Dentro alcune proposte della prima edizione invernale del Roma Fringe Festival

FEDERICA GUZZON | Siamo a gennaio ed è insolito parlare del Roma Fringe Festival che, però inaugura la sua prima edizione invernale. E non è questa l’unica novità perché il direttore Fabio Galadini si è insidiato con tanti buoni propositi per innalzare il nome del festival. Il Fringe in particolare ha preso una posizione netta, scremando le sue candidature, che nell’edizione precedente erano ben 360. Questo con l’intenzione di raggiungere il prestigio di molti altri Fringe della rete mondiale.
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Innanzi tutto è stato dato accesso solo agli spettacoli inediti per la Capitale, il che ha generato un certo malcontento per le compagnie romane: saltata l’edizione 2018, le compagnie di Roma che volevano partecipare avrebbero dovuto preparare un lavoro apposito per l’occasione.

Ma la scelta di spettacoli al loro debutto assoluto nella capitale ha portato con sé anche la possibilità di avere delle prime nazionali, valore inequivocabile per un festival che voglia porsi come punto di riferimento per inquadrare la scena odierna: c’è stato più spazio per le compagnie provenienti da fuori Roma, e il premio finale ha incluso anche l’inserimento nelle stagioni teatrale 2019/2020 dei teatri partecipanti alla Zona Indipendente, 14 teatri, dal nord al sud d’Italia, che ospiteranno i vincitori in tournée, l’accesso a uno dei 240 Fringe Festival del mondo. Figure di spicco della scena romana e non solo del calibro di Manuela Kustermann, Flavia Mastrella, Antonio Rezza, Ulderico Pesce, Valentino Orfeo, Ferruccio Marotti, Giorgio de Finis e Pasquale Pesce compongono la giuria, che decreterà i vincitori al Teatro Vascello il 28 gennaio.
I 36 spettacoli selezionati sono andati in scena dal 7 al 27 gennaio al Mattatoio la Pelanda. Una location conosciuta e ben collegata, che però non ha reso al massimo. Infatti le sale sono adiacenti e mentre si vede uno spettacoli si sentono i suoni e le voci dell’altro. Situazione difficile per gli attori che, per fortuna, non si lasciano distrarre.

Vi raccontiamo di un paio di visioni, occorse nella seconda settimana di festival: le compagnie Palinodie di Aosta con Apnea. La più giovane delle Parche  e Casa Zoo di Prato con Out is me. Unanormalestoriatipica.

Bisogna toccare il fondo per riemergere, in questo caso il fondo dell’oceano. Apnea. La più giovane delle Parche è una nuova mitologia su Cloto, la tessitrice del destino che tiene in mano il filo della vita.
L’attrice racconta che un giorno Cloto incontrò un pesce, trasformandosi in Apnea, perché rimasta senza respirare sott’acqua.
Un’incipit fantastico per poi concentrarsi sulla storia concreta di tre ragazze che vivono insieme e sono in cerca della propria strada. C’è una dentista, Versilia, la proprietaria di una concessionaria, Souvenir, e una studentessa che ha paura di mettersi in gioco, Narcisa. Vivono tutte uno stato di angoscia, insicurezza e confusione, che le porta in un’apnea esistenziale.

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Come pesci, abitano nell’acqua di una vasca, unico elemento scenografico. Li si incontrano, si confidano, entrandoci dentro, sedendosi sul bordo, rigirandola e sollevandola. Quella vasca è lo spazio sicuro in cui potersi svelare e, facendolo, le ragazze trovano una forza collettiva, in grado di sbriciolare le proprie fobie. Un percorso dall’individualismo al comune, in cui imparano ad adottare un differente punto di vista per vedere la realtà.

Una storia favolistica che cerca disperatamente un’ambientazione realistica e contemporanea. L’incontro tra la mitologia greca e la narrazione del presente è in uno spettacolo pop, con colori esuberanti e personaggi stereotipati. Per sorreggere lo spunto narrativo di Apnea la trama è stata semplificata, tanto che a volte la vicenda sembra banalizzata, un mero pretesto per supportare il personaggio di Apnea che, metaforicamente, vive nelle protagoniste. La volontà di far quadrare l’allegoria, proponendo una variante del celebre mito, fa sentire il suo peso. Così il bisogno di giustificarsi prende il sopravvento sulla creatività e la vasca diventa un elemento quasi invadente. Invece di aiutare le attrici le rende dipendenti.
I movimenti sono caricati di senso simbolico, risultando artificiali a volte, complice anche il non luogo in cui le ragazze si incontrano, che rende astratta anche la vita che raccontano, quella che avviene fuori casa, a contatto con gli altri.

Non è facile far incontrare leggerezza e peso, allegoria e realtà, mitologia e contemporaneità, concretezza e allusività, il mondo delle idee con il nostro.
Questa duplicità di intenti ha trovato un suo percorso più intellettuale, un po’ a spese della parte emotiva e alla fine, nonostante i personaggi si stiano confrontando con gli stessi drammi degli spettatori, non riescono a coinvolgerli del tutto.
Una strada potrebbe essere quella di imprimere alla recitazione un ritmo più accelerato per provocare irriverenza e ilarità con maggior potenza.
Dall’altra parte lo spettacolo ha un forte impatto visivo grazie ai costumi dei personaggi, ai colori delle parrucche e dei sali da bagno che le attrici si lanciano, confondendosi in una nube di toni pastello.
Apnea. La più giovane delle Parche ha bisogno di rodarsi, di incontrare la risposta del pubblico perché le idee che contiene sono stimolanti, ma ne va distillata e definita maggior efficacia.

Yuri Tuci è un ragazzo autistico ad alto funzionamento ed è il protagonista di Out is me. Unanormalestoriatipica.

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Unico attore in scena, racconta la sua esperienza traslata in un viaggio galattico nel suo inconscio. Yuri si presta a illustrare i Disturbi dello Spettro Autistico e quella che sembra una lezione si trasforma ben presto in una stand up comedy.
Il percorso narrativo affronta le tappe della crescita, seguendo lo storytelling  del video proiettato sul fondo. Il protagonista si lascia condurre a ritroso nelle sue esperienze, per mostrare il proprio punto di vista. Dall’orsacchiotto, che ha accompagnato ogni bambino, alla masturbazione, fino all’amore, tutto uguale, ma con un valore differente per il protagonista. Out is me. Unanormalestoriatipica utilizza degli esempi di vita quotidiana per evidenziare come la realtà sia unica per ognuno di noi, in relazione alla nostra percezione.

Yuri spiega che l’autismo «provoca ristrettezza d’interessi e comportamenti ripetitivi» e, quando lo ripete per la terza volta, è chiaro che la lezione è solo un escamotage per affrontare ciò che è davvero il disturbo, ciò che non si conosce, ciò che sa bene chi lo vive e chi gli è a fianco.
A mano a mano che l’attore entra nell’argomento la sensazione è quella di avvicinarsi, di riconoscersi sempre più nelle reazioni sociali, nel rapporto difficile con l’altro, nell’affezione con i giochi dell’infanzia. Spostando il proprio punto di vista gli scenari sembrano uguali ai nostri ma noi ci vergogniamo dei nostri impulsi e turbamenti interiori, così giustifichiamo le azioni per essere accettati nella società. Questo pudore nel caso dell’autismo viene meno e Yuri non ha paura a raccontare le serate in cui doveva correre all’Autogrill per comprare una macchinina, altrimenti non si calmava; oppure l’eccitazione fisica vedendo le colleghe di scuola in minigonna.

Cosa c’è nella nostra testa? Cosa sono questi pensieri che ci investono totalmente, tanto da prendere il controllo? Nessuno lo sa, come nessuno ancora sa spiegare cosa determini l’autismo.

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Yuri sa solo che da quando è nato vive in questi panni e che crescere per lui è stato più complicato. Lo sa raccontare, con umorismo, con fantasia, trasportando lo spettatore. Un incredibile attore che emoziona il suo pubblico con uno sguardo pieno di significato. Le sue parole suonano come verità profonde, prive del turbamento emotivo che potrebbe frenarle o rallentarle.
Yuri è l’unico attore ma non è da solo, c’è la narrazione visiva a dialogare con lui, a portarlo in trincea mentre i caccia militari lanciano psicofarmaci. Oppure in un viaggio intergalattico tra milioni di stelle: la sua testa, che è una costellazione di punti uniti da linee intrecciate tra loro.

Il testo (scritto da Lorenzo Clemente, Francesco Gori, Yuri Tuci) passa da momenti esilaranti e grotteschi ad altri intimi e poetici. Non è altro che una questione di percezione: ci si guarda da dentro o da fuori e nonostante l’autismo ti conduca fuori dalla società, fuori dai rapporti interpersonali, fuori perfino da te stesso, Yuri è in grado di mostrarci la coscienza di chi è e di chi siamo noi. Carica di emotività e morale.

Alla fine di questo viaggio lo spettatore si sente disorientato: vede portate in scena le paure che non riesce ad affrontare, le scelte che non prende, l’ipocrisia dei comportamenti sociali. Non vi è mai capitato di voler urlare tra la gente o essere pervasi da un forte desiderio e di volerlo soddisfare all’istante? Allora chi è davvero libero, chi cerca la libertà o chi dà per scontato di averla?

La libertà – legge Yuri in una poesia nel finale – è la facoltà di scegliere cosa riteniamo giusto: e questo ci fa soffrire, ci spaventa, ma non dobbiamo mai smettere di batterci per difenderla.
Out is me. Unanormalestoriatipica è un’esperienza privata e sarebbe stato bello vederla in una piccola stanza, insonorizzata. Avvolti dalla musica elettronica (scelta da Claudio Brambilla, Marco Biagioli) e dalle immagini proiettate (ideate e montate da Lorenzo Clemente), con la presenza scenica di Yuri Tucci. Lui che è in grado di riempire lo spazio e il tempo con i suoi gesti mimetici e suoni onomatopeici, che creano uno scenario davvero immaginifico.

 

APNEA. LA PIÙ GIOVANE DELLE PARCHE
Palinodie, Aosta

di Verdiana Vono
con Alice Corni, Elisa Zanotto, Maria Chiara Caneparo
regia Stefania Tagliaferri
Mattatoio Roma // La Pelanda
Piazza Orazio Giustiniani, 4 (Testaccio)
lunedì 14, martedì 15, mercoledì 16 gennaio 2019 // Sala A

OUT IS ME. UNANORMALESTORIATIPICA
Casa Zoo, Prato

di Lorenzo Clemente, Francesco Gori, Yuri Tuci
con Yuri Tuci
regia Francesco Gori
Mattatoio Roma // La Pelanda
Piazza Orazio Giustiniani, 4 (Testaccio)
lunedì 14, martedì 15, mercoledì 16 gennaio 2019 // Sala B



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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