Nella realtà/sogno della scena: intervista a Serena Balivo

ILENA AMBROSIO | Una donna di (abbondante) mezza età, in un interno che è un po’ appartamento vintage, un po’ laboratorio di un burattinaio, un po’ studio di un scienziato matto, racconta ciò che sta sconvolgendo la sua – volontariamente e convintamente solitaria – esistenza: dover accudire, curare, educare un ragazzino, nipote della sorella defunta.

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Foto Luca Del Pia

È il nodo drammaturgico di La buona educazione della Piccola Compagnia Dammacco, ultima tappa della Trilogia della Fine del Mondo.

L’unica data e prima assoluta campana è stata ospitata all’Auditorium Centro sociale di Salerno, nell’ambito della IV edizione di MUTAVERSO TEATRO (qui il programma)ideata e diretta da Vincenzo Albano e realizzata da Erre Teatro. Un’iniziativa che, nel corso degli ultimi anni, ha arricchito il panorama teatrale campano con nomi come Marta Cuscunà, Frosini/Timpano, Cristian Ceresoli, Roberto Latini, e che sta alimentando una crescente “fame di teatro”.

Senza dubbio preziosa, dunque, la presenza in cartellone di un lavoro (del quale abbiamo avuto già modo di parlare su PAC) che è prova della sapienza drammaturgica di Mariano Dammacco – capace di rivolgersi al contemporaneo senza cedere alla banalità –, della visionaria creatività scenica dello stesso Dammacco e di Stella Monesi e della straordinaria resa attoriale – un’amalgama di abilità metamorfica e sincerità emotiva – di Serena Balivo.
A lei abbiamo posto qualche domanda su La buona educazione ma non solo.

La buona educazione è l’approdo della vostra Trilogia della Fine del Mondo, una serie testi originali che affrontano temi profondamente dentro il reale. Eppure lo avete fatto con scelte sceniche e drammaturgiche e un lavoro sull’attore che puntano a una dimensione più simbolica, allegorica – e di presenze/allegorie ne ricorrono tante – e, a tratti, surreale. Perché questo scarto così netto? Come avete coniugato questi due piani?

Quando abbiamo deciso di fondare la Piccola Compagnia Dammacco, ho chiesto a Mariano Dammacco di cosa volesse parlare agli spettatori a quel punto del suo percorso di autore, attore e regista. Ha risposto che voleva portare in scena l’oggi in modo diretto allontanandosi da modalità compositive con le quali aveva ideato, scritto e diretto i suoi spettacoli precedenti dove il discorso sul presente era mediato da miti, icone e personaggi della letteratura, anche teatrale.
Così è nata l’idea di una trilogia, appunto la Trilogia della Fine del Mondo, con temi, contenuti e narrazioni del tutto originali, privi del filtro di racconti universalmente noti.
Di universalmente nota c’è la realtà, quasi a voler creare teatralmente ex novo icone e ritratti di figure immerse nel presente, in un presente metropolitano che, appunto, volge alla sua fine.
È da questa fine che i personaggi – la fanciulla, l’omino e la zia – parlano agli spettatori, provando a offrir loro delle domande.
La dimensione surreale, simbolica e allegorica dei profili tracciati e delle composizioni sceniche è legata alla qualità della scrittura drammaturgica di Mariano che crea paesaggi dell’oggi sempre traslati in una dimensione onirica distante dalla realistica riproposizione della realtà.
Crediamo che questa distanza tra la realtà quotidiana e la realtà del palcoscenico possa creare quello spessore necessario a chiamare ogni spettatore in quello che è “il sogno” dello spettacolo, in cui tutto può accadere e a tutto si può credere.

Nei tre spettacoli interpreti personaggi totalmente altri da te per età, sesso, vissuti. Quale tipo di lavoro attoriale hai portato avanti e dietro quale indirizzo registico? La fanciulla, l’omino e la zia sono davvero altro da te o hai rintracciato elementi di contatto con il tuo io di attrice e di giovane donna?

