttore artistico – è un monologo, per gran parte in dialetto siciliano, che, partendo da molto lontano, racconta – come in una genealogia – la storia della famiglia di Granata fino al giorno della sua partenza per Roma con il sogno di diventare attore.
Tindaro sostiene la scena da solo, interpretando tutti i personaggi, dalla generazione della bisnonna, passando per per quella dei nonni, dei genitori e degli zii, fino alla sua, di giovane ribelle, desideroso di un riscatto.
Questo spettacolo ha segnato in modo indelebile la sua carriera, iniziando a fargli collezionare i primi premi: riceve la Menzione speciale al concorso Borsa Teatrale Anna Pancirolli, vince il Premio ANCT 2011 come Miglior spettacolo d’innovazione e il premio FERSEN come Attore creativo, Premio Mariangela Melato – prima edizione come Attore Emergente.

Tindaro ci ha accolto con un sorriso aperto e un lungo abbraccio, con la simpatia e la confidenza che si riservano ai vecchi amici. Questo è l’incredibile rapporto che instaura col suo pubblico: dopo lo spettacolo in molti si sono fermati a congratularsi, a salutare un amico che aveva svelato tanto di sé sul palco.

AC: Sei un attore, quindi, si presume tu sia abituato a stare al centro dell’attenzione. Ma adesso, qui è diverso: che effetto ti fanno le interviste?
TG: Ah, non me l’hanno mai fatta questa domanda!
Per me l’intervista in generale è una bella occasione che viene offerta ai professionisti dello spettacolo per farsi conoscere meglio. Il pubblico vede il risultato finale di quello che è un percorso artistico, con un’intervista puoi raccontare che cosa c’è dietro. È una possibilità meravigliosa di entrare in contatto con gli altri: per come vedo io il teatro, questo dovrebbe essere il nostro pane quotidiano.
Ho il desiderio assoluto, attraverso questo lavoro, di cercare rapporti umani, di conoscere persone alle quali finisci per voler bene come ad amici, con le quali crei un legame speciale, basato sull’amore comune per questa arte.
Per questo il mio lavoro è bellissimo, anche se sembra una cosa banale: quello che accade con le persone che incontro dà senso al nostro lavoro. L’intervista è fondamentale per approfondire e farmi conoscere meglio come persona. Perché non posso dare il mio numero di telefono a tutti i miei spettatori, no? Quindi mi sento felice, sono contento di dirti delle cose di me, sapendo che molte persone le leggeranno. L’intervista ha lo stesso valore che stare in scena, solo che non c’è l’ansia dell’errore.

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Antropolaroid, ph Manuela Giusto

AC: Antropolaroid è uno spettacolo che ormai porti in giro da molti anni, che parla di te attraverso la mediazione della scena. È cambiato, nel tempo, il tuo rapporto con questo testo?
TG: Sì molto. Anche se le storie e le parole sono più o meno le stesse, è cambiato il mio rapporto con i personaggi che porto sulla scena.
All’inizio provavo una grande paura a fare, per esempio, la mia bisnonna vecchia, mi vergognavo, pensando che la gente avrebbe riso di lei, temevo che fosse ridicolo o non rispettoso.
Poi con il tempo ho capito che la bellezza di Antropolaroid sta proprio nella libertà  e l’amore con i quali mi accosto a tutti questi personaggi.
L’empatia che si crea, a ogni replica, con il pubblico , mi permette di amare i personaggi che vengono con me, anche nel sorridere di loro.
Nel monologo ho la massima possibilità di improvvisazione: i tempi scenici, il ritmo di tutto il testo, dipendono molto da come il pubblico risponde quella sera.

AC: Possiamo dire che questo spettacolo rappresenta uno spartiacque della tua carriera?
TG: Con Antropolaroid devo dire che è cambiato tutto: esiste il mio essere attore prima e dopo Antropolaroid.
Prima mi sentivo assoggettato ai ruoli che dovevo interpretare, mi trovavo a eseguire un compito con l’ansia e la preoccupazione di far bene.
Dopo c’è stata una rottura nel mio modo di fare l’attore Ora entro in relazione con i personaggi con molta più libertà, non mi sento più vincolato. I personaggi di Antropolaroid mi hanno reso consapevole che non è importante fare tutto in modo esatto, ma piuttosto che ogni istante sia riempito della grazia, la verità e la forza che posso dare io, con i miei pregi e miei difetti, con i miei grandissimi limiti.
Devo moltissimo a questo lavoro: non solo perché è lo spettacolo che mi ha reso noto a livello nazionale, ma soprattutto perché mi ha fatto conoscere me stesso in maniera più chiara, precisa e limpida; ha cambiato la relazione con il mio lavoro.
Prima ero un giovane attore che nessuno faceva lavorare, profondamente frustrato. Ero un ragazzo, come moltissimi, distruttivo per invidia degli altri: qualsiasi cosa andassi a vedere a teatro mi faceva schifo, ma quel mio giudizio era un misto di odio, rabbia e gelosia.
Poi con la maturità, col senno di poi, con tutte le cose belle che sono arrivate, mi sono reso conto che odiavo ogni minima cosa che gli altri avevano e io no. E grazie al cielo Antropolaroid è arrivato a salvarmi: mi ha dato la possibilità di non imbrutirmi, di non diventare arcigno e cinico; mi ha regalato consapevolezza e fiducia in me stesso.

