Francesco Romiti, l’arte e Firenze prostituita. A colloquio con Tomaso Montanari sulla mostra “Umani” a San Salvi

MATTEO BRIGHENTI | Un monito straordinario di risveglio e riscatto per Firenze. È la mostra Umani. Francesco Romiti, voluta e accolta dai Chille de la balanza fino domenica 24 febbraio a San Salvi, l’ex manicomio dove risiedono stabilmente, unica compagnia teatrale in Italia, dal 1997.
«Sarei molto felice se un’opera di Romiti potesse, un giorno, essere esposta agli Uffizi – afferma Tomaso Montanari – sarebbe un segno importante di consacrazione, ma soprattutto di ridefinizione del museo. Siamo di fronte a due estremi – prosegue lo storico dell’arte fiorentino – Romiti è come un santo, povero, un Francesco d’Assisi scalzo della storia dell’arte, che dice: “L’arte non si può vendere, perché non si può valutare in denaro”. Questa città, dal canto suo, è solo in vendita. Allora, è chiaro che se Firenze capisse chi è Romiti dovrebbe rivedere profondamente il proprio modello e la propria vocazione».

Umani. Francesco Romiti foto Matteo Brighenti

Il professore ordinario di Storia dell’Arte Moderna all’Università per Stranieri di Siena, autore di uno dei due saggi nel catalogo uscito per Mandragora (l’altro è di Eva di Stefano), a cura, come l’esposizione, di Sissi Abbondanza, Cristina Giaquinta e Paolo Lauri, scatta una fotografia inesorabile della “culla del Rinascimento”, dove abita tuttora: «Firenze è ridotta a una merce – dice – è una città prostituita e che si prostituisce, in cui il mercato mobiliare, del turismo, il mercato in se stesso del suo brand la strappa ai cittadini. Io vivo in centro, vedo cosa succede».
La radicalità di Francesco Romiti rappresenta, però, l’orizzonte di una possibile salvezza. «Nel suo caso è davvero impossibile dividere l’arte e la vita – sostiene Montanari – questa condizione era vissuta con una purezza e una fede nella sua arte, che era quasi un modo per rifare un mondo giusto. Io non l’ho mai conosciuto di persona – ricorda – mi sono anche chiesto quante volte gli sono passato accanto, considerandolo con sospetto o semplicemente con sufficienza, invece era uno di quei giusti nascosti, che in qualche modo giustificano la sopravvivenza della nostra città».

Romiti nasce a Firenze il 1° marzo 1933. È il primo figlio di una coppia di contadini di Monsummano Terme, trasferitisi per lavorare come custodi alla Sinagoga. Qui, soprattutto nel grande giardino, comincia a rivelarsi il suo interesse per la natura, il carattere sognante e introverso e la passione per il disegno.
Quando il padre è in guerra, diventa geloso della madre, pensando che abbia degli amanti. Comincia anche a lasciarsi andare a momenti di rabbia incontrollata, spaccando oggetti. Per affrontare queste crisi, il padre, rientrato dal fronte, lo fa visitare dal giovane psichiatra Mario Nistri, futuro direttore dell’ospedale psichiatrico “Vincenzo Chiarugi” di San Salvi. Nistri è disposto a curarlo, ma solo da ricoverato.
Di fronte a una soluzione così drastica, il padre rifiuta e gli evita così il ricovero in manicomio a soli 13 anni. Ciononostante, non comprendendo il suo disagio lo spinge a lavorare in attività che non gli consentono di esprimere, in alcun modo, le sue esigenze creative, esasperando, anzi, le insicurezze relazionali.
È eclettico, legge e scrive molto. È attratto dalle immagini, ha necessità di disegnare e lo fa sempre e ovunque, su qualsiasi supporto: il suo soggetto preferito è l’essere umano.
Interviene Tomaso Montanari: «C’è un brano dei suoi sterminati, fluviali appunti in cui scrive: “La vita va esplorata con intelligenza, con amore e pure con infinita disperazione, ma va accettata nelle incompletezze, nelle imperfezioni, nei contrasti: fino alla fine! Questo volevo che capiste”. Un amore per la vita incondizionato – riflette – da parte di una persona che ha vissuto un’esistenza marginale, dura, problematica, che i servizi cercarono di affrontare nei gruppi di auto aiuto, è una lezione incredibile per noi che ci riteniamo “normali”».

