Un’indagine sulla società vestita da dramma teatrale: “Il Penitente” di Mamet.

ILARIA COSTABILE | A volte per poter indagare la società in cui si vive in maniera analitica, scevra da sovrastrutture e da uno stucchevole buonismo conformista bisogna servirsi dello sguardo di qualcuno che accolga il cinismo come sua filosofia di vita e la verità come sua profonda fede religiosa. Ed è proprio quello che si percepisce leggendo i testi dello sceneggiatore americano David Mamet, che con la sua prolifica penna ha scandagliato le brutture della società americana, o forse sarebbe più giusto dire della “società odierna” attraverso il linguaggio teatrale e cinematografico. Come già avvenuto per i suoi precedenti lavori, l’ultimo testo di Mamet scritto nel 2016 , “Il penitente”, è stato tradotto e portato in Italia da Luca Barbareschi.

Dopo una tournée che lo ha visto protagonista in vari teatri d’Italia, il testo del drammaturgo americano torna sul palcoscenico campano del Teatro Mercadante dopo il debutto alla rassegna del Napoli Teatro Festival nel 2017. Un dramma in otto atti, otto sono le scene introdotte dalle musiche di Marco Zurzolo e dallo stacco repentino di luce-buio, nei toni del rosso e del verde gestiti dalla maestria di Iuraj Saleri; si consuma la crisi di un uomo costretto a rapportarsi con le dinamiche di una società soggetta al potere, alla continua ricerca di un capro espiatorio, una società in cui verità e ragione non sono contemplate: l’obiettivo finale è aizzare verso un odio e uno sconvolgimento dell’informazione, con conseguenze inarrestabiliIlPenitente_fotoBepiCaroli_3-1

Sulla scena, curata da Tommaso Ferraresi, si solleva un cubo di grandi dimensioni sulle cui facce si alternano titoli di giornale, notizie di stragi, di guerre, volti di uomini potenti, uomini massacrati dalla tendenziosa valanga mediatica, uomini colpevoli, ma anche vittime di errori, italiani e non, degli ultimi decenni. Sotto questa immaginaria spada di Damocle che grava sulle teste dei protagonisti, al centro di una piattaforma bianca occupa il vuoto un tavolo con due sedie, su una delle quali siede di profilo al pubblico Luca Barbareschi, regista e interprete dello spettacolo, nel ruolo del protagonista: lo psichiatra ebreo Charles. La kippah rossa è ben visibile, lo sguardo è fisso sul giornale nervosamente tenuto tra le mani, ma pronto ad alzarsi con l’entrata in scena di Lunetta Savino, nelle vesti vermiglie di Kath, la moglie di Charles.

“Forse sono stupida perché io non capisco” è quello che ripete ossessivamente la donna cercando di comprendere il dubbio che attanaglia l’animo del marito, un dubbio che mette in discussione la professionalità di un medico, la giustizia legale che lo chiama a testimoniare e quella giornalistica; si parla di una strage: la morte di 18 persone per mano di un individuo ispanico omosessuale ritenuto mentalmente instabile. Un uomo, un ragazzo in cura per guarire da un male oscuro con cui non ha saputo fare i conti, un’oscurità che ha inghiottito anche chi cercava di aiutarlo. Charles, che adesso si trova a dover combattere una battaglia in cui non sa come difendersi, si trova a dover decidere se infrangere il solenne giuramento da medico pubblicando gli appunti delle sedute con l’imputato, oppure desistere e far valere quella giustizia spirituale per cui chi ha sbagliato è giusto che paghi.Il-penitente

 

I dialoghi serrati tra Charles, la moglie, l’avvocato Richard interpretato da Massimo Reale e la controparte del processo, l’avvocato dell’accusa interpretato da Duccio Camerini, acquisiscono vitalità man mano che viene sviscerato il fulcro del dramma. Una tangibile tensione verbosa si imprime sulla scena: Barbareschi/Charles alterna parole rabbiose a un affanno spezzato e opprimente, esordisce con interventi sarcastici come se interloquisse con il pubblico; Lunetta Savino dopo un incipit in cui le battute si inseguono monotone, ad accentuare quella sensazione di smarrimento che pervade la protagonista femminile, giunge al suo culmine calandosi perfettamente nella donna estranea da se stessa sul finire del dramma, conferendo quel tono monocorde al monologo finale dinanzi al marito, da cui trasuda dolore e anche un briciolo di compassione.
Un notevole guizzo attoriale proviene da Duccio Camerini che incarna perfettamente la sagacia, la malizia e quella punta di infima cattiveria dei peggiori avvocati, con quel tono inquisitorio e canzonatorio a un tempo che infastidisce, irrita al punto giusto, quasi accendendo negli astanti l’istinto di rispondere al posto dell’inerme e indebolito – nell’aspetto e nella fiacchezza della voce – Barbareschi, ormai sempre più piegato su stesso, sul cui volto è possibile leggere la disperazione.