AC: Com’è arrivato Antropolaroid? È stato frutto di un percorso graduale o, piuttosto, un’ “illuminazione”?
TG: È arrivato a un certo punto della vita, come un dono delle persone alle quali voglio bene. Mi sono chiesto per anni perché mio nonno, tutti i pranzi di Natale, stesse lì a raccontarmi sempre le solite storie. In fondo c’era un motivo profondo di quella narrazione. A volte capisci, all’improvviso, il senso di tanti momenti della vita ai quali non hai dato importanza.
Nello spettacolo io voglio far intuire questa cosa: apro e chiudo con le stesse frasi, perché è una storia che mi è stata raccontata; sono il passato e il presente che si ripiegano su se stessi, per permetterti di capire da dove vieni, ed essere consapevole di dove stai andando.

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Teatro di Rifredi, ph Leonardo Favilli

AC: Sono trascorsi diversi anni da quando hai realizzato questo lavoro  Il testo è cambiato?
TG: Sostanzialmente no, ho cambiato a volte delle parole, oppure sono venute fuori delle battute che hanno fatto ridere il pubblico: allora lo ho tenute per le repliche successive.
Per esempio c’è un punto in cui una zia zoppa insegna a ballare al fratello un po’ ritardato, e ci deve essere la musica. Una volta non avevo il mio solito tecnico e quindi la musica non partiva;  io ripetevo “musica, musica!”, ma lui se l’era persa. Io allora improvvisai un dialoghetto per sollecitare il tecnico, che fece molto ridire: questa scena c’è da due tre anni, non prima.
L’unico vero cambiamento è stato togliere una parte che raccontava di una violenza sessuale, che ho messo in scena fino al 2014, quando poi ho scritto Invidiatemi come io ho invidiato voi, il mio secondo spettacolo che tratta proprio il tema della pedofilia. È come se non avessi avuto più il bisogno di parlarne perché lo facevo con un altro testo.

AC: In Antropolaroid racconti le tue origini, con grande umanità e trasporto, ma anche con uno sguardo crudo e tagliente sulla tua famiglia, sulla Sicilia, la mafia e i condizionamenti di una terra dura. La tua famiglia lo ha visto? Come ha reagito?
TG: Allora… è complicato. I miei lo hanno visto nel 2011. Tutti i miei zii e parenti erano molto emozionati con le lacrime agli occhi alla fine.
Mia mamma e mio padre invece sono stati molto, beh, critici, non andava bene niente per loro. Me ne sono fregato, ma ci sono anche rimasto male. Il giorno dopo sono arrivate una marea di telefonate di complimenti a casa nostra, e allora la sera mia madre mi ha detto: “Ma lo sai che era bello lo spettacolo?”. Prima mi aveva massacrato, ma poi, poiché era piaciuto alla gente, le è andati bene.
In realtà capisco che erano molto preoccupati, lo ero anch’io. L’ho rifatto quest’anno, dopo otto anni, vicino al mio paese, e nel finale ho spiegato che il testo è il frutto di un’elaborazione di tante cose: non tutto è appartenuto completamente alla mia famiglia.  Con questo li ho liberati dall’ansia di essere rappresentati.
È una scelta mia di portare in teatro questa storia, ma non loro di essere in scena. Non la vivono con molta naturalezza ed è comprensibile.