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari

Infatti, intorno al 1978, l’anno della cosiddetta legge Basaglia, a Firenze si forma il primo gruppo di auto aiuto per persone con problemi psichiatrici alla Casa della Cultura di Novoli, gruppo a cui Francesco Romiti partecipa. Qui incontra un giovane inserito dai sevizi sociali nel Centro d’Attività Espressive “La Tinaia” a San Salvi.
Curioso, visita il posto e incontra un’altra frequentatrice, Anna, di cui s’innamora. Tra i due nasce una relazione che durerà, nonostante la permanenza della donna nelle strutture residenziali di San Salvi, per più di 25 anni. Tanto che Romiti è ormai definito il “Van Gogh dei tetti rossi”, con riferimento allo storico colore delle tegole dei padiglioni del manicomio.
«È un paragone suggestivo, ma non ha alcun valore storico – precisa Tomaso Montanari – comunque, racconta una cosa: entrambi, a causa della loro condizione mentale, vivevano l’arte con l’ingenuità di un bambino e con l’idea, che noi abbiamo assolutamente perduto, e perdiamo, che l’arte sia davvero importante, sia una cosa seria. Per loro – ragiona – l’arte non è un divertimento o qualcosa di cui si può fare a meno: è una chiave fondamentale per attraversare, comprendere e parlare del mondo».

Il rapporto con “La Tinaia”, a causa del suo rifiuto per ogni situazione con regole precostituite alla cui elaborazione non abbia preso parte personalmente, inizia molto più tardi, nel 1999, e dura solo 3 anni, nei quali ha l’occasione di utilizzare strumenti, tecniche e supporti nuovi: spatola, retro di volantini e manifesti Asl, pennarelli indelebili. Le relazioni che stabilisce con frequentatori, operatori, volontari e visitatori, sono intense e profonde, come tutte quelle della sua vita, e a volte burrascose.
È in questo periodo che si lega a Dana Simionescu e ai Chille de la balanza: il fondo Romiti in possesso di entrambi è di 2.675 opere. Sono tutte senza titolo e firmate, lungo tutto l’arco della sua esistenza, in tre modi diversi, Romiti, Francesco Romiti, Francesco, probabilmente in questa sequenza.
I lavori esposti per Umani. Francesco Romiti sono poco più di 100: è difficile dare un numero esatto, perché alcuni sono compositi. Sono stati scelti per offrire un possibile percorso tra periodi diversi (si comincia dagli anni ’70 per arrivare al 2007), molto caratterizzati dalle mutate condizioni di vita, fatto che poi ha largamente influenzato la sua pittura-disegno.
«Io non sono uno storico dell’arte contemporanea – riflette Montanari – tuttavia, noto la qualità intrinseca notevolissima di Romiti, la sua capacità di restituire nell’essenzialità di segno la provocatorietà, l’inquietudine della presenza umana. I suoi volti, inquietanti, sono spesso volti-paesaggio. La sua capacità di restituire con un gesto essenziale la pienezza dell’umanità dei singoli esseri umani, riconducendo tutto al volto, cioè all’individuo e a ciò che rende l’uno diverso dall’altro, è veramente impressionante. A maggior ragione – precisa – dentro l’esperienza di totale spersonalizzazione delle strutture di cura (se cura si può chiamare) della malattia mentale. È un anti-sistema, e proprio in questo c’è la sua grandezza. Vale per Romiti qualcosa che vale, per esempio, per molta parte della street art: la capacità di fare arte dove non ce la si aspetterebbe, dove è quasi proibito farla, in un manicomio, ai margini, così come sui muri di una periferia».

