Lo Schubert di Castellucci: la musica (e il dolore) oltre ogni forma d’arte

ESTER FORMATO |Il canto del cigno (Schwanengesang) è un insieme di lieder – vale a dire pezzi per voce e pianoforte – composti dal musicista Franz Schubert che coglie a pieno lo spirito romantico germanico del primo ‘800.

È appunto nel segno del Romanticismo che Romeo Castellucci allestisce il suo Schwanengesang, allo scopo di riempire il vuoto del teatro con la pienezza emotiva e struggente che la sola voce di Kerstin Avemo (soprano) fa fluire durante tutto il breve spettacolo.
Sembra che ci si trovi dinanzi a un’esperienza, più che a un allestimento; nota dopo nota (al piano Alain Franco) una climax di emozioni traspare attraverso un unico volto e un’unica voce, punto di fuga di tutto il lavoro in cui elemento aggiuntivo sono le parole delle composizioni che si stagliano sul fondo, costituendo una sorta di drammaturgia visiva.

Il fulcro di questo lavoro, dunque, è proprio la performance emotiva del soprano. Il suo volto si fa trasposizione visiva e fisica di quanto si ascolta e si legge. Musica e teatro si fondono attraverso il corpo dell’Avemo, lo spettacolo si trasforma nella struggente sofferenza che provocatoriamente guadagna l’assoluta centralità; è forza catalizzatrice che con incalzante insistenza sembra interrogare lo spettatore, presentargli, nudo e rabbioso, un animo dolente.

2.jpg

La fragilità fisica al cospetto di una titanica percezione del vano, della sofferenza che appare ingombrante, inadatta a ogni forma concettuale e artistica è probabilmente l’idea di partenza di questo lavoro. Lo si intuisce dal progressivo affaticamento psico-fisico che il soprano mostra allo spettatore, canto dopo canto; all’inizio la compostezza e la ritualità di Kerstin Avemo si accorda col minimalismo della scena ombratile e chiaroscurale – al cui gioco è assoggettata la figura della donna – la cui tonalità è potenziata dall’argenteo riflesso della lucida crespatura che ricopre l’assito. Una minima luce dal fioco biancore vi si rispecchia, come superficie acquosa e limpida. Questo equlibrio cromatico si fa correlativo oggettivo, traduzione scenica di ciò che leggiamo al fondo.

Man mano la tensione del corpo cresce, qualcosa dell’apparente armonia iniziale si sfalda, la voce e il corpo subiscono un costante snervamento mentre il tema dei lieder si fa sempre più tragico conducendo l’attrice a un tracollo totale che si traduce nel comprimersi sul fondale, trafitta ormai da un’inesorabile sofferenza. Si spezza così la “forma” e si rompe con tutto ciò che incarna convenzionalmente la scena.

Lo spettacolo, prodotto nel 2013, prevede in origine la presenza di una sorta di alter ego del soprano; Valérie Dréville – che non ritroviamo nella replica vista alla Triennale –  esterna lo svilimento che si tramuta in aggressività verso lo spettatore “guardone”, attaccandolo, inveendo contro di lui e alla fine scusandosi, come a togliersi una maschera e al contempo ripristinare, volendo o nolendo, il rapporto attore-spettatore che resta come scheggiato.
E infatti le interferenze di Scott Gibbons, a un certo punto, risvegliano bruscamente il pubblico che tocca con mano questa frattura prodottasi, eppure è lì, irriducibilmente a osservare e completare quanto sta accadendo in scena.

Come una sorta di anello, lo Schwanengesang parte dal minimalismo gestuale e scenico, nel corso dello spettacolo si assiste ad un progressivo sfaldamento quasi come se si volesse annientare la dimensione teatrale, per poi ritornare al binomio attore-spettatore, congiunzione insopprimibile e quindi, irriducibile.
Questa idea che Romeo Castellucci ci pone davanti, porta a confrontarsi con un teatro che si trasla in altri linguaggi, richiamando sensi e sensibilità che varcano la soglia di quanto pertiene al linguaggio scenico ordinario.
Come un processo dialettico la compagine del teatro si infrange su quella della musica di Schubert, “soffocando” in virtù di un’universalità in cui la sofferenza, la vita che si spezza, l’amore infelice diventano un unico dolente afflato che, in una miriade di modi, appartiene a tutti noi.

Insomma, la ricerca di un universale si identifica nella preminenza della musica che supera ogni tipo di comunicazione convenzionale e giunge a occupare tutto lo spazio di un teatro, quasi come a superarne ostinatamente limiti e finitudini: un’arte che ne valica un’altra, attingendo al senso (romantico) di assoluto, di universalità che attraversa tempi e luoghi inafferrabili perché sepolti in ciascuno di noi.

 

SCHWANENGESANG D744

concezione e regia Romeo Castellucci
musiche Franz Schubert
interferenze Scott Gibbons
collaborazione artistica Silvia Costa
drammaturgia Christian Longchamp
con Kerstin Avemo (soprano) e Alain Franco (pianista)
realizzazione dei costumi Laura Dondoli e Sofia Vannini
produzione Benedetta Briglia
organizzazione e comunicazione Gilda Biasini, Giulia Colla
amministrazione Michela Medri, Elisa Bruno, Simona Barducci, Massimiliano Coli
produzione Socìetas
coproduzione Festival d’Avignon, La Monnaie/De Munt (Bruxelles)
foto © Christophe Raynaud de Lage

Teatro Triennale, Milano
3 febbraio 2019



Categorie:In evidenza, Novità, Recensioni, Teatro

Tag:, , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: