Ceneri al Teatro di Rifredi, il lato nero dell’identità che brucia dentro

FanchonBilbille_06.jpgRENZO FRANCABANDERA | Un piromane in senso clinico non ha generalmente altri sintomi, se non la fissazione per il fuoco, la causa del suo comportamento: il fuoco viene utilizzato solo per generare piacere in costoro, che non di rado hanno legami con istituzioni che controllano il fuoco stesso. In altre parole, la piromania, si basa esclusivamente sul bisogno frequente di appiccare un incendio, per il piacere ed il sollievo che dall’atto deriva. Tutte le altre fattispecie, pur se legate al crimine, non ricadono sotto la categoria della piromania.
Gli altri, per così dire, sono “normali” incendiari.
Da quando sono uscito dalla sala dopo la fruizione di Cendres – Ceneri, al suo debutto nazionale al Teatro Rifredi di Firenze, il tema del resoconto di questa visione si è spostato progressivamente dalla esaltazione della notevole tecnica cui avevo assistito in  scena, alle scorie della profondità psicologica che riguarda la sostanza drammaturgica del lavoro. La vicenda sviluppa infatti una sorta di sovrapponibilità fra i comportamenti di un piromane seriale e quelli di un artista che decide di lasciare gli studi e dedicarsi all’arte. Che universi distanti, verrebbe da pensare!
E invece il tema è che la drammaturgia e la regia alla fine ci dimostrano che queste distanze non sono poi così enormi come si potrebbe pensare a prima vista. E questo ovviamente non può che dar da pensare, con riferimenti agli sbagli ripetuti, ai comportamenti ossessivi, a quelle piccole manie che comunque nascono dentro di noi e che rimangono in un ambito controllabile o apparentemente tale. Cosa lega e cosa distingue un comportamento normale da uno che di colpo esplode in manifestazioni antisociali così ampie. Letture di ogni genere, una fra le tante L’incendiario e il piromane di Patrizia Santovecchi pubblicato anche in Psico&Patologie, N. 2 – giugno 2016, Anno 7. E tutto questo perché?

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foto Bilbille

Torniamo a teatro e a questa notevole creazione di teatro di figura di cui avevamo già parlato per primi quando Marta Galli ci ha regalato il suo reportage da Avignone Off.
Parliamo di uno spettacolo costruito con meticolosità e che ruota attorno al postulato di indagine sull’area nera che abbiamo tutti dentro, quella zona inconfessata e inconfessabile che ci fa ricadere ossessivamente negli stessi errori, nelle stesse paranoie, nelle maniere che ci rendono fragili e insicuri.
Il pretesto drammaturgico come si diceva è la coincidenza che lega due vite: quella di un piromane seriale e quella del narratore dello spettacolo, nati nello stesso paese. Il secondo è ancora bambino di pochi mesi quando il primo nel suo paesino agricolo tranquillissimo in Norvegia in pochi giorni appicca il fuoco a buona parte del villaggio, delle cascine, alle stalle, provocando enorme distruzione in una comunità tranquilla. Avant que je me consume dell’autore norvegese Gaute Heivoll, nato nel 1978 e che si è dedicato alla letteratura dopo studi di diritto e psicologia, è il libro a cui si ispira Cendres, Ceneri, un lavoro di marionette manipolate da attori su fondo nero.
La regia di questo spettacolo si deve ad un’altra artista norvegese di nascita, Yngvild Aspeli, che ha studiato alla Scuola Internazionale di Teatro Jacques Lecoq di Parigi (2003-2005), poi alla Scuola Nazionale di Arti delle Marionette (ESNAM) a Charleville-Mézières (2005-2008). Come risultato dei suoi studi, Yngvild ha poi iniziato un percorso che l’ha vista in teatro come attrice, manipolatrice e poi alla costruzione di maschere e burattini con varie compagnie in Francia, Norvegia e Inghilterra. Direttrice artistica della società Plexus Polaire, con sede in Borgogna dal 2016, in seguito a una partnership con la compagnia Philippe Genty, la Aspeli, che vive in Francia dal 2003, ha avuto una carriera di respiro internazionale.
Ceneri, suo maggior successo, creato nel 2014, da allora non ha smesso di girare. Dopo Black Room (2017), la regista sta lavorando ora ad un adattamento di Moby Dick di Herman Melville per il 2020.

