“In pratica si tratta di giocare e allo stesso tempo di osservare il gioco”: intervista a Riserva Canini

stacks_image_4002.jpgRENZO FRANCABANDERA | Riserva Canini è sicuramente una delle esperienze più interessanti di physical theatre oggi in Italia. Un percorso che, come per molti altri interpreti di questo genere di esperienza, al bordo fra teatro di prosa, di figura, mimo, danza, trova più spesso casa e meriti oltre i confini nazionali piuttosto che qui da noi.
Riserva Canini nasce nel 2004 ad opera di Marco Ferro e a Valeria Sacco ma ogni singolo progetto, tuttavia, coinvolge di volta in volta artisti e tecnici di varia natura.

L’associazione ha sede legale a Firenze, sede operativa tra Firenze, Milano e Torino, ed è compagnia residente presso Campsirago Residenza in provincia di Lecco.
Nel 2014  ha ricevuto il Premio Eolo come miglior compagnia di Teatro di Figura in Italia. Le varie produzioni hanno replicato in Italia, Francia, Svizzera, Spagna, Portogallo, Romania, Bulgaria, Turchia, Colombia e Indonesia. Riserva Canini ha avuto collaborazioni e residenze all’estero con il Théatre Gerard Philipe di Frouard.
Abbiamo intervistato i due artisti a margine della personale che a loro ha dedicato il Teatro della Contraddizione di Milano, dove sono tornati in scena con Talita Kum, – Spettacolo vincitore del Festival Trasparenze 2012, Premio Best Performer al Festival Pierrot 2014 di Stara Zagora (Bulgaria) – e con la nuova produzione Il mio compleanno.

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In che modo in questi anni il teatro è diventato il centro espressivo della vostra ricerca. E cosa avete cercato in questi anni?
La nostra ricerca si sviluppa su due grandi domande che si intrecciano, alimentano e condizionano reciprocamente. Da un lato: di cosa vogliamo parlare? Dall’altro: come? In questo senso il centro espressivo della nostra ricerca è sempre stato il teatro, inteso come possibilità di dare forma a quel che di invisibile ci abita e di offrirlo allo spettatore.
In questi anni abbiamo esplorato, scoperto e sbagliato in teatro. Ne abbiamo studiato e continuiamo a studiarne le infinite vie: la parola, il corpo, la relazione, la creatura animata, il disegno, la materia, il suono…
È un vasto paesaggio in cui non ci stanchiamo mai né di perderci né di ritrovarci.

LocTalita.jpgUn lavoro realizzato anche con l’aiuto di burattini, manichini. L’universo del puppet ha delle regole. Voi dove le avete imparate?
Molta della cosiddetta “grammatica” l’abbiamo appresa incontrando nel nostro percorso figure quali Philippe Genty e Mary Underwood, Gyula Molnar, Fabrizio Montecchi, Guido Ceronetti. Ed è vero che le regole ci sono, valgono e vanno rispettate, ma non sono mai assolute, cambiano a seconda del sistema di segni e di codici nel quale si iscrivono. E quel sistema sei tu che devi costruirlo, per ogni nuovo spettacolo.
Alla fine è solo lavorando che impari davvero a conoscerle, scontrandoti con tutto ciò che sulla scena non funziona. In pratica si tratta di giocare e allo stesso tempo di osservare il gioco che stai inventando.
A noi  è sempre stato utilissimo osservarci giocare, reciprocamente. Come pure osservare lo spettatore mentre guarda il gioco.