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In tutti e tre gli spettacoli, e più in generale nel percorso di Compagnia, il mio lavoro attoriale è composto, studiato, analizzato in strettissimo contatto con la regia di Mariano. Lui dirige l’attore con precisione, fornendo, in fase compositiva e di improvvisazione, una grande libertà che poi viene fissata nella scrittura scenica, nell’analisi del testo e nell’interpretazione.
Fissare precisamente i passaggi da mettere in atto durante l’incontro con gli spettatori è fondamentale per poter mantenere la figura teatrale viva, cercando di evitare la meccanicità nell’interpretazione. In questo modo di replica in replica, si trovano sempre sfumature nuove, ma coerenti alle analisi e agli accordi con la regia.
Per i personaggi dei tre spettacoli della Trilogia, abbiamo lavorato sull’artefazione degli strumenti del corpo e della voce, quasi estremizzando la distanza tra me e le figure agite in scena; proprio perché tale distanza è profonda.
Dall’altro lato, però, abbiamo anche tracciato elementi di contatto tra me, attrice e giovane donna, e le figure create, lavorando molto sul testo, per rintracciare e creare scenicamente un ponte emotivo tra me e le figure, necessario, poi, a poter offrire agli spettatori pensieri, emozioni e riflessioni.
Uno degli insegnamenti di Mariano è: non puoi permetterti di andare sul palco e incontrare gli spettatori senza sapere esattamente cosa stai dicendo e perché lo stai dicendo.

Il rapporto con il pubblico nella Trilogia è fondamentale, per le questioni poste, il linguaggio scelto, ma anche perché i personaggi, effettivamente, parlano a quel tu che è oltre la quarta parete – non ti nego che mi sentivo davvero osservata dalla platea. Credete che il teatro possa ancora influire sulle coscienze? Che la finzione della scena possa rimbalzare nella realtà e modificarla? Che l’arte possa interrompere la progressiva fine del mondo, culturale e umana, alla quale assistiamo?

Il Teatro con la T maiuscola influisce senz’altro sulle coscienze, questo è insito nella sua dimensione rituale. Per questo mantiene una portata politica alla quale Mariano, come autore, e la Piccola Compagnia Dammacco continuano a credere e attraverso la quale proviamo ad agire sulla realtà, almeno nelle intenzioni, nelle nostre scelte.
Non so se l’arte possa frenare la fine del mondo, forse no; ma se anche uno solo degli spettatori che assistono a uno spettacolo, ne esce con una domanda vivificata su se stesso, sul proprio modo di agire e sulla realtà esterna, questo è un risultato enorme e importante.
Noi proviamo a lavorare per questo “uno”.

553La Trilogia corrisponde, comunque – quasi per intero, escludendo L’ultima notte di Antonio, già lavoro di Mariano Dammacco – con la vita della Compagnia. Un percorso professionale ma certamente anche umano, non solo per le tematiche affrontate ma per lo stesso lavorare “in compagnia”.  Dopo questi passaggi che senso ha assunto il tragitto letto a ritroso? Coincidono intenti di partenza e di punti di arrivo?

Prendersi cura della Compagnia e dei propri compagni di viaggio teatrale ha per me un grande valore.
Lavorare insieme, negli anni, per sedimentare una propria identità; dare forma a una poetica da accompagnare nella sua evoluzione nel tempo; riassestare continuamente modalità compositive e metodologie di ricerca teatrale per non replicarsi, ma continuare a crescere, insieme: tutto questo per me è affascinante, dà valore al mio tempo, alla mia ricerca di attrice, alle mie giornate.
Non saprei dirti se gli intenti di partenza e i punti di arrivo coincidono, forse perché mi sento nel pieno del viaggio e credo sia prematuro provare a fare bilanci in tal senso.

Una domanda che ti avranno fatto in tanti ma sulla quale vorremmo provare a mettere una lente un po’ grandangolare. Un anno fa vincevi il premio Ubu. Cosa ha significato nel tuo percorso artistico? E cosa pensi del panorama teatrale ulteriormente profilatosi con le premiazioni di quest’anno? Ti ritrovi in queste nuove fotografie sulla scena contemporanea che il premio ha scattato negli ultimi anni?

L’Ubu per me è stato una grande gioia e motivo di grande soddisfazione; una carezza della comunità teatrale e una spinta ad andare avanti nella direzione presa. Per tutto questo sarò sempre sinceramente grata.
Ascoltare le parole pronunciate da Federica Fracassi, durante la cerimonia di premiazione degli Ubu 2018 è stato per me uno dei momenti più importanti dell’anno. Spero rimangano lì, ben piantate, nelle menti di chi le ha ascoltate.

LA BUONA EDUCAZIONE

con Serena Balivo
ideazione, drammaturgia e regia Mariano Dammacco
spazio scenico Mariano Dammacco e Stella Monesi
organizzazione Nicoletta Scrivo
amministrazione Paola Falorni
foto di scena Luca Del Pia

produzione Piccola Compagnia Dammacco / Teatro di Dioniso
in collaborazione con L’arboreto Teatro Dimora, Teatro Franco Parenti, Primavera dei Teatri



Categorie:Interviste, Novità, Pac incontra, Satura, Scena, Teatro

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