Nel padiglione 16 i Chille restituiscono un artista capace, da autodidatta, di spaziare dalle creazioni a olio, agli acquerellati, ai disegni con pennarelli, per finire a quelli con la biro. Nella prima “sala” la vagina in primo piano di una donna nuda riporta alla mente L’origine del mondo di Courbet; nella penultima, una grande parete di volti seriali su materiali di risulta e pubblicitari si avvicina alla produzione di Warhol. È come se Francesco Romiti avesse ripercorso la storia dell’arte degli ultimi secoli.

foto Matteo Brighenti

«È un problema aperto – risponde Tomaso Montanari – bisognerà studiare bene Romiti e capire la cronologia delle opere, che è difficile da accertare. Sicuramente, c’è una conoscenza dell’arte da manuale del ’900, sono evidenti Francis Bacon, Picasso, ma anche il ’400, il Rinascimento, Botticelli in alcune figure femminili. C’è una consapevolezza della grande arte – analizza – non c’è nessun tentativo di rinnegarla, anzi. In qualche modo, c’entrerà forse anche l’essere stato fiorentino e l’aver vissuto a Firenze. È un irregolare, ma non è certo un artista naïf».
Del resto, Umani. Francesco Romiti è inserita nel festival internazionale multidisciplinare di arti visive, teatro, musica, narrazione, irregolART (a cura di Claudio Ascoli).
«Romiti è irregolare nella funzione – chiarisce Montanari – il fatto è che oggi il sistema dell’arte non ha a che fare con i contenuti e neanche con la qualità artistica, ma con le relazioni, con il prestarsi al marketing, con l’essere telegenici. Non si è regolari o irregolari per quello che si fa, ma per come si è e per come ci si rifiuta di piegarsi al sistema. È un irregolare lui – specifica – e quindi anche la sua arte lo è. Difatti, rischiava di svanire: se è ancora viva e potrà avere un futuro lo si deve ai Chille e a chi ha creduto che non dovesse andare perduta».

Quando è ancora in vita, Francesco Romiti lascia esporre le sue creazioni in due piccole mostre: una collettiva, organizzata dal Comune di Scandicci in collaborazione con l’Associazione Massimo Mensi Amici della Tinaia nel 2002, nella Chiesa di Badia a Settimo, e l’altra personale, presso e a cura dei Chille, nel 2007.
Intanto, la casa di proprietà dei genitori vicino alla Certosa di Firenze, zona Galluzzo, in cui vive da quasi 40 anni, dipingendone i muri di mille colori, è sul punto di crollare; in alcune stanze il tetto sta sprofondando: “La mia casa sta diventando un albergo a 100 stelle”.
Costretto dalla famiglia, la vende a Camilla e Jan De Clercq, coppia di architetti olandesi con due figli, ma non prima di esser diventato amico dell’intera famiglia e aver regalato loro alcune sue creazioni.

Umani. Francesco Romiti foto Paolo Lauri

foto Paolo Lauri

Nei suoi ultimi 3 anni abita in una roulotte in una casa di campagna acquistata da Dana Simionescu a Montecchio, Reggello. Due luoghi, il Galluzzo e Montecchio, legati dall’aver un panorama che corrisponde pienamente al suo amore per la natura.
Romiti si spenge a Firenze il 23 novembre 2013. È in quest’occasione che i suoi amici, che si ritrovano per dargli sepoltura, decidono di ricordarlo con una personale. Il 1° marzo 2014, nel giorno del suo compleanno, viene realizzata a San Salvi l’esposizione Esser umano. Nello stesso anno è riproposta a Lastra a Signa, su richiesta del Comune.
Nel settembre 2017, i Chille, continuando a lavorare su di lui, danno vita a Francesco Romiti. Strano, diverso dal solito, inconsueto, mostra realizzata in collaborazione con gli studenti del Liceo Scientifico Gramsci di Firenze.
Adesso Umani. Francesco Romiti offre una visione complessiva e articolata della sua operavita. «È molto bella, elegante, si capisce che è stata fatta da donne e uomini di teatro – conclude Tomaso Montanari – c’è un uso molto sapiente della luce, dello spazio e anche dello sfruttamento dell’orizzonte di attesa dello spettatore. È una messa in scena di Francesco Romiti piena di cura e di amore, cosa che è piuttosto rara nelle mostre commerciali».


UMANI. Francesco Romiti

Orari di apertura: lunedì 14:30 – 19:30; da martedì a domenica 9:30 – 19:30
L’ingresso ha il costo simbolico di 1 €

Chille de la balanza
Via di San Salvi, 12 – padiglione 16
Firenze



Categorie:Arte, Interviste, Novità, Pac incontra, PACondicio, Satura

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