Ubu Under 35: un manifesto per il teatro a venire

DALILA D’AMICO | Si è chiusa il 7 Gennaio la quarantunesima edizione del Premio Ubu, voluto dal critico Franco Quadri per individuare non solo il meglio che c’è, ma quello che verrà, aprendosi alle nuove prospettive. Non sempre il “nuovo” è una qualità conseguente e aderente all’età di chi lo genera, ma i vincitori della categoria miglior attore/performer under 35 sono certamente impronte di esperienze fresche e vivaci che confermano la regola e mettono in discussione lo stesso concetto di “nuovo”.
Negli ultimi anni la voce “under 35” – dettata e demonizzata dai soverchianti linguaggi ministeriali – è entrata nel glossario teatrale italiano come sinonimo di deterrente e consolatorio indennizzo da parte di un sistema che non riesce a stare al passo con i dinamici linguaggi scenici. Del resto la proliferazione di una terminologia generica e cerchiobottista sembra essere uno dei vessilli dell’attuale agenda politica e non solo quella che si propone di sostenere e promuovere il fatto artistico. Semplificare la complessità per magnificare il consenso, smussare gli angoli per confortare gli animi reazionari; hashtag e parole chiave per aiutare la memoria.

Dietro ciascuna comoda etichetta, però, ci sono storie, vissuti, pensieri e forme che sfondano gli angoli smussati. Dietro quella di “under35” ci sono persone impegnate già da anni a ribaltare gli immaginari, problematizzare il lessico, far saltare i codici della scena: PierGiuseppe Di Tanno, Marco D’Agostin e Chiara Bersani. Tre personalità certamente rappresentative di una generazione che dimostra di non accontentarsi di agevolazioni elargite sulla base di dati anagrafici, che si assume la responsabilità del rischio e si fa carico di lunghi tempi di studio e ricerca in un panorama che si regge ancora sull’equazione “storico date – qualità artistica”. Tutti e tre portavoce di un linguaggio che travolge le retrive tassonomie nelle quali lo spettacolo è relegato dalle logiche ministeriali e che si sforza di boicottare gli stereotipi che la nostra società ancora purtroppo produce.

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Foto © Antonio Fical

PierGiuseppe Di Tanno si definisce un “artivista”; è un autore e performer con un percorso orientato verso una contaminazione fra teatro e danza con rimandi alle pratiche Butoh. Ha lavorato tra gli altri, con Constanza Macras, Jan Lauwers, Fortebraccio Teatro, Industria Indipendente e studiato con Gabriela Carrizo (Peeping Tom) e Raffaella Giordano. Si distingue per una presenza magnetica che incarna letteralmente la parola tramite un magistrale controllo della voce e dei tessuti muscolari. Il suo stare in scena solo con sforzo potrebbe ancorarsi ai termini di attore, danzatore o interprete e la sua poetica volge lo sguardo alle grandi tradizioni spirituali d’Oriente.

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Marco D’Agostin è un coreografo e performer, co-fondatore dell’Associazione Culturale VAN. Consolida il proprio percorso sia come “interprete” (per la Socìetas Raffaello Sanzio, Alessandro Sciarroni, Tebea Martin, Liz Santoro tra gli altri) che come autore sostenuto in Italia e all’estero (Centrale Fies, Festival Rencontres chorégraphiques de Seine-Saint-Denis di Parigi, CCN di Nantes, O Espaço do Tempo in Portogallo, Tanzhaus di Zurigo). La sua poetica autoriale affonda su sentieri teorici stratificati: dal concetto di archivio elaborato da Jacques Derrida, alle opere dello scrittore Matthew Phipps Shiel, sino all’iconografia generata dai video popolari di Youtube.

Insieme alla terza artista premiata, Chiara Bersani, ha inoltre creato diversi progetti difficilmente inquadrabili secondo le categoria predefinite di danza, teatro o performance come The Olympic Games (2017) o Formazioni (2016).

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The Olympic Games, Foto © Luca Del Pia

Chiara Bersani ha collaborato come performer con importanti realtà della scena contemporanea Italiana e internazionale (tra cui Lenz Rifrazioni, Alessandro Sciarroni, La Tristura, Rodrigo Garcia, Jérôme Bel, Babilonia Teatri). Come autrice conduce una ricerca in bilico tra danza contemporanea, performance e arti visive fondata sul concetto di corpo politico, una riflessione prolifera e costante sui significati che un corpo produce o che posticciamente riceve nell’incontro con l’altro/a.

