Io, l’altro io, e noi: Gabriella Casolari e Gianfranco Berardi ad occhi aperti

MARIA FRANCESCA GERMANO | Mentre parla, Gianfranco Berardi dirige i suoi occhi verso il mio volto, verso i miei di occhi, per fortuna, perché quando non lo fa ho come l’impressione di non esistere.  È seduto su una poltrona rossa in prima fila, davanti al palco del Teatro Abeliano di Bari sul quale tra pochissimo interpreterà, superbamente, il principe appulo-danese in Amleto Take Away, lavoro per il quale gli è stato assegnato il premio UBU 2018 come miglior attore.

Sono seduta accanto a lui, nello spazio prossemico del contatto della sua mano sul mio braccio che dà corpo alla mia presenza.
Mi fa subito una premessa: «Nelle tue domande usa sempre il plurale, non come plurale maiestatis, ma come Berardi-Casolari» Gli rispondo che va bene; e lì, subito, riavvolgo il nastro mentale delle domande che avrei voluto fargli, penso ad un voi che mi distrae dalla storia per cui ero arrivata.

Nelle mie ricerche in rete, ho notato che spesso, nei video in cui parlate di voi, nelle interviste o nella presentazione dei vostri lavori, vi scambiate l’identità. Tu vesti i panni di Gabriella Casolari e lei assume l’identità di Gianfranco Berardi. È uno scherzo, una gag, cosa volete dirci?

(Gianfranco sorride)
GB: Sì, a volte avviene anche che io mi presenti come Gianfranco Casolari e lei come Gabriella Berardi. Il nostro è un lavoro simbiotico, lavoriamo con due occhi, due orecchie, due mani, due cuori. Ci completiamo. Io non vedo, lei vede, lei non sente da un orecchio, compensiamo col mio. Insomma così. Io detesto le persone che dicono: il tuo spettacolo, il tuo spettacolo, Gianfranco Berardi, Gianfranco Berardi.
Tutti parlano di teatro come collettività, condivisione e poi tendono a esaltare l’ego delle persone che è la cosa più dannosa per il teatro. Fermarsi solo a quello che si vede.

(Gabriella intanto è nei dintorni, ultima i preparativi per la scena, controlla le luci, sale e scende dal palco per assicurarsi che tutto sia perfetto)
MFG: Avete spesso parlato dell’influenza che il “metodo” César Brie ha esercitato sui vostri lavori, nella creazione di spazi metaforici e nella consapevolezza che la ricerca del testo e quella delle immagini procedono separatamente per poi essere ricollegati solo a posteriori. Cosa è nato prima in Amleto Take Away, il testo o le immagini?

(Gianfranco parla enfaticamente di César Brie e della sua grandezza, poi si ferma, si rivolge verso il palco).
G.B. Gabriella, è nato prima il testo vero? Devi sapere – continua verso di me-, che buona parte del lavoro l’ha fatto lei, io ho fatto l’attore, ma la poesia, si sa, quella è delle donne.

(Cerco di riportare la conversazione sull’attore e sulla sua umanità)
MFG: Cosa ti fa soffrire?

G.B. Cosa mi fa soffrire? In questo momento della mia vita? Oh, un sacco di cose. Vedere l’Inter giocare per esempio, è una sofferenza senza pari.
Mi fa soffrire la gente che segue i luoghi comuni, che non è che non abbiano una radice di verità, ma sono un’abbandonarsi a una pigrizia del “non vado a verificare quanto mi interessa, quanto mi costa una cosa o se sono d’accordo, al di là della verità o meno”.

MFG: Che cosa ti fa felice, invece?

(Gianfranco fa una lunghissima pausa, riflette tra sé ma ad alta voce)
G.B. In questo momento? Nella mia vita, la cosa che più mi rende felice… – poi verso il palco – Gabri, che cosa mi rende felice in questo momento della mia vita?
(Ridiamo tutti e tre).
Beh, il premio dai, il premio UBU ci rende felici; la consapevolezza che qualcosa sta cambiando in Italia, la dimostrazione che il merito viene riconosciuto anche qui.
Quando io e Gabriella riusciamo a prenderci due giorni di vacanza insieme, siamo felici. E il gin tonic dopo cena mi fa felice.

(Gabriella intanto si avvicina e le chiedo se posso farle qualche domanda. Gianfranco è visibilmente contento).
MFG: Gabriella, in una intervista Gianfranco ha raccontato che, quando andate a vedere gli spettacoli teatrali, tu gli presti gli occhi, ma avviene che, per quanto competente, precisa e descrittiva tu possa essere, lui non riesca a replicare fedelmente la scena, perché la rielabora con il suo immaginario. Non senti forte la responsabilità di poter provocare uno scollamento nel suo sentire la realtà circostante attraverso di te?

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G.C. Per tanti anni è stato così, mi sentivo responsabile e cercavo di trovare le parole, lo toccavo, soprattutto quando quello che dovevo descrivere non era una narrazione, ma tante cose che succedevano contemporaneamente. Per tanti anni ho avvertito questo peso, questa responsabilità più che altro, anche in positivo. Ultimamente però mi sono rilassata, anche perché vedo che lui “vede” degli spettacoli bellissimi – ride -, gli dico un po’ di cose e lascio che sia lui a immaginare. È bello che sia così.

(Gianfranco interviene, riprendendo la mia domanda sul simpatico scambio di identità nelle interviste e riportando a Gabriella quanto detto in sua assenza:
G.B. Le ho detto che noi lavoriamo con due occhi, due mani, due orecchie, due cuori; che odio l’atteggiamento degli addetti ai lavori, che danno risalto solo a quello che si vede, come in una partita di calcio in cui vedi solo il centravanti e per giunta solo quando fa goal.
Se non c’è una squadra che gioca gettando il cuore, un solo cuore in undici corpi, tutti uniti con un solo obiettivo, non vai da nessuna parte. Così è nel teatro, quello che c’è dietro, l’invisibile, a volte è più forte di quello visibile; ti devi chiedere come mai succedono e come mai non succedono delle cose.

G.C. Noi ci completiamo molto sia nel lavoro in scena che nella costruzione di tutto quello che è lo spettacolo. Sento che insieme riusciamo a fare delle belle cose, ed è vero che in realtà si vede solo il front man. Vedono solo l’attore principale; poi in questo caso abbiamo un attore molto bravo, magnetico, però non si vede tutto il lavoro che c’è dietro. Noi, per esempio, è da stamattina che siamo  qua e sudiamo per la riuscita dello spettacolo.

Il tempo stringe, sta per cominciare lo spettacolo. Ci salutiamo, Gianfranco scherza e mi dice di guardare bene dove metto i piedi.
Guardo Amleto con un’attenzione differente; non riesco a distogliere lo sguardo da Gabriella.
Lei lo guida, gli indica l’incedere, lo illumina, lo fa piangere generando lacrime con l’acqua raccolta da un secchio, gli porge lo specchio di scena, gli rende l’immagine di sé in una comunione di intenzioni e di punti di vista.

 

 



Categorie:Interviste, Novità, Pac incontra, Satura, Scena, Teatro

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