Sguardi, linguaggi e Calcinculo: Intervista a Babilonia Teatri

MARTINA VULLO | Tra sfilate canine e giostre da luna park, estintori e cori alpini, la compagnia Babilonia Teatri è arrivata a Teatri di Vita di Bologna con lo spettacolo Calcinculoun collage di monologhi e canzoni che, attraverso le voci e i corpi di Enrico Castellani e Valeria Raimondi, ha alternato in chiave satirica, sulla scena, i luoghi comuni, le contraddizioni e le meschinità di certi pensieri, anche politici, dominanti oggi nel nostro paese. Un chiaro spostamento formale rispetto alle due precedenti regie (David è morto e Pedigree) che si contraddistinguevano per l’innovativa presenza di una trama.
Del resto la sperimentazione non è sempre una strada rettilinea: in Calcinculo è tutta musicale ed è proprio a partire dalla musica che diamo inizio alla nostra chiacchierata con Enrico Castellani.

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A ogni vostro nuovo spettacolo mi capita di chiedermi quali saranno le canzoni che troverò in repertorio. Da Jeff Buckley a Elvis, dai Blur a Brian Eno, infatti, avete sempre attinto a pezzi noti, spesso utilizzati – un po’ come certe frasi incastonate nei monologhi – come una citazione del quotidiano. In Calcinculo c’è un cambiamento di dinamiche. Da cosa scaturisce?

La musica nei nostri spettacoli è sempre stata un elemento fondamentale, ma di certo qui accade qualcosa di molto diverso: non soltanto perché le canzoni vengono cantate live, ma anche perché sono state create appositamente per lo spettacolo. I testi sono stati scritti da noi e pertanto sono a tutti gli effetti parte della drammaturgia originale di Calcinculo.
Tutto nasce dalla volontà di trovare un’altra forma per portare la parola a teatro: una forma che sia in grado di dialogare con lo spettatore a un livello diverso rispetto a quello che può essere raggiunto dalla parola e che, nella nostra ambizione, vorrebbe provare a rivolgersi anche a un interlocutore diverso dallo spettatore comune di teatro.
La canzone, generalmente, ha un tipo di fruizione diversa e a noi interessa molto creare forme trasversali ai pubblici che, a livelli differenti, possano essere lette anche da persone non necessariamente assidue nella frequentazione del teatro, ma che decidono di incontrarlo anche solo saltuariamente.
Potrebbe sembrare una banalità ma quello dell’interlocutore a cui ci si rivolge, quantomeno per noi, è un elemento su cui riflettere.

Per la creazione delle musiche vi siete affidati a Lorenzo Scuda degli Oblivion. Come nasce questa collaborazione? In che modo avete lavorato alle canzoni? Durante il processo di creazione, canzoni e monologhi nascono in parallelo o sono momenti separati?

La collaborazione con Lorenzo Scuda nasce da una conoscenza reciproca di lunga data. Lui è sempre stato spettatore dei nostri lavori. Più volte ci aveva invitati a mandargli alcuni nostri testi registrati per sperimentare un tappeto sonoro che potesse accompagnarli. Ci vedeva all’interno un tipo di musicalità che avrebbe potuto valorizzarli. Questo esperimento non l’abbiamo mai portato a termine, ma nel momento in cui abbiamo deciso che per Calcinculo intendevamo scrivere delle canzoni vere e proprie ci siamo rivolti subito a lui.
Quando abbiamo iniziato a provare non c’era ancora chiaro se il nostro lavoro sarebbe stato più un concerto o uno spettacolo. Come queste due anime potessero convivere. Abbiamo raccontato a Lorenzo il progetto e gli abbiamo dato un panorama di gusti musicali e indicazioni rispetto alle quali è stato profondamente in ascolto, per creare le canzoni che adesso fanno parte dello spettacolo. I testi delle canzoni che gli abbiamo fornito sono poi stati lavorati in relazione alle musiche, anche se molto parzialmente: lui aveva già fatto un lavoro molto grande affinché le parole potessero rimanere il più possibile quelle scritte sulla pagina. Ovviamente la ritmica ha chiesto piccoli accorgimenti.
Per quanto riguarda poi il processo di creazione non c’è stato un lavoro per cui ci si è dedicati prima a un blocco e poi a un altro, ma un dialogo tra canzoni, testi e palcoscenico, in una dialettica in cui – come accade negli spettacoli che non raccontano una storia, ma sono dei montaggi -–il lavoro sui diversi elementi è andato avanti per tutto l’arco della creazione senza separazione fra l’uno e l’altro.

Un momento che in Calcinculo cattura particolarmente l’attenzione è certamente quello della sfilata canina, con tanto di presentazione dei concorrenti e teorica votazione finale… In realtà quello dell’animale è un elemento che nei vostri spettacoli ritorna spesso: capita di incontrare animali vivi sulla scena, che vengano citati nel testo o che siano presenti anche in qualità di corpi morti (penso all’agnello in Jesus o, in questo caso, alla coda di volpe). Come mai questo elemento è così importante per il vostro teatro?

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Credo che l’animale abbia in sé qualcosa di archetipico che affiora durante la creazione. Spesso e volentieri è simbolo, è paradigma di qualcosa: penso, come hai detto, all’agnello di Jesus, alla testa del bue e dell’asino in The end, alle galline che utilizzavamo vive in Underwork dove raccontavamo di questo tempo in cui le aspettative di lavoro sono ridotte al minimo per i giovani e dall’altra parte, però, di come il modo in cui razzoliamo va forse un po’ di pari passo alle occasioni che abbiamo davanti.
E anche qui i cani diventano il simbolo, portato all’estremo, della nostra continua necessità di mostrarci. La sfilata in sé, come emblema del bisogno di mostrarsi è un’immagine consunta e la sfilata dei cani porta quest’immagine a un livello di grottesco che per noi è in grado di graffiare nel rappresentare il nostro mondo e nel provare a rappresentare anche due estremi che si toccano: da una parte l’umanizzazione dell’animale e dall’altra la disumanità completa con cui invece lo alleviamo. Senza entrare in nessuna retorica, la loro presenza sul palcoscenico per noi è in grado di evocare tutto questo.