AC: Come cambia l’accoglienza del pubblico di Antropolaroid in città e teatri diversi?
TG: L’ho fatto veramente ovunque: in case private, nei ristoranti, in teatri piccoli e grandi, al Goldoni di Venezia, al Teatro Valle, nelle situazioni più disparate; con tre spettatori, il numero minore di tutta la mia vita, e davanti a quindicimila persone al Forum di Assago a Milano, in un evento organizzato nel 2012 da Giustizia e Libertà con Gustavo Zagrebelsky, Umberto Eco, Gherardo Colombo e altri.
Le reazioni sono diverse in base a come il teatro ha educato il pubblico: se gli spettatori sono abituati a performance contemporanee si sentono più liberi di reagire; in altri teatri magari partecipano meno, anche se non significa che non siano coinvolti.
La cosa che accomuna tutto il pubblico, dal Veneto, al Piemonte alla Sicilia, è la possibilità di riconoscersi, anche se non con le stesse modalità, perché la famiglia che rappresento appartiene a tutti. Abbiamo tutti la stessa origine. Dentro ognuno di noi c’è uno scrigno di ricordi di quando eri bambino che tu sia di Palermo o Milano.

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La Bisbetica domata Teatro Carcano

AC: Tornerai a Firenze ad aprile con La Bisbetica Domata dove sei diretto da Andrea Chiodi. Come è cambiato il tuo modo di essere interprete dopo le esperienze così importanti e positive di autore e regista in Antropolaroid e Geppetto & Geppetto?
TG: Mi sento più libero e rilassato come attore, dopo che ho sperimentato anche un altro punto di vista. Sicuramente cerco di far capire ai registi che mi chiamano a lavorare, che non sono un regista, li rassicuro che sono un attore, non una “testa calda” che fa come gli pare. Io nasco come attore e ho bisogno che ci sia una persona che mi guidi, se faccio parte di un progetto che non appartiene a me. Con i testi che ho scritto e ideato, invece, vado avanti senza ascoltare il parere di nessuno: è un possesso, è mio, devo sbagliare io, ne sono responsabile fino in fondo.
Qualsiasi cosa abbia fatto ho avuto la fortuna di farla perché volevo, e non per il bisogno di lavorare: è stata una scelta quella di raccontare qualcosa che mi appartiene o di elaborare artisticamente un tema che ho a cuore. Non dico una necessità o un’urgenza, perché è una parola abusata nel nostro campo. Ma poter dire scelta mi pare già tanto, soprattutto quando l’arte è un mestiere.

AC: Non sei nuovo ai premi: hai vinto il premio Mariangela Melato come miglior attore emergente, il premio Ubu per Geppetto & Geppetto, e molti altri. Che significato ha per te questa nuova candidatura come miglior attore ai premi Ubu 2018 per il ruolo ne La Bisbetica Domata?

TG: Sono felicissimo perché per me i premi sono come bei complimenti, come tali bisogna prenderli: fanno piacere, danno la carica, aumentano l’autostima, ma non devi fare le tue scelte in base a questi. Questo sarebbe pericoloso e dannoso, rinunceresti alla tua libertà.
Sono felicissimo di essere stato candidato per La Bisbetica come miglior attore, visto che nasco come attore. A quarant’anni è un vero onore interpretare un protagonista shakespeariano così complesso, una donna, a cui l’immaginario collettivo mondiale associa immancabilmente Elizabeth Taylor nel film con Richard Burton: teatralmente non esiste un’icona pareggiabile. Ero molto preoccupato di un confronto tanto importante. Ricevere la candidatura significa che la cura che ho messo in questo lavoro è stata notata.

Mi piacerebbe vincere, sarei bugiardo se dicessi il contrario, d’altro lato sono molto contento di sapere che gli altri quattro finalisti sono straordinariamente bravi. Lino Guanciale (candidato per La classe operaia va in paradiso, ndr) è bravissimo, oltre che essere molto famoso, Lino Musella (Ritratto di una nazione) è straordinario, come Gianfranco Berardi (Amleto Take Away) e soprattutto Marco Sgrosso (Il teatro comico).  Sono sincero nel dire che vorrei vincerlo, ma sono anche onesto nel dire che Sgrosso, come gli altri, meritano questo premio e serve a loro, come a me, per andare avanti nel lavoro.

AC: Quindi è una gara onesta da questo punto di vista. Sicuramente il mondo dei premi interessa artisti e addetti ai lavori come riconoscimento del percorso svolto. Il pubblico secondo te come vive questi premi?
TG: Il pubblico che viene a teatro conosce il teatro, soprattutto chi lo frequenta con assiduità, quindi comprende il valore del premio. Tant’è che, quando ho avuto la nomination, molti spettatori mi hanno scritto per congratularsi. Poi io sono uno parecchio social, quindi dopo essermi trattenuto qualche giorno per non fare il cafone, l’ho scritto su Facebook e ho ricevuto tanti complimenti. Ma anche questi sono spettatori addetti ai lavori, professionisti in un certo senso. Per gli altri, come mia mamma, i miei amici al di fuori, Ubu non significa niente, piuttosto conoscono nomi famosi che hanno fatto televisione o hanno una fama ormai consolidata. A questi artisti i premi non servirebbero, sono dispiaciuto quando i riconoscimenti vengono assegnati ad attori o registi che non ne avrebbero bisogno. È importante che riescano a vincere dei premi gli emergenti. Certo non significa che il talento corrisponda al numero di riconoscimenti avuti: i premi tante volte sono politici, ci sono logiche diverse nelle assegnazioni, ma comunque significano che quel percorso è degno di nota.

