Il fetido stagno: la sofferenza psichica nel lavoro di Santo Nicito

 

fetido stagno

Foto Marco Costantino

PAOLA ABENAVOLI | Mettere in scena il dolore, quello che proviene da una sofferenza psichica, cui si unisce quella fisica. Quello vissuto nei manicomi, fino a pochi decenni fa. Rendere in teatro tutto questo è spesso difficile, rischioso, ma anche coraggioso e necessario: che si tratti di un’opera letteraria o di un testo che si ispira alla realtà, è un’immersione in mondi poco conosciuti, ma pieni di sofferenza ed umanità.
Il fetido stagno si accosta con delicatezza, ma anche con estrema forza e realismo, a questi temi: ne scaturisce un’opera teatrale che sfugge a schemi precostituiti, fornendo invece una visione inedita, potente, calata pienamente in una situazione al limite, ma mediata dalla visione artistica, che ne potenzia – come dovrebbe essere sempre – i dati realistici, trasfigurandoli attraverso metafore visive e musicali.
Sono questi gli elementi chiave della produzione del Teatro della Girandola di Reggio Calabria, realizzata da Santo Nicito, regista e autore. Ma, su tutto, l’elemento portante è l’interprete, Lorenzo Praticò, che prende letteralmente su di sé lo spettacolo, lo incarna. Il fetido stagno è una grandissima prova d’attore, nella quale l’immedesimazione, l’entrare nel personaggio diventa una prova fisica e psicologica profonda, che restituisce al pubblico un’emozione diretta e intensa.
Entrare nel personaggio, abbiamo detto, ma in realtà, in molti personaggi riuniti in uno solo, tante storie che rivivono attraverso un corpo, una voce, un lamento, una nenia ripetuta, gli echi della vita precedente, i fantasmi dei ricordi e quelli reali, delle sofferenze patite dentro un ospedale psichiatrico.

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Foto Marco Costantino

Lorenzo Praticò – forte di una lunga esperienza con diverse compagnie e importanti registi e autori, da Missiroli a Guicciardini, a Rigillo, a Manfrè – diventa lo straordinario interprete del dolore di tante persone che, fino a qualche decennio fa, erano internate nei manicomi: lo sguardo assente, preda di immagini oniriche, terrorizzato; il fisico segnato dalle sofferenze fisiche patite, dagli elettroshock; i movimenti ripetuti ossessivamente, la postura di un uomo ricurvo su se stesso, come a proteggersi o a ripensare a una vita diversa. Una sofferenza quasi muta perché in scena il protagonista riporta poche frasi, pochi discorsi, ma incisivi, spesso taglienti; come il finale nel quale si parla di un’anima che resterà sempre libera, anche oltre la morte. Il dolore rivive – ed è questo il dato più innovativo e forte – attraverso una vocalità evocativa, di tempi passati o di paure reali, ma soprattutto attraverso il linguaggio di questo corpo martoriato, che diviene quasi tutt’uno con uno dei pochissimi elementi di scena.
Una scena che rappresenta una stanza di un ospedale psichiatrico, seminuda come il protagonista, spoglia e fredda, poco illuminata, e dominata da una brandina, da una rete che pian piano diventa altro: è il lettino dell’elettroshock, ma poi è trincea che rimanda al racconto di un ex soldato traumatizzato della guerra; è gabbia, anche interiore, dalla quale si vorrebbe fuggire; è croce, nella scena visivamente più bella, nella quale l’attore la trasporta sulla spalla in un moderno calvario, fino a stagliarsi su di essa come crocifisso.

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Foto Marco Costantino

La potenza dello spettacolo è in questa visività, che travalica le parole e conduce con immediatezza il pubblico in un universo troppo spesso rimasto, invece,  invisibile.
A rendere il tutto ancora più incisivo è una altrettanto innovativa scelta, quella di creare un linguaggio sonoro-musicale dal vivo – curato da Biagio Laponte – che non è accompagnamento, ma, appunto, ulteriore livello scenico che si integra alla perfezione con quello visivo e percorre tutto lo spettacolo, attraverso suoni intensi, dirompenti, estremi o emozionanti, sicuramente evocativi e coinvolgenti.

È su queste componenti che Nicito costruisce una narrazione di qualcosa che, come affermato a margine della rappresentazione, è successo poco tempo fa, ma si vuole raccontare perché non si ripeta. E perchè si accenda anche una luce, in generale, su un disagio dal quale spesso si distoglie lo sguardo.
Un racconto che prende ispirazione dall’omonimo testo che riguardava l’Ospedale Psichiatrico di Reggio Calabria e parte da «una ricerca di documenti e interviste fatte a chi, da lavoratore o volontario, ha vissuto quegli anni», per poi ampliare la visione, per affrontare l’argomento in senso più ampio e universale, pensando al fatto che, mentre quella «realtà è ormai un ricordo […] e i riflettori su quel posto si sono spenti […] le luci di altri riflettori restano accese in altre latitudini». Un racconto che non intende essere e non è in alcun modo semplicemente descrittivo, ma per mezzo dell’arte, di immagini e suoni, quadri, momenti, anche versi scritti proprio da alcuni ospiti di quell’ospedale psichiatrico, restituisce sensazioni, stati d’animo, dolori e pensieri di quei contesti.

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Foto Marco Costantino

Scardina schemi consueti, dunque, questa produzione reggina che – con un percorso drammaturgico che procede per innovazioni sceniche mai tendenti solo a colpire dal punto di vista emozionale – è partita da un debutto oltreoceano, al Fringe Festival di San Diego, per tornare, dopo le tappe siciliane, laddove è nata, in Calabria, prima di riprendere il proprio tour.

 

IL FETIDO STAGNO

Regia e drammaturgia di Santo Nicito
con Lorenzo Praticò
musiche di Biagio Laponte
luci e tecnica di Simone Casile
trucco di Nadia Mastroieni
produzione Teatro della Girandola – Reggio Calabria

Auditorium Zanotti Bianco, Reggio Calabria
28 dicembre 2018



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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1 reply

  1. L’arte, il teatro son fatti di tante cose, chi assiste ad uno spettacolo può avere in dono da chi recita leggerezza o.ironia oppure attraverso il teatro si può carpire il senso delle vuote apparenze di cui ci nutriamo per vivere, il teatro è la storia di un incontro, una voce a cui non resistiamo dai tempi di Eschilo IL FETIDO STAGNO fa quel che deve fare il teatro raccontare visioni, parlare per tutti quelli che non parlano, dissentire ,chi guarda i movimenti dolorosi e sente le parole dell’attore in scena capisce come il teatro non è pacificazione ma un sofferto lavoro per spogliarsi dalle cose che ci dicono “per star tranquilli”,lo spettacolo è fatto di acqua e sangue, di fango, uno spettacolo che risuona anche quando si è gia’ via, a casa, Il fetido stagno non cerca scorciatoie, la regia di Nicito è attenta a toccare il nostro cuore attraverso questo turbinio di sentimenti pietà e rabbia, rabbia per aver permesso ….taciuto, per non aver visto…recitare per resistere, per non andare alla deriva come dice un personaggio di un’opera di Bernhard.

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