Come la stessa dice durante i ringraziamenti «i premi servono ad aprire questioni» e l’Associazione Ubu per Franco Quadri oltre a lasciarne aperte molte «a chi di competenza», lancia con questa edizione un forte segnale politico. Tutti i soggetti premiati infatti sottolineano la pluralità, l’immaginazione e l’impegno della scena contemporanea italiana: in ambito produttivo, organizzativo, etico, estetico e linguistico. Agli interrogativi aperti dalla serata di premiazione noi ne aggiungiamo altri, consapevoli che le risposte debbano venire da altrove. È possibile invertire la logica secondo la quale debbano essere gli artisti a sforzarsi di adattare le loro opere all’interno di parametri quantificabili? È possibile modellare, viceversa, il sostegno sulla base della complessità che la scena contemporanea ormai da decenni propone? È possibile rilanciare un lessico che tenga conto di tale complessità? Evitare gli aggettivi lombrosiani a corredo della parola attore/performer come quelli di migrante, disabile, di colore? Sgombrare le interpretazioni dalla morale e dal paternalismo? Dagli accademismi e i linguaggi generici? Preparare uno spettatore all’inatteso e l’incerto? Formare bambini e insegnanti all’ibridazione dei linguaggi? Abbattere la fissità delle categorie in favore della molteplicità delle pratiche, dei pensieri, delle persone?

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Foto © Roberta Segata Courtesy Centrale Fies art work space

In tal senso il discorso della Bersani durante la premiazione, più che un ringraziamento è un manifesto auspicabilmente attuabile in un sistema a venire, non solo quello teatrale. Urgente. Mai come oggi:

Se dovessi raccontare come mi sento ora, mentre provo a organizzare i pensieri in un breve discorso, mi vengono in mente gli astronauti quando si avvicinano alla Luna, o almeno come io li immagino in quel momento: confusi, euforici e un po’ soli.
Loro sanno che pochi altri uomini li hanno preceduti su quel satellite. Sanno di essere un’eccezione perché la norma vuole che i corpi come i loro restino sulla terra e sulla terra camminino e vivano.
Se i corpi degli astronauti sono arrivati sulla Luna è perché molte persone prima di loro li hanno immaginati là e hanno fatto il possibile per mandarli.
Se io, con il mio corpo disabile oggi sono qui, a ricevere un riconoscimento così prezioso, è perché qualcuno da chissà quanti anni ha iniziato lentamente a smussare gli angoli di un intero sistema. Se il mio corpo è qui è grazie a tutti i maestri che hanno scelto di accogliermi come allieva anche se questo significava adattare i loro metodi ai miei movimenti. È grazie ai registi, ai coreografi, ai curatori, ai colleghi attori e performer che hanno abbracciato la specificità della mia forma. È grazie a chi inizialmente non era d’accordo e poi ha cambiato idea.
Quando gli astronauti sono arrivati sulla Luna hanno messo una bandierina, volevano segnare una conquista: quello era il punto più lontano nell’universo raggiunto dall’uomo.
Anche io oggi vorrei mettere una bandierina qui ma non per fissare un punto d’arrivo. La mia bandierina vuole essere una linea di partenza perché io non voglio più essere un’eccezione!
I premi servono ad aprire questioni e io vorrei che si iniziasse a riflettere in maniera più strutturata sull’importanza di rendere veramente accessibile la formazione per attori e performer anche a corpi non conformi. Vorrei che sempre più autori, curatori, registi e coreografi iniziassero a vedere nella variabilità della forma un potenziale e non solamente un rischio. Vorrei che si uscisse dal pensiero narrativo -naturalistico per cui uno spettacolo contenente un attore appartenente ad una qualsiasi minoranza debba necessariamente affrontare tematiche relative ad essa.
Oggi desidero leggere questo premio come un’assunzione di responsabilità da parte del teatro italiano nei confronti di tutti quei corpi che per forma, identità, appartenenza, età, provenienza, genere faticano a trovare uno spazio in cui far esplodere le loro voci.

 



Categorie:Arte, Cultura e società, Novità, Performing Arts, punti di vista

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2 replies

  1. commovente e intelligente la riflessione di Chiara Bersani

  2. non si tratta di conformità di corpi, anche chi ha un corpo disabile deve poter fare l’attore in ruoli adatti alla sua fisicità che nonsono la totalità dei ruoli (e ciò vale anche per chi è normodotato)

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