Mater Dei: la nascita del mito secondo Sgorbani e la Piccola Compagnia della Magnolia

RENZO FRANCABANDERA | All’inizio c’è il racconto della seduzione del dio, poi l’amplesso violento.
Ancora oggi, per la maggior parte dell’umanità, l’immaginario antroposofico si fonda su una teogonia in cui, a un certo punto, un dio feconda una donna mortale. A ben guardare, questa questione palingenetica non riguarda solo il pantheon dei popoli antichi ma anche la ben più recente religione cristiana, con l’introduzione, in questo caso, della delicata fecondazione a opera dello Spirito Santo: questa, forse, dovette apparire ai padri fondatori di quella religione una versione un po’ più elegante da tramandare, rispetto alle vigorose e libidinose avventure di Zeus, divinità maschile che, come si ricorderà, non esitava ad assumere qualsiasi sembianza possibile pur di dare concretezza al suo proposito procreativo, di solito senza andare tanto per il sottile, anzi spesso usando anche la violenza.

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Foto Fabio Melotti

Quella che Massimo Sgorbani descrive in Mater Dei è proprio una di queste circostanze, raccontata dal punto di vista di lei, la posseduta, la fecondata, la madre di tredici figli avuti dal dio, di cui dodici divini e un ultimo, il tredicesimo, abbandonato invece al suo destino mortale, aumentato dal senso incombente del padre assente e dall’inqualificabile sapore di imperfezione in cui affogare per tutta la vita.
Nel primo studio di Mater Dei, che sta girando in alcuni teatri italiani prima del debutto al Festival delle Colline Torinesi, Piccola Compagnia della Magnolia affida alla grande potenza d’attrice di Giorgia Cerruti la personificazione della disperata femminilità violentata, alle prese con la sua creatura, inabile però finanche a chiamare sua madre.
Quella del figlio – Davide Giglio – è una figura già fisicamente matura, che incarna il triste trovarsi adulti senza essere cresciuti. Un figlio al quale manca la parola per tutto lo spettacolo e che solo nel finale riuscirà a dire «mamma».
La narrazione è divisa in capitoli, ciascuno dei quali reca un suo titolo (mostrato al pubblico su un foglio di carta), spesso abbastanza crudo e specificante dell’atto sessuale violento e degli attributi divini.
Si racconta di come è avvenuta la fecondazione e di come poi la donna si trovi alle prese con questo lascito divino.

La scena è buia.
Al centro una grande vasca bianca quadrata di tre metri di lato circa, all’interno della quale è immerso, indossando abiti bianchi, il figlio mortale del dio.
Su una sorta di pedana nera posta al centro della piscina campeggia il trono della donna, scelta per la sua fisicità dal dio per dargli una progenie.

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Foto Fabio Melotti

Costei si esibisce in una auto narrazione “dannata”, violenta, che Sgorbani cerca poi progressivamente di far tornare su un canone classico, tragico, che rimanda agli archetipi della grecità, come la figura di Medea, madre assassina dei figli nati da una vicenda amorosa tragicamente conclusa. E anche la protagonista di Sgorbani, nella versione interpretata dal duo torinese, a un certo punto mette la spada al collo del figlio, che pare persino volersela spingere lui stesso in gola.
Lei, in abiti dark, occhiali da sole, fa il suo ingresso dal fondo della scena sulle note di un brano pop. Poi entrerà nella piscina e sulla pedana, a prendere il suo posto.
Carnalissima, siederà sul suo scranno centrale, trono di un regno galleggiante, esibendo la mammella, ibrida declinazione del desiderio sessuale ma anche portato simbolico della maternità: un’immagine da pittura quattro-cinquecentesca.
Di qui in avanti un testo di intensità peccaminosa e senza edulcorazioni, in cui “minchia” significa minchia, “sborra” significa sborra, e via dicendo, al quale la Cerruti dona una fisicità inequivoca e di grandissima maestria.

Ma dopo il piacere, si sa, la divinità maschile di solito fugge, e così, in questo caso, rimane, oltre alla progenie immortale, questo figlio “minore”, capro espiatorio menomato (o meno amato) nelle sue profonde intenzioni, che quasi vorrebbe essere ucciso pur di non vivere il proprio destino.
Il passaggio del fuoco drammaturgico dal rapporto sessuale con il divino a quello madre-figlio arriva progressivamente, man mano che all’impeto carnale si sostituisce la relazione con la figura filiale, a conti fatti ancillare, che ruota attorno alla madre, senza parlare, indossando una maschera trasparente, sostanzialmente incapace di uscire dal liquido amniotico nel quale sguazza dal suo concepimento, rappresentato simbolicamente dal latte versato nella piscina, a inizio spettacolo.
Cercherà di venir fuori da questa condizione muta, il giovane, per ricavare una sua identità soggettiva, che tuttavia non si compie.

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Foto Fabio Melotti

La rappresentazione porta sicuramente il testo verso la classicità, un tragitto di senso in  quest’operazione, già assai avanti nel suo compattarsi scenico rispetto a un esito conclusivo.
Giorgia Cerruti risulta interprete di limpida potenza, pur in qualche affanno drammaturgico che nella parte centrale del testo si avverte abbastanza chiaramente e che non trova, nella fissità dell’impianto scenico e della modalità recitativa prescelta, un sufficiente slancio controbilanciante.
Il ruolo del figlio silenzioso, come pure i piccoli oggetti simbolici – un registratorino mangiacassette, un piatto di spaghetti, una spada, dei piccoli pezzi della pedana – con cui di tanto in tanto sia lui che la giunonica protagonista entrano in relazione, simboli onirici e ancestrali, sono gli elementi di questo Primo Studio che necessitano di essere meglio specificati e affinati.

Forse potrà risultare di giovamento un approfondimento sul movimento scenico in una direzione che aiuti la comprensione profonda della relazione fra madre e figlio nei diversi momenti dell’esistenza di entrambi, e che identicamente attribuisca una specificità coerente e definisca con maggior leggibilità gli elementi simbolici presenti in scena, prima occultati alla vista e poi tirati fuori, come estratti da un cassetto socio-antropologico, nel quale comunque occorre mettere ordine.

MATER DEI – primo studio

testo inedito di Massimo Sgorbani
regia, spazio, costumi Giorgia Cerruti
con Giorgia Cerruti e Davide Giglio
una creazione di Piccola Compagnia della Magnolia
con il sostegno di Armunia e di Residenza IDRA e Teatro Akropolis
nell’ambito di CURA # Residenze Interregionali 2018
in collaborazione con Festival delle Colline Torinesi / Creazione Contemporanea

Teatro i – Milano
16/21 gennaio 2019



Categorie:Arte e psicanalisi, Novità, Recensioni, Satura, Scena

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