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La bisbetica domata

AC: Non sei un attore di formazione accademica, ma hai avuto la possibilità di lavorare con molti maestri. Sei un attore giovane ma con una vera e propria gavetta di vecchio stampo, un attore da bottega: c’è stato qualcuno di più significativo? Che ruolo ha avuto?
TG: Carmelo Rifici in assoluto, con il quale ho fatto più di dieci spettacoli. Lui mi ha fatto capire che cos’è il grande teatro.
Poi ho avuto la fortuna di incontrare gli artisti che stimo: Serena Sinigaglia, Andrea Chiodi. Per me i registi con i quali ho lavorato sono stati dei maestri. Ho iniziato con Massimo Ranieri. Da quella prima esperienza ho avuto insegnamenti che non ho più dimenticato. C’era un ragazzo con noi che faceva il finto modesto, Massimo gli disse “Perché fai così? Non ti devi sottrarre dall’essere attore”.
Fare l’attore significa tante cose, tra queste avere una consapevolezza enorme del proprio ego, per imparare a indirizzarlo. La vita, l’educazione che ho avuto, gli incontri con le persone che mi hanno fatto crescere, mi hanno insegnato come utilizzare il mio ego affinché non fosse controproducente: cerco di canalizzarlo, cerco di capire chi sono e qual è il mio percorso.
Tra i colleghi, ti direi, Elisabetta Pozzi un’attrice che ho sempre stimato e guardato con grande ammirazione, una delle più grandi attrici tragiche del teatro contemporaneo; Saverio La Ruina che ho sempre seguito e dal quale mi sono fatto influenzare.
I maestri ho avuto la fortuna di poterli scegliere tra le persone che stimo. C’è stato un periodo in cui ho accettato tutti lavori possibili perché dovevo mangiare, lo abbiamo fatto tutti, poi ho potuto scegliere. Nella vita credo che dobbiamo impegnarci sempre per mantenere un alto grado di felicità, la possibilità di fare delle scelte ce lo permette. Vedi, ecco l’importanza della parola scelta.

AC: Un’ultima domanda, poi ti lascio andare a prepararti per la scena… anche se pare tu non abbia fretta: il tuo ego è chiacchierone! Adesso stai lavorando su altro?

TG: Ho finito di scrivere un nuovo testo: Dedalo e Icaro che sarà al Teatro Elfo Puccini di Milano dal 15 gennaio fino al 3 febbraio prossimo, messo in scena dalla Compagnia Eco di Fondo per la regia di Francesco Frongia e Giacomo Ferraù.
È una trasposizione del mito dove Dedalo è un padre e Icaro un figlio autistico, un labirinto nel quale il padre si perde quotidianamente. Lo spettacolo porta in scena il nostro rapporto con la disabilità intesa come diversità.
Ecco in anteprima dalle note di regia per Dedalo e Icaro, ancora in forma di bozza:

Il mito ci racconta di un padre che costruisce un paio di ali per liberare il figlio e se stesso da un labirinto che li tiene imprigionati. Dedalo siamo noi, il nostro ottuso desiderio di risolvere ogni cosa, la nostra rinuncia a credere all’impossibile. Ma è anche la nostra forza di continuare a sorridere. Icaro è la diversità che ci imbarazza, è la parola che scompagina le nostre carte, un labirinto dove siamo ciechi. La nostra incapacità ad accettare un mistero. E mi viene voglia di gridare: grazie al cielo.

Si ringraziano per questa intervista Giancarlo Mordini e Cristina Banchetti.

ANTROPOLAROID
di e con Tindaro Granata
suoni e luci Cristiano Cramerotti

Produzione Proxima Res

Teatro di Rifredi, Firenze
15 dicembre 2018


LA BISBETICA DOMATA

di William Shakespeare
Adattamento e traduzione Angela Dematté
Con Tindaro Granata, Angelo Di Genio, Christian La Rosa, Igor Horvat, Rocco Schira, Max Zampetti, Walter Rizzuto, Ugo Fiore
Regia Andrea Chiodi

Produzione LuganoInScena, Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano

Teatro di Rifredi, Firenze
4/5 aprile 2019

 



Categorie:In evidenza, Interviste, Novità, Pac incontra, Satura, Scena, Teatro

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