Come si può contestare una verità mendace, diffusa in un attimo, tramite un giornalismo interessato alla dimostrazione piuttosto che all’informazione? Come si può far valere la propria ragione, se agli occhi degli altri la morale, la religione, l’etica professionale non sono abbastanza di fronte alle accuse di razzismo e bigottismo, seppur ingiustificate e costruite a dovere?

il penitenteLo spettatore viene proiettato in un turbine di invettive, di situazioni rivoltate, vede affievolirsi sotto l’incombenza delle fatuità dell’opinione pubblica la grinta di un uomo che ha studiato, un uomo che credeva nell’utilità del suo lavoro e che, in pochi attimi, vede cadere attorno a sé tutto il suo mondo. Charles, non trova conforto in nulla se non nella religione e la sua chiusura sofferente annienta la moglie, isolata nella sua quotidianità, privata del ruolo di consigliera, relegata a muro di gomma su cui far rimbalzare le sue paure; l’avvocato dal suo canto non sembra essere interessato ad altro se non a chiudere velocemente il processo, quasi imponendo una legge che sconvolge i dogmi di una professione quasi sacra come quella del medico, mettendoli in secondo piano.

L’abbandono di ogni cosa, a partire dal suo ruolo di docente e psichiatra, è la soluzione che trova il protagonista di Mamet, buttando gli appunti in faccia al suo avvocato, venendo radiato dall’albo perché per un refuso sulla carta stampata la credibilità di un professionista finisce per sgretolarsi in mille supposizioni. Quando un giornale erroneamente affianca la parola “aberrazione” a quella di omosessualità, e la parola giusta da usare sarebbe stata un’altra e quando si è proseliti, ancor più se tardivi, di una religione come l’ebraismo, non c’è sete di verità che tenga e la gogna mediatica mieterà vittime, sconvolgerà le vite delle persone senza possibilità di redenzione.

Come la Fama, il mostro greco il cui passaggio portava dietro di sé distruzione e sfacelo, così i media di oggi devono portare il fardello di una responsabilità troppe volte dimenticata, quella di maneggiare le vite degli uomini, quella di dover diffondere la verità nella sua sostanza e non nella sua parvenza. Quando ciò non accade ecco che si perdono le redini della ragione: una donna come Kath si ritrova attorniata da una luce bluastra riflessa dal bianco acceso della sua camicia da notte, in una casa di cura. Ecco che gli uomini si mostrano nella loro fragilità, pronti a perdonare un tradimento confessato nel momento di declino, come Charles, che implora la moglie urlandole il suo amore perché lui, ormai solo nella sua battaglia, l’aveva lasciata in balìa di scelte che lei non era in grado di gestire, perché non partorite dalla sua mente, ma frutto di una continua imposizione. il penitente1.jpg

Una regia che asseconda l’idea di un giallo che si intreccia lentamente, scegliendo di dare spazio alle parole, piuttosto che ai gesti, le parole che riempiono il buio di quel palco, che sembra, pur non essendolo, una prigione dalla quale attori e spettatori potrebbero sentirsi soffocati.
Un dramma di un’attualità disarmante, “Il Penitente” mette in discussione tutto quello che siamo diventati, prendendo spunto da una storia reale, quella del caso Tarasoff, una storia riportata nella sua crudezza in cui Mamet, servendosi di alcuni espedienti esterni al caso di cronaca, dà voce a quella società imbrigliata nei suoi stessi legami, una società che non ha più nulla di sociale nel suo significato primario, ma è anzi protesa al racconto superficiale.
Come sempre il teatro in questa congerie dà prova di essere il mezzo più immediato per inculcare quel germe di riflessione, necessario, per ragionare in maniera consapevole.

 

IL PENITENTE
di David Mamet

traduzione e regia Luca Barbareschi
con Lunetta Savino, Luca Barbareschi, Massimo Reale
e con Duccio Camerini
scene Tommaso Ferraresi
costumi Anna Coluccia
luci Iuraj Saleri
musiche Marco Zurzolo
suono Hubert Westkemper
video Claudio Cianfoni, Marco Tursi e Andrea Paolini
dramaturg Nicoletta Robello Bracciforti
produzione Teatro Eliseo, Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia

Teatro Stabile di Napoli
8 Febbraio 2019



Categorie:Cultura e società, Novità, Satura, Scena, Teatro

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