Nonostante il ricorso a questo elemento, tradizionalmente legato al teatro per ragazzi, le vostre sono favole acide, in cui la solitudine del genere umano spicca. È una vostra cifra poetica?
Forse, più che una cifra, è un tema che spesso attraversa i nostri lavori e che si ripresenta in scena, di volta in volta, in abiti sempre diversi. D’altra parte interrogarsi sull’essere umano, oggi, non può ignorare questa condizione che ci sembra abitare molti dei contesti della nostra contemporaneità.
L’impiego degli elementi del “teatro d’animazione” forse deriva dalla constatazione che in certi casi, per parlare dell’uomo e andare a toccare le sue essenze più profonde, sbarazzarsi dell’uomo può essere molto efficace. Il “feticcio”, e più in generale l’oggetto animato – capace in un secondo di essere vivo e il secondo dopo di non esserlo più – ti pone inesorabilmente di fronte ad alcune di queste essenze: la sua precarietà e la sua solitudine, ad esempio. Anche se, per fortuna, non sono le uniche.
Tornando alla “tradizione” che lega l’uso di questo linguaggio al teatro per ragazzi, bisogna dire che è recentissima, e narra una sorta di “caduta”. Anzi, di due cadute si può parlare: una più antica, quando il rito e l’uso degli oggetti rituali (maschere, simulacri, feticci) sono passati dal mondo sacro al mondo laico. E una seconda più recente quando dal mondo laico  gli oggetti rituali sono approdati al mondo infantile, ridotti a poco più che giocattoli. Forse basandosi sull’equivoco che solo i bambini, oggi, siano in grado di attribuire a quegli oggetti il significato profondo di cui sono portatori.
Ma noi questo non lo crediamo, e se anche così fosse, nei nostri lavori ci rivolgiamo al bambino sopravvissuto in ciascun adulto.

1.jpgCosa dovrebbe chiedere il nostro tempo al teatro, che non è più un mass media come duemila anni fa, ma che nonostante tutto resiste?
Non è semplice dare una risposta che valga in generale, perché il teatro oggi è un grande contenitore nel quale confluiscono tanti linguaggi e altrettanti modi di concepirlo, molto diversi fra loro e che spesso rispondono a istanze differenti. Possiamo però provare a dire quello che no ici aspettiamo dal teatro, prima di tutto come spettatori. Ed è forse questo: che – nella varietà delle forme e nel continuo divenire dei linguaggi – continui ad essere quello che è sempre stato, ossia un incontro concreto, qui e ora, in visu e de situ. Un incontro ne quale tutti i partecipanti, nei diversi ruoli del caso, condividono un’ esperienza che avviene in quel preciso momento e che non si ripeterà più.
Duemila anni fa tutto questo era semplicemente ovvio. Oggi, che viviamo una realtà ogni giorno sempre più smaterializzata, nella quale ciascuno di noi sembra possedere il dono dell’ubiquità, dove la percezione dello spazio e del tempo è in totale contrasto con le nostre terminazioni nervose e se qualcosa finisce, anche solo l’idea che finisca davvero ci sembra impossibile, oggi tutto questo non è ovvio per niente. E proprio per questo, un incontro che abbia quelle caratteristiche lo sentiamo forse ancora più importante di ieri. Anzi, indispensabile.

Cosa è Riserva Canini oggi? Pensate ad un futuro anche senza teatro?
Riserva Canini è il nome che raccoglie una progettualità che, oltre alla produzione di spettacoli, si nutre di momenti e di esperienze altrettanto importanti.
I percorsi e i laboratori che portiamo avanti nelle scuole, ad esempio, a contatto coi bambini e con maestre di tutta Italia, seguendo ogni volta un preciso percorso tematico, sono per noi molto importanti. Al pari dei percorsi di formazione rivolti ad allievi e professionisti del settore. Così come lavorare a contatto con coloro che operano nel sociale e più in generale con piccole comunità di persone, perché ci restituisce l’ampiezza di questo lavoro. Un lavoro che, basandosi sull’ incontro e sulla condivisione, è prima di tutto un’ occasione di conoscere la realtà che ci circonda e i tempi nei quali viviamo.
Per cui la risposta è: senza teatro, no. Senza l’edificio teatrale, inteso come luogo che ospita i nostri lavori, chissà, ci dispiacerebbe molto. Ma la verità è che non dipende solo da noi.



Categorie:Arte, Danza, Interviste, Novità, Satura, Scena, Teatro

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