“Docile” e “Un principe”, la lotteria dell’essere o non essere di Menoventi e Occhisulmondo

MATTEO BRIGHENTI | La vita e come cambiarla. A costo anche di perderla. Affermare il riscatto di sé dal mondo è una delle massime forme di libertà praticabili. Potere contrapposto a dovere. Nel più ampio scontro con il destino, ovvero quello che gli altri – la società, la famiglia – si aspettano e vogliono da noi. Cioè, il rispetto di date forme, l’ossequio di regole prestabilite.
In un tale campo di forze contrapposte si muovono due lavori che abbiamo visto di recente al Teatro Cantiere Florida di Firenze: Docile di Menoventi e Un principe di Occhisulmondo. Il pensiero che si fa azione sul palcoscenico invita a dare una volontà ai desideri, a conoscere e poi esercitare le potenzialità uniche e irripetibili nascoste dentro ognuno. Con esiti da realismo enigmatico nel primo caso e grottesco meccanico nel secondo.

docile - menoventi_ ph. tania zoffoli

Docile @ Tania Zoffoli

L’ambiente spoglio di Docile di Gianni Farina (anche regia, suono, luci) e Consuelo Battiston, in scena con Andrea Argentieri, è sottolineato da due elementi neri con sopra entrambi un pulsante rosso: un tavolo sulla destra in fondo, un leggio sulla sinistra in proscenio. In alto, al centro di questa sorta di diagonale d’intenti, sta uno schermo, che annuncia per lampi, bagliori elettrici, in inglese, in dialetto romagnolo, e dopo in italiano, l’avvio di una “lotteria della nascita”. Del resto, all’ingresso è stata consegnata a ciascun spettatore una cartella della tombola.
«Molto di più è stato deciso prima che tu nascessi». L’esistenza è schedata, decisa, stabilita in partenza. Il tabellone estrae, tra le infinite possibili, le generalità di Linda Barbiani, che entra in sala titubante, a spettacolo già iniziato, durante una lezione aperta sul tema dell’empowerment. Significa: conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte. L’interiorità, qui, è pari a una scienza, i sentimenti rispecchiano formule quasi matematiche. Replicabili e, di conseguenza, insegnabili. I desideri, allora, possono ben essere raggiunti con una strategia messa nero su bianco. Linda cerca stabilità e per ottenerla scrive sul suo cartoncino tre capisaldi sui quali intervenire: lavoro, affetti, salute.
Una telefonata registrata con la madre svela presto che quel corso le è stato suggerito/richiesto da un Centro per l’impiego.
Docile è un gioco a incastro, la narrazione è una linea che salta continuamente da una parte all’altra, nel tempo e nello spazio, tra il leggio (il lavoro: da lì Linda tira i numeri in una sala bingo) e il tavolo (la salute: è lo studio del ginecologo dal quale va per un dolore alla pancia), con in mezzo gli incontri motivazionali – per volersi e quindi volere più bene – fatti giù dal palcoscenico. Un puzzle, che la creazione di Menoventi ci sfida, passo passo, a ricostruire. Quasi che l’obiettivo ultimo dell’impianto drammaturgico sia affermare efficacia e valore delle singole modalità di innesto. Così facendo, però, l’ariosità del disegno complessivo finisce per perdersi nella concatenazione di segni, contesti, situazioni.

docile - menoventi_ ph. alessandro di dio

foto Alessandro Di Dio

Le luci si allargano all’intera platea o restringono al boccascena, ma ciò che resta è il nero, il buio, che ritaglia e opprime incroci e dialoghi. Tanto che Battiston e Argentieri non sembrano davvero presenti, assomigliano piuttosto a ologrammi di sequenze volte a realizzare la stretta partitura di Docile. L’estremo dettaglio induce, paradossalmente, a ricercare e soffermarsi su tutto quello che non c’è o manca affinché la realtà rappresentata sia credibile, o perlomeno viva.
Non sono affatto d’aiuto l’apertura e chiusura della quarta parete, il teatro interattivo alternato al teatro frontale. Anzi, accentuano la finzione laddove si vorrebbero affrontare, pur nella veste di una “fiaba dei nostri tempi”, problemi concreti e urgenti come lo sfruttamento del precariato, lo svilimento del rapporto medico-paziente, e una generale “liquidità” delle relazioni affettive.
La liberazione della “docile” Linda Barbiani, cioè di colei che è facile a lasciarsi guidare dall’autorità, è dire, tirare fuori l’oro che ha in corpo: un uovo, al pari della gallina della nota favola di Esopo. Passato l’apologo, la china conclusiva è l’enigma. Infatti, quel simbolo di resurrezione quanto di fertilità, quell’archetipo dell’origine primordiale del mondo, in grado di riportare ogni cosa alla sua purezza originaria, viene affidato a un oscuro finale alla Inception, la pellicola di Christopher Nolan sull’uso, a scopo di lucro, dei sogni.

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Un principe @ Daniele Burini

La gravità dell’imponderabile pesa su ognuno. È in grado di rallentare e fermare il nostro cammino da un momento all’altro. Possiamo restare a guardare, da ultimo lo fa anche Linda. Oppure, riconoscere che «ci sono più cose in cielo e in terra di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia!, e non sentirci per questo diminuiti nella nostra capacità di sovvertire il reale. Tutt’altro: spronati. Come Amleto.
È lui Un principe di Occhisulmondo, versione pop-dark del capolavoro di William Shakespeare scritta e diretta da Massimiliano Burini. Unisce Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll a Blade Runner di Ridley Scott, The Forgotten Circus di Shelly Love a La donna cannone di Francesco De Gregori.
Amleto, Ofelia, Gertrude, Claudio, Polonio, Laerte, Orazio. Sono figurine di carta mascherate, origami schierati su altrettanti cubi neri (i costumi sono di Francesco Marchetti “Skizzo”). Fermi, immobili. Ognuno nella sua postura distintiva. Quando vengono avanti sul palco vuoto con passi piccoli, ravvicinati, da teatro orientale, paiono caricati a molla lungo binari invisibili. Rimangono sempre in scena: pedine sulla scacchiera di un meccanismo che, una volta lanciato, non può essere fermato. Ovvero, la pantomima della sopraffazione, della ruffianeria, della volubilità.
Alla lunga, tuttavia, Un principe subisce la meccanicità di movimenti e gesti di Daniele Aureli, Amedeo Carlo Capitanelli, Andriy Maslonkin, Greta Oldoni, Raffaele Ottolenghi, Matteo SvolacchiaGiulia Zeetti. Le battute risultano frammentate, i toni sospesi, le frasi lanciate come dadi sul panno dell’azzardo, sperando esca il numero vincente. Amleto si sente in prigione. È pazzo, dicono, ma qui tutto il mondo lo è. Rosencrantz e Guildenstern sono addirittura due clown con nasi rossi e gigantesche parrucche ricce e arruffate. Il registro primo e perlopiù unico è la follia. Il dolore o la violenza del dramma sono come ammantati di cerone; il dubbio amletico, il travaglio interiore dei protagonisti, sono assenti quanto le espressioni delle maschere che indossano.

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foto Daniele Burini

L’intenzione dichiarata è, ancora una volta, raccontare l’oggi. Il marcio in Italia attraverso lo specchio del marcio in Danimarca. Ciononostante, l’impegno profuso per la resa visiva sopravanza di gran lunga la cura dedicata alla costruzione del senso. Così tagliato e cucito, smontato e rimontato, l’originale shakespeariano smarrisce connessioni, legami, rapporti (ad esempio, Rosencrantz e Guildenstern impersonano pure gli attori chiamati da Amleto, il monologo Essere o non essere viene accennato al cospetto dei cadaveri di Ofelia e Polonio).
I personaggi sono, per certi versi, sfasati, non si ascoltano realmente. Perciò, non dialogano, parlano ognuno per conto proprio, quasi rispondendo a qualcosa che solo loro hanno sentito. Amleto fa la figura di un ragazzino piccoso, solo contro i suoi fantasmi, senza una vera epopea alle spalle o una storia per cui lottare.
Si arriva invece – ironia di un altro paradosso – a provare compassione e vicinanza per il re Claudio, che ha rubato il trono e la moglie al fratello, sapendo di non valerli, e ora vive nel riflesso di un’azione più grande di lui.
A pensarci bene, Un principe stesso pare coinvolto in un’impresa che va al di là dei suoi slanci inventivi. L’ultimo duello, allora, accelerato prima e rallentato poi, è un urlo trattenuto. Un silenzio che nessuno raccoglierà da terra. «I’m lost / In our rainbow / Now our rainbow / Has gone» cantano The Irrepressibles con In This Shirt.
Perso Amleto, siamo perduti tutti quanti.

 

DOCILE

di Gianni Farina e Consuelo Battiston
con Consuelo Battiston e Andrea Argentieri
regia, suono, luci Gianni Farina
immagine Marco Smacchia
organizzazione Ilenia Carrone
produzione Menoventi / E-production
in collaborazione con Masque teatro, progetto interregionale di residenze artistiche 2017
un ringraziamento speciale a Ravenna Teatro, Teatro Due Mondi/Casa del Teatro, Flora Moretti, Giovanni Delvecchio, Paolo Banzola

Le attività di E-production sono sostenute da Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Regione Emilia-Romagna e Comune di Ravenna.

Teatro Cantiere Florida, Firenze
14 dicembre 2018

 

UN PRINCIPE

ispirato ad Amleto di William Shakespeare
con Daniele Aureli, Amedeo Carlo Capitanelli, Andriy Maslonkin, Greta Oldoni, Raffaele Ottolenghi, Matteo Svolacchia, Giulia Zeetti
costumi Francesco Marchetti “Skizzo”
realizzazione costumi Elsa Carlani Cashmere
assistente alla regia Matteo Svolacchia
drammaturgia e regia Massimiliano Burini
produzione Occhisulmondo
coproduzione Centrodanza Spazio Performativo, Centro di Palmetta, Teatro Cucinelli, Teatro Mengoni-Magione, Teatro comunale di Narni Giuseppe Manini
e con il sostegno di TSU Teatro Stabile dell’Umbria

Teatro Cantiere Florida, Firenze
18 dicembre 2018



Categorie:Novità, punti di vista, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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