Numerologia dell’ossessione. Il Riccardo 3 di Vetrano e Randisi

MARIA FRANCESCA GERMANO| La scheda informativa dello spettacolo ci avvisa, fin da subito, che l’opera è “molto liberamente ispirata” al Riccardo III di Shakespeare e ai crimini di Jean-Claude Romand. Chi sia, poi, questo Jean-Claude Romand, non ce lo diranno nemmeno dopo, ma ne avvertiremo costantemente la presenza.
Nella foto sulla locandina, su uno sfondo giallo sole, tre uomini siedono su una panca a  braccia conserte; non hanno la testa o, se c’è, gioca a nascondino tra le pieghe marroni del cappotto.

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Foto Luca Del Pia

Con questo livello basic di informazioni e la curiosità di chi ancora non si è lasciato  suggestionare da speculazioni su senso e significati, stacchiamo il biglietto all’ingresso. All’Abeliano, per la Stagione Teatrale del Comune di BariTeatro Pubblico Pugliese, sta per andare in scena Riccardo 3 – L’avversario, di Francesco Niccolini, con Enzo Vetrano e Stefano Randisi – anche registi –  e Giovanni Moschella.

Ci sediamo di fronte a una scenografia di un nosocomio che dopo chiameremo manicomio, già illuminata da due neon; pareti verde acido e bianco candido, una barella dal lenzuolo non sgualcito con sopra una corona che sembra sia stata dimenticata lì dall’anacronistico “trovarobe” della compagnia; un comodino, una teca con dieci teschi che, in quell’atmosfera algida, non producono inquietudine di per sé; una panca, due attaccapanni, undici finestrelle e una porta retinate; un varco di scena, una sedia a rotelle rossa.

Le persone intorno non sono ancora spettatori, chiacchierano, ridono, scartano caramelle – scartare caramelle a teatro dovrebbe essere considerato un reato penale – chattano, telefonano, non sembrano far caso alla scena; e intanto, passati dieci minuti, noi,  invece, cominciamo a sentirci agitati, a disagio, in preda a un malessere quasi fisico, spiati e giudicati per la nostra superficialità da quella stessa scena. Siamo in un nosocomio-manicomio e nelle narici comincia a soffiare mestamente un odore di corpi malati, di cani bagnati e cibo rancido, forse ricordi lontani.

Ci vorrebbe silenzio ora. Si spengono tutte le luci, il teatro è nel buio totale per qualche secondo. Si riaccendono in forma flebile a illuminare un uomo che dorme su una sedia a rotelle, Enzo Vetrano, reso piccolo piccolo dal suo grande cappotto col collo di pelo e dalla proiezione di una grande ombra di corvo e, subito dopo, sorvegliato dall’alto da due uomini incorniciati da due finestrelle illuminate a notte.

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Foto Luca Del Pia

Quando si sveglia, il nostro piccolo uomo è Riccardo, interpreta Riccardo III, diventa il più celebre tiranno della storia scagliato liricamente dal passato al presente a raccontarci il male. Come in un incubo a occhi aperti ci conduce nel dramma di un uomo, il cui unico obiettivo è diventare re, indossare la corona per ottenere la quale, davanti a noi,  progetta  ed attua il suo raccapricciante piano omicida.

Trama congiure, ammazza e fa ammazzare con lucido delirio, nei modi più subdoli ed efferati: nipoti, fratelli, re, regine, amici e nemici, aiutato dai suoi colleghi e forse anche infermieri.

Stefano Randisi e Giovanni Moschella, infatti, chiamati in causa, all’occorrenza, inseguendo complicate trame storiche e visioni drammaturgiche e indossando a vista elementi significanti di costumi di scena, interpretano, con compita bravura, tutti gli altri personaggi maschili e femminili: Clarence, Buckingham, re Edoardo, lady Anna, la regina Elisabetta, Margherita e tanti altri.

Il tutto in un’atmosfera idrofoba, tossica, delirante, ma a tratti anche dolce, ironica e grottesca, il cui tempo è scandito da un raccapricciante suono metallico, a ricordare una ghigliottina e una conta di cadaveri, ma anche dal passo sincronizzato e marionettistico dei due-tanti personaggi presenti.

A corona indossata, il nostro Riccardo, in preda all’angoscia più violenta, intrappolato nel suo odio e nel suo dolore, obnubilato da incubi e visioni dei fantasmi delle vittime, in una cornice psichedelica che sembra claustrofobicamente restringere la scena, perde la battaglia con la vita, in una spietata sofferenza psichica, e tenta una pacificazione con la morte a riparare il senso di colpa del carnefice. Un obiettivo che infiamma il suo ultimo disegno in una richiesta di oblìo che non è la spada ma una siringa implorata.

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Foto Luca Del Pia

Che meraviglia Vetrano! Dentro una forma impregnata del peggio dell’essere umano, in una cornice qualche volta tracimante, in un insopportabile reale, ammalia, sconvolge, trema, incanta, si apre, fascina, cade, rinasce, urla, si spoglia, tormenta, lotta.

Genera compassione e misericordia, quel tipo di misericordia che tempera la giustizia. Forse attraverso le sue mani, tremanti a tamburellare sui braccioli della sedia a rotelle, o poste una sull’altra, sulle ginocchia strette, con vene inermi in vista, a richiedere carezze. O forse sarà la sue esse o quel modo speciale di pronunciare parole e di sghignazzare arricciando il naso. Riusciamo addirittura a commuoverci.

Ma come si può desiderare la fine del dolore di un essere malvagio?
Dopo un applauso dirompente, usciamo pensierosi dal teatro chiedendoci: “Ma chi è Riccardo?”
Un pazzo che crede di essere il re?
Un attore che impersona il re che crede di esser pazzo?
Il re pazzo?

Con questi interrogativi, ci abbandoniamo alla efficace dispersione di senso che l’allestimento ci ha imposto.
E con le curiosità che sempre lasciano gli spettacoli ben fatti.
Come quella su Jean-Claude Romande che l’irriducibile spettatore, scoprirà essere un pluriomicida francese che, fintosi medico per anni, nel gennaio 1993, per evitare di essere scoperto, sterminò genitori, moglie e due figli. Da questa vicenda ha tratto ispirazione  lo scrittore Emmanuel Carrère per scrivere il suo romanzo L’Avversario.

 

RICCARDO 3 – L’AVVERSARIO

di Francesco Niccolini
regia Enzo Vetrano e Stefano Randisi
con Enzo Vetrano, Stefano Randisi e Giovanni Moschella
assistenti alla regia Lorenzo Galletti e Roberto Aldorasi
scene e costumi Mela Dell’Erba
luci Max Mugnai
produzione  Arca Azzurra Produzioni, ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione in collaborazione con le Tre Corde/Compagnia Vetrano Randisi

Teatro Abeliano, Bari
7 febbraio 2019



Categorie:Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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