In un’intervista precedente raccontavi di come i diversi spettacoli dei Babilonia possano essere considerati un’unica grande scrittura che rispecchia il vissuto e la sensibilità della compagnia nel corso del tempo. Per quanto i vostri lavori siano sempre un misto di elementi politici e situazioni soggettive, nel tempo si passa da uno sguardo più rivolto alla società (Underwork, Made in Italy, Pornobboy) a uno sguardo più ripiegato su se stessi (The endJesus, ma in parte anche David è morto) per poi ritornare con Pedigree e con quest’ultimo lavoro a porre l’accento sul civico e sul sociale. Si può parlare di “periodi creativi” dei Babilonia Teatri?

Io credo che il nostro sguardo a volte sia rivolto più verso l’esterno, a volte si ripieghi più verso di noi, verso la persona, verso il singolo. In realtà questi due sguardi non sono mai così separati perché nel momento in cui si racconta di un’individualità, di un singolo lo si fa sempre in relazione al modo in cui abita la realtà con la quale ha a che fare tutti i giorni. E anche nel momento in cui rivolgi lo sguardo verso l’esterno sei sempre tu, con le tue emozioni, con la tua pancia e la tua testa a guardare verso il fuori. Non prescindi dal tuo stare all’interno di quel contesto.
Io non parlerei tanto di periodi, ma più di accenti che vengono messi da una parte o dall’altra. Però di sicuro il fatto che ci sia una continuità è indiscutibile e credo faccia parte del fatto che siamo autori dei nostri spettacoli. Quello che proviamo a raccontare è il nostro mondo e questo necessariamente porta a una continuità dei tratti all’interno dei quali ovviamente si notano delle differenze.
Anche semplicemente il passare del tempo e l’esperienza ti portano a guardare con occhi diversi quello che hai attorno.

E con occhi sempre diversi siete tornati spesso a osservare il rapporto fra genitori e figli. A questo proposito, ho letto di un Padre Nostro in cantiere per Giugno. Di cosa si tratta?

Padre Nostro sarà uno spettacolo che vedrà protagonisti un padre con due figli che lo saranno sulla scena ma lo sono anche nella vita. Il padre è Maurizio Bercini: uno dei fondatori del Teatro delle Briciole di Parma, che ha una sua compagnia teatrale che si chiama Ca’ Luogo d’Arte, insieme ai figli Olga e Zeno. Lo spettacolo prende le mosse da una suggestione di partenza: immaginare Hansel e Gretel venti anni dopo, che portano a loro volta il padre nel bosco dove lui li ha abbandonati, lo legano a una sedia e chiedono ragione di quel suo gesto.
È uno spettacolo che vuole provare a raccontare la relazione tra padri e figli oggi, senza nessuna pretesa di universalità, ma con l’idea che si provi a raccontare il presente di due ragazzi di sedici e ventitré anni, senza prescindere dal corrispettivo genitoriale. Spesso e volentieri quando sentiamo parlare di nuove generazioni, di giovani, di futuro è come se questi venissero rappresentati e raccontati a sé. Separati dal resto del mondo. Qui l’idea è invece quella che si possa provare a instaurare un dialogo o, se un dialogo non è possibile, provare a raccontare un contrasto.


Per concludere, in Calcinculo, fra le altre cose, si ironizza anche sulla macchina teatrale e sulla sua mancata centralità nella nostra società. Quali sono per voi le difficoltà e quali invece gli stimoli del lavorare in questo assetto di relativa marginalità?

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Gli aspetti positivi sono sicuramente la libertà assoluta di potersi esprimere senza dover mediare da nessun punto di vista, se non per quello che si ritiene necessario per entrare in contatto col pubblico. Il limite è quello di un’arte che sempre di più si rivolge a un’élite di persone, a prescindere dal fatto che si faccia un teatro commerciale o un teatro che frequenta ambiti più vicini al contemporaneo. Quest’ultimo ha, in più, uno specifico che necessita di essere rivendicato che è quello di permettere un dialogo e una vicinanza con il pubblico che nessun altro media possiede. Allo stesso tempo la percezione che se ne ha all’esterno è invece di qualcosa di desueto: spesso e volentieri l’idea di teatro che la stragrande maggioranza delle persone ha corrisponde a un qualcosa che è rimasto fermo a una forma, a dei testi, a degli autori che magari non sono più in grado di rappresentarci o di parlarci. E tante volte, per chi invece il teatro lo frequenta, l’idea è che esso debba essere proprio quella cosa. Una modalità diversa rischia invece di non rispondere al canone che ci si aspetta di incontrare. Qui chiaramente c’è alla base proprio un discorso di educazione e di conoscenza. Però fino a che questa situazione permarrà io credo che rappresenterà un grande limite per il teatro e per la sua possibilità di dialogare e di incontrare le persone.

 

CALCINCULO

di e con Enrico Castellani e Valeria Raimondi
e con Luca Scotton
musiche Lorenzo Scuda
fonico Luca Scapellato
direzione di scena Luca Scotton
produzione Babilonia Teatri, La Piccionaia
coproduzione Operaestate Festival Veneto
scene Babilonia Teatri
foto di scena Eleonora Cavallo

Teatri di Vita, Bologna
18 Gennaio 2019.

 

 

 



Categorie:Interviste, Novità, Pac incontra, Scena, Teatro

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