Con il Teatro delle Bambole dentro il “concetto” di Genet

ILENA AMBROSIO | Due uomini in abiti alla marinara; in testa maschere da canarini; portano in spalla un altarino con la Madonna circondata da fiori (la Notre Dame des fleurs?) ed entrano, con passo legnoso, in una scena spoglia: due sedie e, in fondo a destra, un separè da cui pende una vestaglia da donna rosa; due paia di scarpe con i tacchi.

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Vediamo questo al principio di Il fiore del mio Genet di Andrea Cramarossa, ultimo lavoro del Teatro delle Bambole che nasce dal progetto La lingua degli insetti: una ricerca che cerca connessioni tra «il mondo immenso e misterioso degli Insetti» e quello «altrettanto misterioso degli esseri umani» e dalla quale emergono modalità sceniche per cui «gli spettatori entreranno nel gioco infame della metamorfosi, talvolta condotto attraverso atti demenziali, altre volte con drammaticità, sfociando spesso nel senso di un vivere grottesco».

Non è semplice descrivere – nel senso più letterale del termine almeno – questo lavoro che fa ruotare quella ricerca intorno alla figura mitica, viene da dire,  di Jean Genet, al suo mondo poetico e umano fatto di esperienze di illegalità e di carcere, di omosessualità, emarginazione, accattonaggio. Genet che era «tutto e niente», come ha scritto Sartre; un tutto e un niente nei quali cercò volontariamente la propria autodistruzione ma, anche, la propria sublimazione perché esattamente in quell’universo trovò la linfa vitale della sua arte. Vita e arte fuse in uno.

Lo spettacolo nasce da tutto questo ma non ne fa un racconto.
Le due figure in scena – Federico Gobbi e Domenico Piscopo –, ladri e furfanti, vivono in un non-luogo lontano dal mondo, un bassofondo, del corpo e dell’anima. Di lì è passato un «lui» indefinito, un poeta – un poeta generico, non necessariamente Genet – del quale cercano di ricordare gli insegnamenti, di rifare la poesia: tentativi disperati di sublimare e salvare anche la propria di esistenza.
ilge2016-0019Sono di una volgarità e sguaiatezza fastidiose: sputano, si toccano le parti intime; un’espressione sul volto deformante, a occhi semichiusi, che li imbruttisce. Parlano, quasi balbettando, della propria vita fatta di furti, piccoli crimini, di amori di passaggio e alternano a quel discorso versi improvvisati e goffi: «Com’è che diceva? Come diceva, per scrivere una poesia, cosa dobbiamo fare?… Respirare». Ma non sanno cosa significhi.

Inizia così un percorso fatto di tentativi fallimentari, alla ricerca di un equilibrio sempre instabile. I tacchi che indossano più avanti ne sono il parallelo fisico: in una scena illuminata da luce strobo barcollano, a fatica, come camminassero sul filo di un equilibrista.
Quel percorso è progressiva metamorfosi durante la quale una densissima carica simbolica investe tutti i livelli scenici.
Gli interpreti mutano, si svestono dei panni marinari e restano in boxer neri; il viso grottescamente deformato si fa piano. Si applicano croci di nastro adesivo rosso sul petto, lottano fagocitando pagine strappate da un libro di poesie di Apollinaire e declamandone i versi. Si parlano separati da un elemento divisorio, come origliando ai due lati di una porta. Più avanti, indossano maschere di volti vecchi che, sui corpi giovani, uno dei quali angelicato, restituiscono figure indefinite, indecifrabili.

La luce subisce le medesime vorticose trasformazioni, creando ambientazioni emotive sempre differenti. È vero e proprio personaggio, elemento dialogante, oggetto di scena che gli interpreti adattano al proprio corpo o, viceversa, rispetto al quale orientano movenze e spostamenti. Significativo quando, in un buio assoluto, si illuminano con delle torce, lentamente, varie zone del corpo. Un corpo ostentato e vissuto, che porta i segni della metamorfosi in atto.

ilfiore-massimodemelas01-678x381Tutto corpo e linguaggio sono queste figure. E anche il linguaggio si fa, via via, diverso: i tentativi di camminare sulle orme del loro poeta conducono a  un’eloquio sempre più poetico ma anche ermetico, quasi vaneggiante; un vortice di parole che li riporta, però,  al punto di partenza: «Eppure sempre qua torniamo»

Non resta allora, che il silenzio o. meglio, la musica – altro elemento presentissimo nella rappresentazione. Sulle note e, soprattutto le parole, di Je suis malade i due danno vita a un rituale tra macabro e sacro di evidente ispirazione nitschiana – ispirazione programmatica della compagnia – , apice di una prova attoriale di certo faticosa e di forte intensità.
Nella penombra si spogliano completamente, indossando solo le scarpe con il tacco. Scoprono un altarino con candele: il poster del volto di Genet, un “santo”  – Santo Genet  il testo di Sartre dedicato all’amico – o un dio per i quale sacrificare i corpi di due conigli scuoiati ed eviscerati. Con quei corpi appoggiati sul pube i due si sdraiano a terra a gambe aperte: anche i loro corpi in dono e sacrificio.

Tutto questo non racconta Genet. Nessuna delle parole dette è presa da un suo testo. Il poeta si avverte come “aura” nel lavoro. «Mi sono calato nella dimensione del “concetto” – nell’accezione che Susan Sontag dà de termine – di Genet», ci dice Cramarossa. Il poeta, le sue opere, ma soprattutto la sua biografia fanno da galassia del pianeta portato in scena. Il fiore del titolo, allora, pare essere proprio quel concetto, quel nucleo di senso nel quale il drammaturgo ha coagulato le visioni del “suo” Genet.
In questo, il valore di un lavoro sicuramente forte proprio per il suo essere dono di un mondo artistico – che poi è anche umano – carico di sollecitazioni che di certo non lasciano comodo lo spettatore sulla propria sedia.
Ma, per altro verso, anche il limite di un’operazione, a tratti, eccessivamente autoriferita, il cui senso globale può restare oscuro a chi non abbia modo di trovare la chiave di accesso a quel mondo. Un fiore, che rischia di rimanere bocciolo.

 

L FIORE DEL MIO GENET – Spettacolo itinerante tra i bassifondi dell’anima

drammaturgia Andrea Cramarossa
attori in scena Federico Gobbi e Domenico Piscopo
costumi e sartoria Silvia Cramarossa
maschere Luigia Bressan
allestimento e regia Andrea Cramarossa
produzione Teatro delle Bambole

col sostegno di CEA Masseria Carrara, Collinarea Festival, LUCCICA – Festival delle Arti e Comune di Bari – Assessorato alle Culture, Turismo, Partecipazione e Attuazione del Programma.
Progetto di ricerca: LA LINGUA DEGLI INSETTI – Cofanetto 6: Farfalle.



Categorie:Novità, Satura, Scena, Teatro

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