E tu come fai a vivere? La Trilogia del tavolino di Rita Frongia al Dialma Ruggiero di La Spezia

ANGELA FORTI | Il Centro Dialma Ruggiero di La Spezia ha accolto con calore nei giorni scorsi la Trilogia del tavolino, le tre “commedie con dramma” firmate Rita Frongia: La vita ha un dente d’oro (regia di Claudio Morganti), La vecchia e Gin gin (regia di Rita Frongia) per una platea numerosa, concentrata, che ha saputo ridere di una comicità pura ma anche condividere il dramma in penombra di questi personaggi.

Sei attori e un tavolino.
È l’essenzialità scenica la chiave di questi tre spettacoli: vestiti negli abiti della quotidianità, i personaggi sono avvolti dalla penombra con un’unica fonte di luce a illuminarli dall’alto.
Un convitato d’onore presiede silenziosamente al dialogo: la morte, che in scena «sta proprio sempre sul collo» ma che questi tre lavori tentano, mi spiega Rita Frongia, di sconfiggere: «Come facciamo a sconfiggere la morte insita nel replicare? Nella vita è quasi impossibile non replicarsi. Sono istanti: quelli in cui ci rivediamo e abbiamo attimi di presente. Il tentativo è quello di creare una relazione profonda, artistica, fra le persone-attori, fatta di ritmi, per ‘cantare insieme’ e rinnovare il ritmo. Se il ritmo è sincero e si realizza lì, in quel momento, col pubblico, allora si assiste a qualcosa di unico».

Ciò che ci viene presentato è un lavoro d’attore meticoloso, che vive delle unicità di ogni interprete. Su ciò che resta, regna il linguaggio destrutturato, analizzato dall’interno, ricostruito a testa in giù. «Non considero il testo come qualcosa che enuncia un concetto»,  dice la drammaturga, «le parole sono sintomi delle nostre malattie, fanno vedere attraverso, spesso denunciano il contrario di quello che dicono. Pinter dice che le parole mentono, i personaggi mentono, e allora io costruisco i miei testi sugli attori, sui fatti di cronaca che avvengono in scena, sulla lingua di ognuno. Da ciò nasce la possibilità di scrivere persone».

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All’inizio solo gli attori sembrano comprendersi nel gioco linguistico, mentre lo spettatore cerca di cogliere gli stralci di senso che si nascondono nell’apparente nonsense delle conversazioni, che emergono tra battute di spirito e lingue inventate. È solo questione di tempo: il tempo che il ritmo – quello dei gesti cadenzati e del dialogo serrato, quello dell’accendi-spegni di una lampadina penzolante – entri nelle vene e anche il pubblico si ritrova partecipe di ciò che sulla scena accade, terzo interlocutore di un dialogo del quale non è prevista la fine.
Quel tavolino, unico punto di riferimento sensibile sulla scena disabitata, abbandonata dal suono e dagli apparati scenici, si fa centro attrattore: è insieme luogo di incontro e polo magnetico, dal quale non ci si può distaccare se non con la morte.

In La vita ha un dente d’oro gli attori, Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur, sono schierati uno di fronte all’altro, separati da una bottiglia di vino Mors, ed emergono in un cono di luceNon c’è musica, solo parole nel senso proprio del termine, parole pour parler, sconnesse e contrastanti, mentre la ripetizione e l’esasperazione del gesto e l’espressività mimica garantiscono un tono fortemente comico.

Se da qui si esce positivamente frastornati e pensierosi, già su La vecchia l’attenzione dello spettatore si fa più distesa; abbiamo capito il gioco, tutto si deve più decifrare; adesso è il momento di partecipare. Regna, qui, l’amicizia tra un saggio uomo anziano e un giovane inesperto – Marco Manchisi e Stefano Vercelli –, sigillata in una bottiglia di vino e nella lettura inutile – la fine della storia la sappiamo già – di un mazzo di tarocchi. Sul tavolino cala, questa volta, una lampadina che, accendendosi e spegnendosi a intermittenza, divide il dialogo in quadri non contigui, scandendo visivamente il ritmo.

Gin gin chiude la partita sprofondando nella chiacchiera, la parola che riempie il tempo e ha come fine sè stessa. E poi il gin c’è davvero, la specialità di questa sera al baretto del Dialma: Gin Tonic e London Dry Gin per pubblico e critica. La teoria è che se ne beva uno a intervallo; noi ci limitiamo a due: uno appena arrivati e un altro prima di entrare all’ultimo spettacolo – la scelta è d’obbligo, dato il titolo etilico. E molto presto si rimane stupiti da quanto quel bicchiere alcolico, trasparente, con la ciliegina rossa possa essere funzionale alla visione.

gingin rielab

Mentre in scena le attrici, Angela Antonini in vestaglia e Meri Bracalente in minigonna, sempre più spesso riempiono e trangugiano i bicchierini che sul tavolino in scena vengono riempiti, lo spettatore percepisce sulla lingua quel sapore amaro, pungente, che è lo stesso che le interpreti, ormai smarrite in una conversazione caotica, teoricamente assaporano.
E sì, è amaro il gin, come la vita, come le relazioni dalle quali non possiamo scappare. L’unione che si crea tra spettatore e attore va al di là dell’empatia, prende dritto alle papille gustative, dritto allo stomaco.
Stiamo bevendo insieme questo dialogo. È anche il mio.
Il dramma è, ormai, tangibile, seppure velato, “in penombra”, affiorante. Ma non è la malinconia a vincere: di morte si parla tanto, ma i personaggi finiscono sempre, inevitabilmente, per scegliere la vita oltre la replica.
«Come si fa a rinunciare alla vita?», mi dice Rita Frongia. E così tutto finisce con una caffettiera, illuminata in un angolo del palco, mentre sale il caffè.

Muovendosi nei territori dell’assurdo, sostenuti dal magistrale lavoro d’attore e dalla sua centralità scenica, questi tre spettacoli riescono, nonostante l’incombenza di temi come l’ingovernabilità del destino e la morte, a consegnare una nota positiva: non è la crudeltà della scena a vincere sui personaggi. Scegliere sé stessi è la scommessa, scegliere la vita oltre il sipario.

 

LA VITA HA UN DENTE D’ORO

con Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur
drammaturgia Rita Frongia
regia Claudio Morganti
produzione Esecutivi per lo Spettacolo/ Gli Scarti
con il sostegno di Regione Toscana/Teatro il Moderno di Agliana

LA VECCHIA

regia e drammaturgia Rita Frongia
con Marco Manchisi e Stefano Vercelli
produzione Artisti Drama

GIN GIN
con Angela Antonini e Meri Bracalente
drammaturgia e regia Rita Frongia
produzione Esecutivi per lo Spettacolo/ Artisti Drama
con il sostegno di Regione Toscana/ArtistiDrama/Armunia/TeatroDueMondi

 



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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