Ma ritorniamo allo spettacolo e all’incrocio fra la vita del piromane e quella dello scrittore che all’epoca dei fatti aveva praticamente due mesi. La storia narrata in scena ha sicuramente un che di autobiografico: è infatti quella di un giovane scrittore che racconta in prima persona il suo vissuto. Lo incontriamo all’inizio spettacolo che si affanna nell’angolo disordinato di una casa modello fuorisede, in cui ha accumulato numerose bottiglie di birra un cestino pieno di rifiuti e pile di carte e cartacce.
È intento a scrivere una storia che mescola autobiografia e documentario, e il suo rapporto con la figura paterna, ormai prossima alla fine, a cui non riesce a confessare di aver abbandonato gli studi per dedicarsi all’arte.
Mentre racconta, sullo sfondo si illumina un paesino che immaginiamo arroccato su una collina. Le case di notte. Si vedono le finestrelle illuminate. Dal buio compare una marionetta manipolata che cammina nell’oscurità, guardandosi di qua e di là con fare circospetto: capiremo ben presto che è il protagonista della vicenda di cronaca di cui lo scrittore era intento a scrivere. Un sembiante fisico da Van Gogh, barba e capelli rossi. Entra nella sua casa dove i genitori in un salotto démodé sono intenti alla loro vita anziana. Anche loro ricostruiti e mossi con perfezione maniacale.
Il padre del piromane è un ex comandante dei vigili del fuoco.

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©Kristin_Aafløy_Opdan

Nel giro di poco più di un mese fra maggio e giugno del 1978 l’uomo, scopriremo, diede fuoco praticamente a mezzo villaggio: fattorie, case: nulla verrà risparmiato ad una furia criminale che arrivava in quei giorni al suo apice di volontà esteriore di compiersi, una voglia non di rado congiunta al bisogno di farsi scoprire e uscire allo scoperto.
Il mostro che della sua grotta, dal lato oscuro, viene fuori come un lupo feroce, che di colpo appare in scena nella sua corsa famelica. Lo spettro del disagio così difficile da scovare e così inaspettato nella sua esplosione ricorda quello di tante occorrenze maniacali, più o meno criminali, più o meno omicide.

L’azione e soprattutto le figure sono davvero di una potenza documentale ed evocativa incredibile, sostenute da una trama del movimento di rara perfezione e puntigliosità.
Gli stessi attori, in scena, alternano attività manipolatoria, comunque prevalente, ad alcune sporadiche presenze in qualità di figuranti, eccezion fatta per il protagonista narratore, interpretato in corpore dall’attore. Meticolosi i costumi di Sylvia Denais e il disegno luci di Xavier Lescat.

La creazione nel suo complesso ha una parte realizzativa che per cura del movimento anatomico e dinamica scenica è davvero strabiliante. Un verismo di rara potenza che permette allo spettatore di guardare al codice del teatro di figura come ad una forma molto molto adulta e capace di un dialogo tra il sognante e l’incubo ad occhi aperti. È come poter essere bambini e adulti assieme e risvegliare un senso profondo dell’inconscio, sentimento che ovviamente resta, come si diceva all’inizio, dopo la fruizione. La componente drammaturgica ha qualche flesso nel ritmo narrativo, ma parliamo di un esito così assoluto nella sua completezza e potenza evocativa per il tramite del mezzo, da non poter far altro che suggerirne la visione (e la programmazione).
Non possiamo chiudere se non ricordando che ha portato in Italia per la prima volta questo capolavoro di teatro di figura (ma anche molti altri negli anni passati) grazie ad uno scouting internazionale maniacale la direzione artistica del Teatro Di Rifredi di Firenze affidata a Giancarlo Mordini e Angelo Savelli, un teatro-gioiello per gestione e programmazione, un teatro che fa molto di più di quanto se ne racconti in giro.

 

CENERI

uno spettacolo di Yngvild Aspeli
attori e marionettisti Viktor Lukawski, Aïtor Sanz Juanes (in alternanza con Alice Chéné) e Andreu Martinez Costa
scenografie Charlotte Maurel e Gunhild Mathea Olaussen
musica Guro Moe Skumsnes e Ane-Marthe Sørlie Holen
costumi Sylvia Denais
luci Xavier Lescat
video David Lejard-Ruffet



Categorie:Arte, Arte e psicanalisi, Novità, Recensioni, Satura, Scena, Teatro

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