It’s App To You: come immaginarsi la vita in un videogioco

ANTONELLA D’ARCO | Vincitore del Premio Inbox 2018, del bando Dominio Pubblico 2017 e del bando Italia dei Visionari di Festival Kilowatt dello stesso anno – per menzionare soltanto alcuni dei riconoscimenti ricevuti –, It’s App To You della Compagnia Bahamut è andato in scena, in data unica in Campania, al teatro TAN di Piscinola lo scorso 9 dicembre.
Il progetto di e con Andrea Delfino, Paola Giannini e Leonardo Manzan – quest’ultimo ha curato anche la regia dello spettacolo – si è avvalso della consulenza alla drammaturgia di Camilla Mattiuzzo. Tutti giovani artisti diplomati alla Civica Scuola D’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano – i primi tre come Attori e Camilla Mattiuzzo come Drammaturga. Proprio in accademia è stata elaborata l’idea dello spettacolo, durante un seminario tenuto dal regista Antonio Latella, durante il quale, affrontando Orgia di Pier Paolo Pasolini, è stata proposta una lettura in chiave virtuale dei personaggi di donna e di uomo. La forma, la messinscena di un videogioco, è diventata cornice e punto di partenza per l’elaborazione della scrittura di It’s App To You.

Prima di entrare in sala, a ogni spettatore, viene consegnato un foglio sul quale disegnare il proprio avatar, «il vostro autoritratto […] l’immagine che avete di voi stessi»; la foto profilo alla quale aggiungere un nickname, accanto le istruzioni per cominciare a giocare.
Algoritmo (Andrea Delfino) è il Dio virtuale, l’ordine prestabilito, il codice informatico che scrive i pensieri, le scelte, le emozioni di 46 (Paola Giannini), il personaggio del videogioco simulato al quale si va ad assistere. Manca il giocatore. Luigi (Leonardo Manzan) viene scelto tra il pubblico. A lui il compito di giocare per primo, di superare tutti i livelli fino a giungere alla risoluzione del giallo: scoprire l’assassino di 46.

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Luigi è catapultato in un mondo per lui nuovo, inesplorato così da vicino fino a quel momento; costretto a muoversi e ad agire sul labile confine tra realtà e finzione. Una realtà che tra l’altro, per lui, solipsista da quando ha memoria, è proiezione del suo pensiero.

«Tutto quello che è successo e che sta per succedere l’ho scritto per te: è un mio regalo». È Algoritmo a parlare, a mettere Luigi davanti al primo conflitto con se stesso. Algoritmo è il doppio di Luigi, entrambi espressione di un presuntuoso delirio di onnipotenza.
Da ora in poi il libero arbitrio del giocatore – e di ogni potenziale giocatore come lui, noi tutti spettatori – è messo in discussione; lo spazio della libertà è confinato al loading, la pausa del caricamento del videogioco nella quale Algoritmo elabora i suoi dati.

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Il ritmo sostenuto, l’ironia sottesa nelle parole; la scrittura immediata, anche laddove sono presenti gli a parte filosofeggianti del protagonista; la messinscena veloce; l’interazione con il pubblico, voluta, cercata, ma che non si presta alla piaggeria della facile risata, costruiscono uno spettacolo che diverte molto e fa sorridere ma anche riflettere.

Il virtuale è una scatola con pochi elementi essenziali – come la stanza nella quale vive 46 dove sono contenuti soltanto gli indizi utili per scovare l’assassino – all’interno della quale la Compagnia Bahamut ha calato tematiche universali e quanto mai urgenti, oggi.
Nell’era della comunicazione, e di una comunicazione, in buona misura, virtuale, che passa attraverso il filtro dei social, il rapporto tra Luigi e 46 pone all’attenzione l’incomunicabilità, la spersonalizzazione e lo smarrimento dell’umanità, a causa di agenti esterni, di condizionamenti da parte di un potere superiore, sia esso divino, tecnologico o esercitato da altri uomini. Un potere comunque dis-umanizzante.

La speranza amara sta nel rovesciamento dei ruoli che matura nel lento avvicinarsi di 46 a Luigi. Il numero identificativo del personaggio virtuale è, a poco a poco, sostituito dal nomignolo che l’uomo affibbia alla novella Tomb Raider, nel faticoso tentativo di stabilire una necessaria complicità con lei. Un rovesciamento che si compie, pienamente, con l’acquisizione della libertà da parte di 46, ora Treccia, e con la perdita della stessa da parte di Luigi, ora il numero 47 della prossima partita. La morte di 46, che finalmente è riuscita a superare il limite della virtualità all’interno della quale è stata creata, corrisponde alla sua rinascita umana; la nascita di Luigi come personaggio del videogioco, corrisponde invece alla presa di coscienza del suo limite, al fallimento del suo credo solipsista, alla morte della sua umanità.

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Chiedendo alla compagnia come è stato possibile trasformare le distopie del mondo virtuale nel codice reale del teatro, inizia Leonardo Manzan, e racconta: «È un interrogatorio che ci siamo posti tante volte costruendo lo spettacolo: come fosse possibile portare un videogioco in teatro e far sì che fosse credibile. In un primo momento eravamo molto spaventati. C’era il gioco del doppiaggio in scena che non sapevamo se avesse funzionato, perché io avevo delle difficoltà a recitare con Paola, sapendo che la fonte sonora proveniva da un’altra parte, cioè da Andrea che interpreta il personaggio di Algoritmo ed è lui che presta la voce a 46. In un secondo momento, poi, volevamo, banalmente, eliminare la finzione e quindi abbiamo addirittura sviluppato un’applicazione che dal cellulare trasferisce gli impulsi acustici a una persona dandole il comando di muoversi. A Torino, nell’ambito dell’edizione 2017 del Fringe Festival abbiamo sperimentato quest’applicazione. E abbiamo notato che appena la gente scopriva il tasto per dare il comando di saltare, il primo istinto era quello di far affaticare l’attrice. Lei ovviamente aveva dei codici binari di drammaturgia per uscire da questa situazione; ma è stato interessante osservare il comportamento delle persone quando stanno dietro al cellulare e sanno che possono comandare un altro essere umano».

«È un vero e proprio esperimento sociale mettersi dal punto di vista del potente», aggiunge l’attrice Paola Giannini.

E continua il regista: «Tornando a It’s App To You, il gioco è costruito esattamente come uno spettacolo di teatro. All’inizio, confrontandoci col virtuale, abbiamo pensato che la messinscena sarebbe costata molto. Pensavamo a luci laser, proiezioni etc».

«Ma la questione del digitale è  un po’ un pretesto per parlare di altre cose, non  è nata come finalità di tematica», ricorda l’attore Andrea Delfino, «Per cui – aggiunge Manzan – abbiamo capito che la messinscena sarebbe dovuta rimanere palesemente finta, artigianale, perché lo spettatore potesse crederci. È tutto legato alla percezione della finzione del pubblico. È tutto nell’immaginazione di chi guarda».

 

IT’S APP TO YOU

di e con Andrea Delfino, Paola Giannini e Leonardo Manzan
assistente alla drammaturgia Camilla Mattiuzzo
regia Leonardo Manzan



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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